PROFESSIONE TENORE: GIANLUCA MORO, ORIGINARIO DI TORTOLI’, VIVE A BOLOGNA, RACCONTA I PRIMI PASSI NELLA MUSICA

Gianluca Moro

di MICHELA GIRARDI

Gianluca Moro, 36enne tortoliese, ha fin da piccolo nutrito una passione viscerale per la musica. Questa inclinazione, unita ad anni di studio ed esperienze maturate sul palco, lo ha portato al successo nel campo della musica lirica. Da anni vive a Bologna e per lavoro viaggia in tutto il mondo, senza però scordare mai la sua terra d’origine, alla quale rivolge oggi anche un piccolo appello.

Conosciamolo meglio.

Quando e come hai scoperto la tua passione per la musica? Ognuno di noi ha qualcosa su cui puntare, su cui ragionare, da scoprire, da coltivare e da far fiorire. Non importa il come, questo si scopre strada facendo. Ci convivi e ti fai interamente conquistare, ti fai sopraffare e poi impari a governarlo trasformandolo a tuo modo. La musica è un elemento come tanti altri. Probabilmente non siamo nemmeno noi a scegliere, veniamo scelti: il nostro compito è solo quello di capire, con ciò che la vita ci regala, come possiamo costruire qualcosa di solido e duraturo. Inutile dire che ho sempre avuto un’attrazione per tutto ciò che riguarda il mondo dello spettacolo in generale. Da che ho memoria mai ho pensato di voler diventare qualcos’altro, e se è accaduto, quel pensiero è stato dettato solamente dalla paura che parlava al mio posto. La musica è arrivata per caso, prima attraverso il pianoforte e poi con la voce, che a dirla tutta ho scoperto nelle scale di casa… era il posto dove “correva di più” (in gergo quando si dice che la voce corre significa che ha un suo fuoco, una direzione e un’identità ben definita e inattaccabile), e poi in cameretta, dove tutti noi da piccoli sperimentiamo, impariamo a conoscerci, nascosti dagli occhi del mondo fuori. E’ stato il primo palcoscenico, il primo pubblico, il posto sicuro in cui l’infinita fantasia a nostra disposizione alimenta il tutto. Estremamente banale a dirsi, ma è così: se solo riesci ad immaginarlo, puoi farlo. In sunto la musica c’è sempre stata, ed è il termine che mi permette di essere me stesso, nel miglior modo possibile.

Hai mosso i tuoi primi passi nella Scuola Civica di musica di Tortolì. Cosa provi, oggi, nel sapere che è una realtà che non esiste più? La scuola civica è stata il posto dove ho appreso le prime nozioni musicali, ho mosso i primi passi e commesso i primi errori, molti errori. Ho bellissimi ricordi a riguardo. Le lezioni, i compagni, le colossali stecche, i saggi e le prime esibizioni, e anche i primi pareri contrastanti di chi ascoltava e pensava che probabilmente non ci avrei potuto fare meno di niente con ciò che avevo tra le mani. Quei pensieri non richiesti che ti vengono sbattuti in faccia in modo crudo, gratuito e disarmante, ma che fanno parte del gioco. Conservo tutto gelosamente. Non credo di dover aggiungere altro, se non esprimere il dispiacere per una possibilità di studio che non è più concessa, anzi negata, alle nuove generazioni. So che ci sono altre realtà, anche molto belle e stimolanti, e questa è già una grande fortuna, però direi che si potrebbe fare sempre di più.

Come ti sei avvicinato all’opera lirica? Chi sono i tuoi modelli di riferimento? L’opera è arrivata per caso. Il mio vecchio vocal-coach con cui studiavo a Roma, il tenore afro-americano Timothy Martin, oramai caro e stimato amico, mi regalò un biglietto per La Traviata con allestimento di Zeffirelli all’Opera di Roma. Ci andai e, a dirla tutta, non ci capii praticamente niente, ma allo stesso tempo mi conquistò. Il resto è arrivato da sé. I modelli sono tanti, ognuno ha qualcosa che possiamo rubare, utilizzare, cucirci addosso, però il mio preferito in assoluto – lasciando da parte Luciano Pavarotti, Alfredo Kraus, Mirella Freni, Montserrat Caballé e Maria Callas – è certamente Juan Diego Florez: generosità disarmante, dotato di voce e tecnica che non hanno eguali nel mondo dei vivi. Bisogna andare ad ascoltarlo dal vivo in teatro per rendersi davvero conto di quanto stia dicendo.

La tua famiglia ti ha sostenuto in questo tuo particolare percorso? Assolutamente sì. Pieno sostegno, sempre. Elemento basilare, qualsiasi sia la strada che decidi di percorrere.

Quanto è duro districarsi nel mondo della musica ad alti livelli? Quanti sacrifici hai fatto, a cosa hai rinunciato? Mi viene da ridere, anzi da sorridere, perché a questo è bene non pensare troppo. I sacrifici sono sempre tantissimi, sia di tipo materiale che immateriale. C’è sempre qualcosa a cui devi rinunciare: i miei amici ad esempio cominciano a costruire una famiglia, comprano casa, ed io combatto con una cadenza di un’aria da risolvere, con un acuto o con una parte che non mi entra in testa, ma che devo imparare a memoria sennò sarà un bel casino. Loro mi mandano la prima ecografia del futuro bimbo in arrivo, e io li invito a teatro… però è bello così, anche perché diventerò “zio” ancora una volta. Rende l’idea?

L’ultimo tuo lavoro ha avuto Cremona come culla ed è stato un grande successo. Ci racconti come è andata? L’opera si chiama “A Sweet Silence in Cremona”, con musica di Roberto Scarcella Perino e libretto di Mark Campbell (che per altro ha vinto pure un Pulitzer e un Grammy. “Bobboi!”, direbbe una mia carissima amica!). La storia in musica nasce da un evento realmente accaduto a Cremona prima della pandemia. In breve, il sindaco attualmente in carica ordinò tassativamente a tutti gli abitanti del quartiere vicino al Museo del Violino cremonese di fare silenzio per una giornata intera: tutto si fermò, fu silenzio assoluto. Nessun rumore, nessuna auto, moto ecc… nulla di nulla, e tutto ciò in nome della musica. Nel museo, infatti, in quella giornata avrebbero registrato il suono di un violino Stradivari rarissimo e preziosissimo, e per tale evento il silenzio e il suono del violino sarebbero stati gli unici elementi chiamati in appello. Questo, che credo accadde nel 2018 o 2019, catturò l’attenzione di un giornalista del New York Times che ne scrisse un articolo a riguardo, che catturò a sua volta l’attenzione di Campbell, il quale ne scrisse una storia a mo’ di libretto d’opera, musicata successivamente dal compositore Scarcella Perino. Nell’opera i personaggi sono sei, più un cane e un violino. Chi hai interpretato? Nello specifico il mio personaggio si chiama Yassine, un teen-ager immigrato algerino, che ha deciso di trasferirsi in Italia con la famiglia per cause di forza maggiore, ma che trova in questo paese la sua casa, il posto in cui poter crescere e vivere sereno. Dico “mio” non per eccesso di possesso, ma perché sono stato il primo – e questo lo affermo con fierezza – ad aver dato voce a questo carattere: ci ho creduto fin dall’inizio, ho creduto nella musica scritta ancora mai suonata, ho creduto nel progetto e nel suo potenziale. Progetto prodotto dal Teatro Ponchielli di Cremona e dal Center of Contemporary Opera di New York, una Premiere mondiale assoluta che replicheremo a Firenze in giungo… e poi chissà… staremo a vedere. Ne approfitto e vi invito a scoprire di più sabato prossimo, 28 maggio, alle 20:55 sul canale 19 del digitale terrestre e sul web: è un’ora di bella musica, in un bel teatro, e con una stupenda scenografia. Se vi va, guardateci e ascoltateci!

Che consigli senti di voler dare ai ragazzi che si stanno avvicinando al tuo mondo? Qualche giorno fa su un famoso social ho letto un post in inglese che diceva più o meno così: Se avessi la possibilità di incontrare te stesso a diciotto anni cosa gli diresti? (Hai tre parole a disposizione per rispondere). Commentai sotto scrivendo questa frase: “Unleash your potential”, ossia “Scatena il tuo potenziale”. Vuol dire non avere paura, vuol dire studia e non ti fermare, vuol dire vivi ciò che sei senza reputarti inadeguato e inadatto, e soprattutto credi in te stesso sempre; significa tante cose, e tutte positive. Questo è tutto ciò che direi, o meglio che penso di poter dire… e che tuttora dico a me stesso, perché in fondo non si finisce mai di studiare, di imparare, di scoprire i propri limiti per poi superarli, e di “giocare” a fare le gare con sé stessi. Ammetto in ultimo che questa resta una di quelle domande che mi imbarazzano, e non poco: ho un vagone infinito di roba da imparare, tanto da fare e ancora parecchia strada da percorrere.

Tortolì: hai qualche sogno “musicale” per il tuo paese d’origine? In realtà è da un po’ di tempo che penso a un progetto che probabilmente avrebbe buone possibilità di concretizzarsi. La parola d’ordine è “Petite Messe Solennelle” di Rossini. Mi piacerebbe poter collaborare con le realtà corali della zona, nello specifico incontrarsi per un concerto che porterebbe in scena questa bellissima messa rossiniana, in cui è presente per l’appunto un coro, due pianoforti, un armonium e quattro solisti. Un’utopia? Resta il fatto che mi piacerebbe davvero tanto poter realizzare questo progetto, che ancora è un’idea, ma che potrebbe prendere vita senza troppi intoppi, forse.

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