LA FORZA DELLA VERITA’: LA SCRITTRICE VALERIA PECORA E LO STILE TAGLIENTE E SINCERO DELLA SUA PERSONALITA’

Valeria Pecora

La Sardegna è per antonomasia la terra dei mille rivoli culturali e intellettuali, spesso profondamente divergenti e disuniti, a partire dal modo di concepire il giornalismo. Le retroguardie ortodosse dell’antico mestiere sostengono che l’imperativo categorico del cronista sia quello di fugare la facile agiografia dell’intervistato. In linea di massima ineccepibile, salvo il fatto che chi verga i servizi, generalmente, ravvisa attitudini e bontà di intenti nella figura che sceglie di biografare, quindi perché incalzare l’intervistato allo sfinimento? Cui prodest? Certo è che il problema di forzare il santino neppure si pone davanti al nome di Valeria Pecora, una figura capace di coagulare il favore di una terra, disunita anche nel poco. Dopo aver letto i suoi titoli più felici Le cosemigliori (Lettere Animate) e Mimma  (La Zattera Edizioni) dal valore ampiamente certificato da premi blasonati come il Matteotti, organizzato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Gramsci, è sufficiente dare uno sguardo ai social della scrittrice per osservare come il gradimento non solo sia altissimo in termini di like, ma venga persino da quelle numerose persone vibratamente convinte che i pollici social siano tanto compromissori da dover essere usati con assoluta parsimonia, si sa mai che mi si associ a tizio o a caio. Sulla bacheca di Valeria Pecora si consuma quotidianamente il miracolo di San Gennaro 2.0.

Una figura gioiosamente trasversale, pacatamente unitiva. Osservi Valeria Pecora mentre parla avvolta da una stola vivace color ciclamino e un abito blu reale acceso da un girocollo sfavillante, e il primo particolare che afferri nel turbine di colori è quel modo elegante di non sollevare mai la voce: il modo certo di farsi ascoltare di chi ha la sicurezza di aver qualcosa da dire. C’è chi giurerebbe che il futuro della narrativa, almeno durante il prossimo lustro, sia il retelling, la riproposizione di opere note, in un’operazione tra il plagio autorizzato e il giocoso revival musicale del fine serata in discoteca. Valeria Pecora sceglie, dal canto suo, il racconto di storie vere modulate dall’attenta scelta delle parole, dal sapiente uso di iperboli e locuzioni, autonoma dalla schiavitù di dover compiacere il lettore con un lieto fine che forse ci sarà, forse no, in accordo con la realtà dei fatti. Questo il proposito rinnovato anche nei confronti della nuova opera in stesura: «Credo sia necessario raccontare la verità, anche attraverso l’analisi di un tormento. A quale luce porta attraversare il buio più profondo dell’esistenza, raccontare la rinascita e trovare le parole per descrivere l’abisso. La scrittrice Cristina Caboni mi disse: “Ci sono le scrittrici che usano le storie, tu sei una scrittrice che usa le parole”, credo sia una definizione davvero aderente alla mia scrittura». Valeria Pecora racconta la donna secondo una complessità chirurgica che rende evidenza di una profondità letteraria inesausta che si estende al di là del perimetro narrativo.

Lei di recente ha lavorato a Doha, nel Qatar. Come si è trovata da giovane intellettuale donna a operare nei Paesi arabi? È stata un’esperienza formidabile, a partire dai miei compagni d’avventura. Inizialmente ho provato una sensazione straniante: le grandi architetture, la grandiosità degli spazi e la percezione di una ricchezza estrema che faceva apparire tutto un po’ finto. Una volta lì ci hanno spiegato che anche la povertà è normata, per questo non incontravi i clochard, non c’era sporcizia o un degrado neppure superficiale. È un terreno vergine per gli architetti: difficilmente nel cuore di Roma, intriso di storia puoi dare la concessione per la costruzione di un grattacielo vertiginoso dalle linee sinuose, come spesso puoi vedere lì, in mezzo al deserto.  Per rispondere alla sua domanda, devo essere sincera: all’inizio ero profondamente intimorita, ho vissuto un senso di inadeguatezza perché i colleghi erano delle figure consolidate nel proprio ambito, Alessandro Aramu, un ottimo giornalista, Raimondo Schiavone un imprenditore affermato, Gavino Murgia un grande musicista: per me è stato lo sprone a fare di più e meglio e combattere l’apprensione della pre conoscenza delle persone. Siamo presto diventati un team affiatato, dentro e fuori il contesto lavorativo. Mi porterò dentro il ricordo delle luci sfavillanti e il confronto con le donne. Per ragioni storiche culturali e religiose non è stato affatto semplice apprestarsi ad andare lì e parlare della donna e alla donna. Già prima del soggiorno a Doha ho dovuto scrivere gli interventi, inviarli in anticipo, attendere il benestare. Devo essere sincera, niente delle mie riflessioni è stato censurato, però è vero che ho seguito meticolosamente i parametri suggeritimi prima di mettermi al lavoro. È stato necessario porsi ogni giorno con discrezione, richiamare la coscienza di lavorare in un Paese diverso, usare buone doti diplomatiche, ma è andato tutto nel migliore dei modi. Essere intellettuali ha un segno diverso in ogni parte del mondo. Una signora del pubblico, un giorno in cui parlavo all’assemblea, mi fece notare che la nostra Grazia Deledda non è tradotta in arabo, la cosa mi ha profondamente divertita, anche per il modo in cui lo ha evidenziato. Posso dire che l’esperienza in Qatar è stata una sfida vinta, perché arrivava in seguito a un periodo complicato in cui mettevo tutto in discussione. Ho reso fiera di me anche la mia psicoterapeuta, la prima ad incoraggiarmi in questo percorso. Sono davvero contenta di aver trovato dentro me gli stimoli e la volontà di concedermi questo grande arricchimento, sotto tanti punti di vista.  

Sempre in tema di rappresentazione femminile: dopo la presa di posizione della presidente Rai Anna Maria Tarantola e il plauso della senatrice Boldrini, all’epoca presidente della Camera, che salutò la decisione editoriale come «una scelta civile e moderna» esattamente dieci anni fa, ora il concorso di bellezza Miss Italia, torna sulla rete ammiraglia del servizio pubblico, in prime time. Che ne pensa? Non appena ho letto la notizia ho pensato: Miss Italia esiste ancora? Oggi le giovani donne non hanno più bisogno di uno spazio simile per esprimere competenze, talento o anche semplicemente la propria bellezza. Si pensi al ruolo dei social, in cui è possibile dare una rappresentazione di sé stesse anche attraverso la comunicazione di un messaggio articolato che accompagni una splendida immagine. Direi che si tratta di una manifestazione abbastanza obsoleta, ferma restando la totale libertà di chi decide di sfruttare quel momento come una vetrina utile al proprio lavoro.

Quando la realtà non basta a definire l’esperienza, Valeria pecora avverba la realtà attraverso la propria creatività. Nascono così i suoi “gioielli parlanti“. Ce li racconta? É un progetto al quale sono molto legata perché viene dal mio periodo di rinascita, nel quale ho deciso di ridurre il mio carico lavorativo e lavorare in part time. Questo tesoretto di tempo mi ha dato modo di riprendere lettura e scrittura a pieni ritmi ma anche a dedicarmi a me stessa, a delle piccole sfide in cui sento il bisogno di impegnarmi. Io mi riconosco poco abile nelle attività manuali, ma legando il manufatto a una narrazione personale, durante l’assemblaggio, ho proiettato qualcosa di me, lo ho reso “parlante”, appunto. Il mio compagno si occupa di questo settore quindi ho avuto un grande incoraggiamento ma anche una guida per elaborare un prodotto più definito, diciamo che siamo all’inizio di un’avventura appassionante.

Lei ha un modo molto personale di gestire i social, si muove con disinvoltura in una bolla di gentilezza, un requisito essenziale dei suoi spazi social, sembra di capire. Questi le sono stati utili anche a consolidare la sua attività di creatrice di gioielli? Un ambito che esula dalla sua consueta dimensione intellettuale. Sì, direi che mi sono serviti, occorre farne sempre un uso non divergente dalla propria personalità. Tutto parte dalla comunicazione e se usiamo i social per questo loro fine originario possono conseguirne esperienze estremamente arricchenti. Pensi che poco dopo l’uscita del mio primo libro, Le cose migliori, in cui racconto il dramma umano del Parkinson, mi contatto l’emittente Tv2000 per discutere assieme in tv dell’argomento. Ma potrei citare tanti altri episodi edificanti. La risposta dei social dipende dalle nostre scelte comunicative.

In Sardegna, specie in estate, c’è un grande offerta di kermesse e festival che mettono in circolo le numerosissime produzioni letterarie di altrettanti autori. C’è una di queste manifestazioni che ritiene particolarmente efficace nella comunicazione letteraria? Il festival Pazza Idea. È una manifestazione che si distingue da tante altre proposte omologhe per la capacità di narrare il reale attraverso letteratura e comunicazione in maniera viva, pulsante, attraverso dei talk ragionati. Parte da un tema unificatore che poi viene sviscerato dai diversi protagonisti della scena culturale. Io ho partecipato ai talk dello stilista Antonio Marras, a quello del giornalista Domenico Iannacone. L’obiettivo di Pazza Idea è affrontare la realtà attraverso le diverse declinazioni dell’uso parola. Non è una manifestazione limitata alla promozione di un’opera pubblicata in quel preciso periodo, è uno studio culturale della realtà, che va molto oltre.

Looking for Valeria: Chi è la sua icona? Mia madre.

La sua power woman? Grazia Deledda. Per le sue scelte di vita, per come ha vissuto il rapporto con suo marito, per ogni intervento sulla realtà che lei ha compiuto quando, veramente era rivoluzionario farlo.

Come definirebbe il suo stile? Tagliente e sincero.

Un suo accessorio distintivo? La collana, non manca mai in un mio outfit. Sarà la posizione che occupa. Impreziosisce e decora.

Un fiore che la rappresenta? Il giglio.

Un luogo del cuore? Il chiostro di san Domenico, a Cagliari. Adoro i luoghi intimi, raccolti. Mi rapisce la sua collocazione, trova a pochi passi dalla piazza omonima, caotica e colorata. Sento molto mia questa contraddizione, stasi e movimento, silenzio e confusione. Amo anche via Santa Croce, uno dei luoghi più suggestivi della città, antica e panoramica, con la basilica che un tempo era sinagoga, c’è la torre. Un luogo magico.

Il suo ristorante del cuore? VitaNova, di Laura Sechi, in via Sassari a Cagliari. Oltre al buon cibo ci si immerge in un’atmosfera quasi magica.

Un libro del cuore? Certamente Jane Eyre, quello che stuzzicato il mio grande amore per la lettura. L’ho letto quando avevo quattordici anni ed è stato un innamoramento immediato. Poco più tardi fu la volta de La metamorfosi di Kafka, ce lo fece studiare l’insegnante di Lettere, al liceo scientifico, non fu dunque una lettura spontanea, ma mi folgorò già dalle prime pagine.

La colonna sonora della sua giornata? Per me la musica è legata al rapporto con mia madre. Ho iniziato ad ascoltare e gustare la musica quando, durante la sua malattia, trascorrevamo lunghe ore assieme. La musica era un modo di amarci, la ridestava dalla sua malattia. Per me la musica è quindi nostalgia e profonda dolcezza. Da quando lei è mancata è come se questo segmento della mia vita sia temporaneamente sospeso, ma il brano Il cielo in una stanza, di Gino Paoli, mi ricorda quanto ami la musica e, anch’esso, è profondamente legato a mia mamma.

Una serie tv da consigliare ai lettori? La casa che brucia, ambientata in Giappone. Mi ha rapita. La vicenda si snoda attorno all’epopea di una famiglia, ed è continuo spunto di riflessione circa una civiltà che non diresti mai tanto dedita al culto dell’immagine, quanto impegnata nella quotidianità di un sistema efficientista. Io la guardavo ammaliata dall’intreccio delle storie, mentre il mio compagno riusciva a distinguere nettamente i tratti di una narrazione, in certi punti, effettivamente estremizzata. Nel complesso davvero consigliata.

Un aspetto della società che la impensierisce? L’esperienza della pandemia ci ha costretto, in senso generale, a compiere dei vistosi passi indietro da quello che era lo sviluppo di una società più inclusiva. Ci ha incattiviti. Ha tirato fuori tutti i demoni. A volte percepisco più indifferenza rispetto al pre Covid, l’isolarsi come forma di auto protezione ha determinato delle chiusure desolanti. Non è un atteggiamento riconducibile alla prudenza ma alla chiusura.

Qual è il tratto principale del suo carattere? La generosità.

Qual è la qualità che apprezza maggiormente nel suo compagno? L’intelligenza. Una conversazione con lui non è mai banale. Non minimizza mai le situazioni, anche quelle che, all’esterno, potrebbero apparire dei problemi superficiali, lui riesce a considerarle nel contesto della persona. Ha un enorme cura delle persone.

Quale caratteristica deve avere chi ambisce ad esserle amico? L’onestà, la lealtà.

Qual è il suo peggior difetto? Non so se possa essere considerato un difetto, ma certamente l’ansia è qualcosa che condiziona la vita e in qualche modo quella degli altri. Ad esempio, devo sentire spesso al telefono mio padre e il mio compagno, assicurarmi che stiano bene. Non soffro di gelosia è proprio la preoccupazione che sia al sicuro e vada tutto bene durante la giornata.

Qual è il suo passatempo preferito? Leggere e fare lunghe passeggiate. É difficile che trascorra un intero giorno senza leggere una pagina.

Cosa manca alla sua felicità? Oggi vivo un momento di grande equilibrio. Esattamente lo scorso anno in questo periodo vivevo una crisi interiore profonda, oggi posso dire con soddisfazione di aver lavorato su tanti nodi, di essere finalmente serena. In questa serenità avverto di poter costruire altro.

In quale Paese le piacerebbe vivere? In Germania, a Berlino: è una città che mi ha colpita da subito. Ho vissuto a Roma, a Londra e in Spagna, avevo la percezione di stare in luoghi meravigliosi, ma nessuno di essi mi ha fatto pensare che avrei potuto trasferirmi in maniera permanente. Berlino per me è stata una passione da subito, per la sua calma razionale, per la serenità che mi ha trasmesso. Ma potrei dire che anche Napoli, dove sono stata di recente, mi ha folgorata e per ragioni del tutto opposte, per l’umanità, il calore e il colore.

Che libro ha sul comodino? Un romanzo della scrittrice colombiana Pilar Quintana.

Artista preferito? Caravaggio, per le luci e le ombre. Le suggestioni di questo pittore le ho proiettate nella mia scrittura, le contraddizioni, il tormento.

Se avesse potuto scegliere, quale sarebbe stato il suo nome di battesimo? Anna. Semplice, antico, ricco di tradizione ma senza tempo, palindromo: un nome che ho usato spesso nei miei racconti.

Un personaggio storico che odia su tutti? Hitler.

L’impresa storica che ammira di più? Lo sbarco sulla luna.

Se potesse scegliere un super potere? Mangiare e non ingrassare.

Come si sente in questo momento? Serena, in equilibrio.

Qual è il suo motto? Non perdere mai la speranza.

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