QUANDO I VERSI NON CADONO DALLA PENNA AL FOGLIO PER CASO: ‘FLUIDA’ (MACABOR 2021), L’ULTIMO LIBRO DI ANNA FRESU

di PIER BRUNO COSSO

Canto il perdono dovuto a me stessa”.

Prendo quasi a caso un verso della silloge di Anna Fresu Fluida (Macabor 2021), e mi soffermo su ogni parola. Ad Anna Fresu i versi non cadono dalla penna al foglio mai a caso. Ogni parola ha un colore, un sapore, una luce, e forse tanti sensi, uno per ogni volta che viene letto. Lo so bene: è così sempre nelle poesie. Ma in questa raccolta sembra che ogni termine stia nel mezzo, tra istinto e ricerca minuziosa.

È istinto, perché La nostra poetessa è burrasca, fame di vita, sensazioni distillate in energia; ma è ricerca interiore perché la nostra poetessa è il mare calmo, piatto, che accarezza la spiaggia, il sogno, il sogno che ti puoi fermare lì e lasciare che il tempo vada perché il sogno non ha tempo.

Così quando lei dice che “canta il perdono” è già una fortissima immagine poetica. Il perdono sta nel fondo più fondo dell’anima, ma si può cantare. Si deve esprimere con la gioia della musicalità, con una voce che, come il canto, può sgorgare solo dal petto che si espande di buone sensazioni. Ma se uno vuole, il canto può anche essere voce di una ferita, dipende. Dipende dall’anima di chi legge, e dal momento in cui il lettore incontra quei versi. Perché le poesie di Anna Fresu si muovono verso gli stati d’animo che incontrano.

Mai poi dice subito che il “perdono” è “dovuto”: attenzione, è un verbo d’obbligo. Non si può scegliere, è indispensabile trovarlo, questo famigerato perdono che si cerca solo percorrendo una lunga strada, interiore e faticosa. Tutto questo la poetessa lo esprime con una sola parola, quasi modesta e silente, ma che dentro i suoi versi riverbera di sentimenti e sofferenza.

Ecco cosa si intende per poesia.

Poesia che sembra quasi una preghiera rivolta a “sé stessa”. Così alla fine di questa riga si ha la sensazione che la voce (o meglio il “canto”) non brandisca più, ma diventi confidenziale, intimo, e forse un pochino solitario.

Ma poi questa è solo l’esegesi di un verso; perché in tutta la silloge ogni singola frase di ogni poesia si porta dentro un turbinio di sensazioni, una lucidità chiara di sentimenti profondi.

Molto spesso i mezzi espressivi della poesia si chiudono su sé stessi ermeticamente. Sembra che il poeta in questi casi voglia mascherare i suoi sensi più profondi, un po’ per nasconderli a sé stesso, e un po’, forse, per inseguire un’estetica che rischia di celebrare solo forme verbali. Forse si nascondono in questi anfratti letterari i poeti tristi, a capo chino, che lei proprio non ama.

Non amo i poeti tristi,/ quelli che si piangono/ addosso, proprietari/ assoluti del dolore. …/… Non amo i poeti/ a capo chino/ chiusi in un guscio/ di ostinato livore,”.

No, in Fluida, no. La poetessa va dritta su immagini chiare che spesso seguono il filo del racconto poetico; o delle poesia plasmata di racconto, se preferite. Mai sulla tristezza come falso bersaglio. Lei è senza inutili tormenti linguistici, ricca di spessore, diretta, e ricercata solo quel tanto che serve a far volare la poesia.

 “In quale lingua/ varcherò i confini/ del mare e del ricordo, …/… In quale lingua/ dovrò dirvi – Addio?”.

È la lingua della passione? È la lingua del rammarico? È la lingua del tormento? È la lingua della speranza? Anna Fresu colpisce nel centro sensibile delle nostre sensazioni. Non ci sono risposte, non ci possono essere risposte nelle poesie, e allora lei solleva dubbi. Sa benissimo quali sono i nostri dubbi, e ce li spiana davanti, come tratti scivolosi della nostra stessa strada.

Perché il poeta sa sempre di cosa abbiamo bisogno.

E lei non ce lo impone come dogma, ma come racconto di sé. Perché si definisce una che ama “Contemplare, forse. Oziare. Sicuramente, credo che mi si addica resistente, positiva, anche”, come ci aveva svelato in una bellissima intervista che ci aveva rilasciato, ospitandoci idealmente a casa sua nel luglio del 2020. Consigliamo la lettura a questo il link:

In quell’occasione Anna Fresu si era messa in gioco con tutta la forza della sua schiettezza, come nella sua silloge Fluida, forse. Dico forse non perché dubito della profonda sincerità della poetessa, ma perché nei versi emergono più le sensazioni che si vorrebbero, che quelle che si abitano. E la sincerità è mettere a nudo le pieghe dell’anima, e qui non si può barare, perché il lettore ci rilancia le sue, le sue più profonde. Ecco il libro che muove, che si muove. Rileggete le sue poesie in momenti diversi, troverete sensazioni diverse. Perché quei versi sono anche specchi dell’anima.

Ma questo è solo un aspetto, perché poi si vola sullo sguardo, a volte sofferto, ma sempre incantato di Anna Fresu, che cerca oltre i confini, “Permeata di una fluidità di pensiero che spinge lo sguardo sull’altro e sull’altrove, come eterno Ulisse alla ricerca di vagheggiate colonne d’Ercole”, come scrive nella bellissima prefazione la grande scrittrice Maria Antonietta Maccioccu.

E quindi la domanda fondamentale: cercare quell’altro e quell’altrove è proprio della poesia, o della poetessa, o di chi incontra i sui versi leggendoli? O forse questa ricerca è solo in quel sentimento di nostalgia, di male di vivere, o di gioia effimera che si sfilaccia e si annoda in quei versi? Quelle pagine fanno vibrare il diapason delle sensazioni, questo è certo, il resto è piacere nostro.

4 risposte a “QUANDO I VERSI NON CADONO DALLA PENNA AL FOGLIO PER CASO: ‘FLUIDA’ (MACABOR 2021), L’ULTIMO LIBRO DI ANNA FRESU”

  1. Grazie, Pier Bruno, per questa tua lettura dei miei versi, per la sensibilità con cui li hai interpretati, per quello sguardo “nuovo” con cui me li hai rivelati.

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