IL LIBRO DI PASQUALINA DERIU, DENSO ED ILLUMINANTE: “GRAZIA DELEDDA, LA SCRITTURA DELL’ECCESSO”

di ROBERTO CASALINI

La maggiore autrice sarda, premio Nobel per la letteratura nel 1926 e dallo scorso anno nuovamente al centro della nostra attenzione mentre se ne celebrava il 150° anniversario della nascita, è una scrittrice “melodrammatica”? Lo sostiene e lo argomenta in maniera persuasiva Pasqualina Deriu nel denso e illuminante, per più di un verso sorprendente Grazia Deledda. La scrittura dell’eccesso (Unicopli, pagg. 98, 12 euro). Sorprendente perché ci offre un nuovo paradigma per leggere e intendere una scrittrice a lungo fraintesa dalla critica e costretta a indossare abiti non suoi, che le andavano stretti.

Dunque Grazia Deledda scrittrice melodrammatica. In che senso? Per l’enfasi (per l’eccesso, appunto) e per i dialoghi teatralizzati, per i conflitti che mette in scena. Ma anche più propriamente per una sua discendenza dal gusto melodrammatico post-rivoluzionario (Honoré de Balzac, Victor Hugo e altri, io ci trovo anche molto dei Misteri di Parigi di Eugene Sue che Deledda, è attestato, aveva letto). E scrittrice del desiderio: ostacolato, tabuizzato, rimosso.

Con una doppia lettura, che prende le mosse dallo storico della letteratura Peter Brooks e dalle acquisizioni della psicoanalisi, Pasqualina Deriu sottrae la scrittrice nuorese all’arruolamento nei ranghi del naturalismo minore e delle narrazioni provinciali (ma già Baldacci e Spinazzola avevano parlato di decadentismo, mettendone in rilievo gli aspetti peculiari, e un lettore finissimo come Geno Pampaloni aveva sottolineato, lo ricorda Simone Pisano nella bella prefazione al libro, che Deledda “nella carta millimetrata del Novecento non collima mai”).

È un’intuizione felice e feconda, la sua, che nel libro si applica a esaminare, rileggendole alla luce di questa prospettiva, sei delle sue opere più significative: Cenere, La madre, Colombi e sparvieri, L’incendio nell’oliveto, La via del male e L’edera. E mi auguro che sia soltanto un antipasto che in futuro ci apparecchierà un dovizioso banchetto.

“Melodrammatica” Deledda è anche nel senso del nostro melodramma lirico, anche nel senso del feuilleton. A rileggerla oggi, con le sue iperdescrizioni di eroine (penso alla Olì di Cenere), mi ricorda – e non sembri un insulto o una svalutazione – Emilio Salgari e il centone delle illustrazioni dei giornali popolari (una ragazza sarda che ricorda una bajadera, un’odalisca).

E, con le sue trame (ancora Cenere, ma anche La madre), mi fa venire in mente con accostamento forse irriverente certe canzoni a tinte forti del primo ‘900 popolate di peccatrici e orfanelli, redenzioni e agnizioni.

Bisognerebbe scavare più a fondo nella formazione autodidatta di Grazia Deledda, che non era povertà ma al contrario disordinata ricchezza: quasi tutti sottolineano come avesse frequentato fino alla quarta elementare, pochi ricordano la successiva istruzione privata con una sorta di “precettore”: la sua famiglia era di possidenti, anche se andati in rovina, suo padre era avvocato e fu sindaco di Nuoro. Scavare, come Pasqualina Deriu ha cominciato a fare con rigorosa sensibilità – ossimoro soltanto apparente – sarebbe poi compilare un regesto del gusto medio della nostra piccola borghesia umbertina, mentre le ricostruzioni critiche, per miopia cattedratica, danno conto soltanto dei modelli alti degli scrittori.

Quando al “desiderio”, Deledda mette in scena la crisi – senza sbocchi – che oppone il vecchio ordine patriarcale a nuove, confuse istanze di realizzazione e di individualità. Non è, non può essere Casa di bambola, ma è facile intuire perché toccasse corde sensibili negli estimatori scandinavi. Ed è altrettanto facile intuire perché spiacesse in Sardegna, con tutto quel rombo sordo del sangue, quella febbre perenne dei personaggi, quel senso opprimente della colpa (quasi sempre e soltanto sessuale): perché, riprendendo una reprimenda posteriore di Andreotti ai danni dell’Umberto D. di De Sica e più in genere del neorealismo, “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Benvenuta dunque questa lettura che ci fa cadere il velo dagli occhi, e grazie a Pasqualina Deriu.

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