L’AMANTE DELLA STORIA SARDA: CONOSCERE LO SCRITTORE DI GUSPINI LUCIANO MARROCU

di SERGIO PORTAS

Luciano Marrocu, guspinese del 1948 (vedi: Wikipedia) a Guspini non lo conosce nessuno:  eppure seguendo quanto di lui scrive l’enciclopedia in rete più diffusa nel mondo, dopo aver avuto come maestri due grandi della storiografia italiana come Paolo Spriano e Giuliano Procacci, lui stesso è stato insegnante all’ Università “La Sapienza” di Roma e attualmente è docente di Storia contemporanea all’ Università di Cagliari. Dal 2005 al 2009 è stato assessore alla Cultura della Provincia di Cagliari. Nel frattempo ha scritto un mucchio di libri, di saggi, e non solo roba storica in senso stretto: del 2009 è la biografia dedicata allo scrittore britannico George Orwell (Quello della Fattoria degli animali, tutti uguali tra loro tranne i maiali che sono “più uguali di tutti”, non piacque a Stalin); del 2016 è quella su Grazia Deledda: Una vita come un romanzo, per Donzelli. E dal 2000 si inventa una coppia di poliziotti del periodo fascista, uno è sardo: Luciano Serra, l’altro Eupremio Carruezzo è persona esistita veramente, era una riserva del Cagliari quando giocava in serie B come purtroppo anche oggi, eternamente in panchina,   i due compiono le più disparate indagini sui casi più intricati che in quel periodo gli vanno capitando tra i piedi. Esce : “Fàulas” ( la mia copia è alla terza ristampa per : Il Maestrale) e seguiranno, tradotti anche all’estero : Debrà Libanòs (2002), Scarpe rosse e tacchi a spillo (2004) , Il caso del croato morto ucciso(2010), Farouk (2011) e Affari riservati (2013). Con questi po’ po’ di  precedenti non sorprende che Marrocu sia con Giulio Angioni, Flavio Soriga , Giorgio Todde, Francesco Abate, uno dei fondatori del festival letterario di Gavoi- l’isola delle storie, giunto quest’anno alla sua 17° edizione. Ma è di due suoi libri “storici” che vorrei dirvi, seguendo l’esortazione di quel tale Ugo Foscolo che già nel 1809 si era accorto di quanto ignoranti fossero i suoi connazionali (l ‘Italia unita è al di là da venire) e di quanto labile fosse la loro memoria dei fatti più significativi del loro passato, nell’assumere la cattedra di eloquenza all’Università di Pavia esordì con il famoso: “ O Italiani, io vi esorto alle storie…” ( serve, vi assicuro, per meglio votare alle politiche). Di Marrocu, tutti e due per Laterza: “La Sonnambula, l’Italia nel novecento” (2019) per tutti e, obbligatorio per i sardi e gli amanti della Sardegna in genere: “Storia popolare dei sardi e della Sardegna”(2021). Sono ambedue veramente molto belli, ve lo dice uno che ha iniziato a leggerne di similari cinquant’anni fa ( per “Scienze Politiche”,  a Milano) e non ha mai smesso. Hanno la caratteristica di farsi leggere come fossero libri di “varia letteratura”, come se le storie narrate  dall’autore anziché occuparsi solamente di “grandi fatti”, di battaglie, di re e papi d’ogni dinastia, non si vergognassero d’occuparsi delle cose di tutti i giorni, che so: di quanto pane mangiassero gli italiani all’inizio del novecento, per esempio, o di come ai “maccheroni”, cibo quotidiano già nella Napoli del Settecento, basteranno pochi decenni per diventare il punto di forza dell’unificazione alimentare del paese e assurgere a inconfondibile simbolo di italianità (pag.6 de “la Sonnambula”). “La pastasciutta condita con un sugo a base di pomodoro ebbe, se non altro, il merito di dare una nota di allegria e di colore alla nostra dieta nazionale “ (ibidem).  E si può mangiare un piatto di pastasciutta senza spruzzarvi sopra una manciata di pecorino? Certo che no e che questo pecorino “romano” fosse in realtà (come oggi del resto) prodotto in Sardegna, oltre che far nascere i primi caseifici industriali nella nostra isola determinò anche il carattere prettamente di esportazione estera di gran parte della produzione, specie verso gli Stati Uniti. “Di conseguenza esplose nell’isola anche l’allevamento ovino che da un milione e mezzo di capi del 1881 passò ai tre milioni del 1908, senza per questo mutare le sue forme tradizionali (pag.7). Bisogna dire che alla Sardegna, anche in questo libro che dell’Italia e delle sue “crisi di sonnambulismo”vuole parlare  ( svegliata dal sonno a Caporetto, le folle osannanti sotto il balcone del duce destate dai bombardamenti alleati, narcotizzata dalla corruzione che apre gli occhi con l’inchiesta Mani Pulite, che si desta di soprassalto con la crisi del 2008)  viene riservato un’attenzione tutta  particolare. Con accenni di  intimità: a proposito del famigerato “sabato fascista” in cui milioni di adolescenti di sesso maschile si sarebbero dovuti tramutare in guerrieri di romano stampo, emuli delle legioni vittoriose di Cesare, “per una parte consistente delle “giovani italiane”, tanto più se di famiglia piccolo borghese, la possibilità di sfuggire il sabato pomeriggio alla usuale alternativa casa-oratorio rappresentò una novità importante e una via d’ accesso privilegiata a un rapporto nuovo con le proprie coetanee ( ma sopratutto con i propri coetanei) anche di una classe sociale diversa dalla propria. Così fu per mia madre (e anche la mia n.d.r.) adolescente negli anni Trenta in un paese minerario della Sardegna (leggi: Guspini) (pag.177). Molto spazio anche ai prosatori e ai poeti che in quelli anni “fecero la cultura”, con giudizi anche parecchio“tranchant”,  Marrocu definisce D’Annunzio “uomo di clamorosi e rissosi atteggiamenti, più che di convinzioni” (pag16). Riporta anche uno scritto di Thomas Mann sul finire della prima guerra mondiale: “…hanno preso sul serio D’Annunzio, la scimmia di Wagner, quell’ambizioso maestro di orge verbali, il cui talento “suona tutte le campane”, e costruisce per la latinità e il nazionalismo un’energia plasmatrice

che non ha l’eguale…quell’avventuriero irresponsabile che cercava la sua ora inebriante…(pag.16). E dà alla Deledda il posto che le spetta di diritto nel campo della letteratura nazionale: “Sembrò a critici e giornalisti che dalla lontana Sardegna non potesse venir fuori che una scrittrice istintiva e “naturaliter” popolare, le cui storie si inserivano in un filone contiguo al romanzo d’appendice. In realtà la Deledda non nascondeva le sue ambizioni artistiche ed era, tra gli autori italiani della sua generazione, quella che più si avvicinava alla figura dello scrittore di mestiere” (pag.21). E finalmente anche lo sport trova in questo libro una sua dignità “storica”: la bicicletta, negli ultimi anni dell’Ottocento “un costoso giocattolo per ricchi”, cominciò ad avere una diffusione di massa con il nuovo secolo. I ciclisti professionisti divennero eroi popolari, grazie anche alla stampa sportiva che aumentò le sue tirature proprio in conseguenza della crescita del ciclismo. La nascita del Giro d’Italia è del 1909. Solo un anno dopo si contavano in Italia 605.000 biciclette, triplicate da quelle che circolavano dieci anni prima (pag.27). La crescita altrettanto esponenziale degli abbonati alla radio, dai 40.000 agli esordi ai 350.000 nel ’34 e i 500.000 l’anno dopo (successo clamoroso dei “Quattro Moschettieri”), 700.000 il seguente. Un milione nel 1938. Gli eventi sportivi, a cominciare dai campionati mondiali di calcio svoltisi in Italia nel 1934, furono seguiti con particolari dispieghi di mezzi. Milioni di ascoltatori non videro l’attaccante del Bologna Angelo Schiavio calciare all’incrocio dei pali il definitivo 2 a 1 per l’Italia nella finale contro la Cecoslovacchia, ma l’immaginarono grazie al potente e fantasioso racconto che ne fece per radio Nicolò Carosio (pag.136). E poi ci sono i grandi politici, i Giolitti con la prima guerra mondiale, Mussolini e il fascismo che portò al disastro della seconda, la nascita della Repubblica: i De Gasperi e Togliatti, Gramsci morto in carcere. Tutti rivisti con un punto di vista non convenzionale seppure il discorso storico sia fatto seguire da 25 pagine di note e bibliografie tra le più attuali pubblicate. Per la storia popolare dei sardi occorre sapersi tuffare in acque più ampie, non lasciarsi spaventare se si inizia con l’avvento dell’uomo sapiens nell’isola, diecimila avanti Cristo sino a Renato Soru e compagni dei nostri giorni. E’ libro altrettanto documentato che il precedente, scritto con la medesima “disinvoltura”, quasi fosse un romanzo d’appendice. Vi si legge una volontà dichiarata a rompere schemi e pregiudizi che si sono formati sulle genti sarde sin dai tempi dell’occupazione romana. Sardi come popolazioni “irriducibili”, vestiti di pelli, adoratori di acque e foreste,barbari per definizione. Per Cicerone, che ne enfatizza la discendenza cartaginese, il “Sardus è Afer”e “l’Africa è quella misteriosa madre della Sardegna” (pag.28). Saltando come una cavalletta: emerge l’importanza che in Sardegna ha sempre avuto la Chiesa, la sua prosperità e ricchezza in forte crescita dopo l’anno Mille, anche frutto di donazioni, nel 1205 il giudice di Torres donò al monastero circestense di santa Maria di Paulis una ”domus”grande, poteva avere una dotazione di trecento servi, oltre a 10.000 pecore, mille capre, duemila maiali, cinquecento vacche. Pisa e Genova, decisive con le loro flotte per cacciare dall’isola il pirata saraceno Mujahid, il Musetto della tradizione. Secondo una cronaca pisana del XII secolo sarebbero stati i pisani, subito dopo la cacciata di Musetto  a dividere l’isola in quattro giudicati. La storia di Arborea, Mariano quarto e i suoi figli, la nascita della “nasciò sardesca”. Scrive Marrocu: “Diversamente dal mito che la voleva guerriera e saggia legislatrice, Eleonora si spese soprattutto in una continua, sfibrante attività politica e diplomatica, lungo le linee tracciate dal padre Mariano IV…ma non c’è traccia che facesse suo il progetto paterno di estendere a tutta l’isola i confini di Arborea, sino a farne il “Regnum Sardiniae” (pag.70). I catalani vittoriosi che riconoscono la “Carta de Loch sardesca”come quella “ab la qual la justizia entro lo sarts es administrada” (pag.80). Poi arrivarono i Savoia e di converso gli italiani. “Questo libro non dà risposte certe e definitive, limitandosi a ipotizzare come quella misura di orgoglio nazionale e rivendicazione di una specificità etnica che chiamiamo identità sarda abbia iniziato a prendere forma alla fine del Settecento…Fu appunto nel corso della “Sarda Rivoluzione” che il “noi sardi”fece la sua apparizione… L’idea di una identità sarda svuotata da ogni pretesa di fungere da depositi di diritti esclusivi, sottratta al ricatto della razza e del sangue, liberata dalle sue più goffe mitologie, è diventata di nuovo attraente anche agli occhi di quelli spiriti liberali che in altri momenti ne avevano sottolineato i pericoli. Come se la forza del luogo stesse avendo la meglio su ogni principio di esclusione” (pag.263). Aveva due anni Luciano Marrocu quando la famiglia si trasferì da Guspini a Monserrato e poi a Cagliari. La mamma Giorgina Cocco, di Silvio e Lidia Serpi, tutti guspinesi purosangue. Di Guspini anche il fratello di mamma Francesco Cocco, in qualche modo un guspinese illustre, fu consigliere regionale per il PCI e per qualche tempo assessore regionale. Una vera disdetta per me nato due anni prima di lui, se solo avessero atteso un paio d’anni a lasciare il paese , io e Luciano avremmo di certo frequentato il medesimo asilo dalle suore salesiane di Guspini, e così oggi potrei vantarmi di essere stato “compagno di scuola” (seppur materna) di uno scrittore così affascinante.

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