CATERINA CUCINOTTA, LA MAESTRA CON LA PASSIONE PER LE TRADIZIONI POPOLARI: FU PITTRICE E RICAMATRICE DI COSTUMI SARDI

di LUCIA BECCHERE

Primogenita di Attilio e Luisa Merlini, Caterina Cucinotta nata a Nuoro nel 1900 è stata un’insegnante elementare con una innata passione per il ricamo e la pittura che coltivò sotto la guida di Mario Paglietti, artista di rilievo tra fine ’800 e primi ’900.
La sua fu una vita costellata di gravi lutti, nel 1918 il fratello Cosimo morì di spagnola, dopo qualche mese la madre di tubercolosi e uno zio ufficiale medico di tifo mentre l’altro suo fratello partì per l’Africa in cerca di fortuna.
Coinvolto in un fallimento, il padre Attilio si trasferì a Nuoro dove poteva contare sull’aiuto di parenti. Trovò lavoro come amministratore della Confederazione dei Commercianti con una modesta retribuzione.
Caterina contribuì al sostentamento della famiglia mettendo a profitto le sue doti di pittrice, ricamatrice e operatrice dei costumi locali attingendo idee da Il manuale del ricamo dell’Hoepli pur impartendo gratis i suoi insegnamenti alle giovani di condizione modesta.
Risentiva del contesto in cui operava non consone alla sua indole da intellettuale raffinata e se i parenti materni parlavano il nuorese, a casa sua si parlava italiano e così si consumava nel silenzio lo scontro sociale di due mondi paralleli.
Figura non incline a compromessi, durante la creazione del Museo del Costume, a lei furono preferite figure meno competenti.
Quando nel 1926 cominciarono ad arrivare in città confinati politici di peso, Gullo, Mancini, Merlin e Prato ricercatore di tradizioni popolari che in seguito sposò la sorella Gigina, Caterina conobbe il professor Raffaele Corso, etnografo e antropologo legato al regime che pensò di introdurla negli ambienti universitari invitandola a Roma per collaborare alla costituzione del primo museo delle tradizioni popolari fortemente voluto dal regime. Lei declinò l’invito.
A proprie spese condusse gruppi di ragazze in costume fuori dalla Sardegna e con l’aiuto del direttore dell’Ente provinciale per il turismo organizzò in loco un congresso nazionale sulla demologia.
Finita la guerra tentò di dare vita ad una cooperativa di ricamatrici per dare visibilità alla tradizione popolare ma non fu supportata da nessuno per cui continuò a realizzare ricami e pitture che vendeva a modico prezzo.
Risale a questo periodo la sua fitta corrispondenza con esperti di paleontologia quali i professori Blanc, Millot – allora direttore del Musée de l’homme di Parigi – e Corso, rimasto il suo massimo referente in materie di tradizioni popolari. Primo premio a Milano come figurinista, a Nuoro aveva vinto premi banditi dalla Camera delle Corporazioni. Il nipote Giancarlo Bruschi che a lungo ha vissuto con lei, nel ricordarla con molto affetto la definisce la sua madre spirituale per avergli trasmesso l’amore per l’arte e per la cultura (possedeva una nutrita biblioteca di scrittori francesi e russi). È lui oggi a custodire le sue memorie compreso un manoscritto dove sono riportate tutte le osservazioni sul folclore e sull’antropologia a partire dal ‘22 e mai pubblicato.
«La sola ad aver raccolto l’eredità culturale della famiglia – dice Bruschi –. Alla morte di una zia vedova di un medico inglese, i cui libri furono destinati alle carceri, aveva custodito delle stampe antiche e una Bibbia protestante che aveva donato al cappellano del sanatorio».
Lontana dalla mediocrità di tanti, geniale pittrice e ricamatrice di costumi sardi, aveva introdotto la moda di figurine stilizzate su pannolenci. Di buona condotta morale, politica non sovversiva, venne dichiarata di sentimenti sfavorevoli al regime e per questo attenzionata fino al ’41 dalla questura e dall’Ovra come riportano i documenti custoditi nell’archivio di Stato di Nuoro.
A chiudere il caso il brigadiere che indagava su di lei, stanco delle infondate inquisizioni, dichiarò: «Non è in alcun modo da ritenersi pericolosa per l’ordine pubblico». Nel 1978 morì ignara di tanta attenzione da parte del nemico dopo un mese di agonia in ospedale per la frattura di un femore.
Per sua espressa volontà riposa a Sassari nella tomba di famiglia.

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