PERCHE’ DOBBIAMO IMPARARE AD AMARE LA SARDEGNA COME ANTONIO MARRAS: QUANDO L’ARTE E’ L’IMMAGINE DELL’ISOLA

Antonio Marras

di MARIELLA CORTES

Non chiamatele sfilate. Non lo sono mai state, le sue.

Non è etichettabile, Antonio Marras, non segue le tendenze ma ne crea di estemporanee che arrivano dirompenti come un’onda per far posto, sulla battigia immacolata a una nuova idea.

E in questo continuo andirivieni di idee, stimoli, suggestioni, nel suo gioco di contrasti e suggestioni, tra le citazioni che si fondono le une con le altre – inutile provare a incasellarle, recuperarne i frammenti per riportare all’ordine originario – c’è un mondo che è suo e solo suo, anzi, loro, di Antonio e Patrizia Marras.

La loro idea di arte è quanto di più vicino all’immagine della Sardegna stessa. Una sovrapposizione continua.

Di storia. Culture. Voci. Detti. Lingue

Terra e muretti a secco e natura ribelle

Rocce che si fanno case e case che si fanno rocce

Uomo e natura. Insieme e inscindibili, sempre.

Le loro collezioni moda ricalcano con forza questa idea di sarditudine, intrecciandone dettagli nostrani a quelli istrangios, eppure così vicini.

In questo modo, la Sardegna, la terra di nascita e di vita c’è sempre, in tutta la sua dirompente storia e bellezza. Una lunga e profonda storia d’amore. 

E se prima tutto questo gioco di corrispondenze trovava la sua cornice narrativa a Milano, nelle passerelle della settimana della moda che amavano stravolgere andando a creare veri e propri spaccati di favola, vita e cinema, a un certo punto tutto è diventato troppo stretto, troppo piccolo per poter contenere l’essenza di un’isola intera.

Lo scorso anno, con la prima edizione digitale della settimana della moda, Antonio e Patrizia hanno portato la fashion week di Milano in Sardegna.

E l’hanno portata a Barumini, per raccontare con un film di radici antiche, di modi e sguardi ancestrali, di quello che è stato e che ancora possiamo percepire. E in questa visione onirica e meravigliosa appariva un modo nuovo per far conoscere il nostro patrimonio. Una commistione di moda e arte e cultura che parla un linguaggio universale, fatto di immagini, suoni, suggestioni.

Il colpo d’occhio della sfilata/processione verso Su Nuraxi è stata un’immagine di grande potenza, di quelle che si fissano nella mente e non si staccano più.

È la vita che entra nell’arte e l’arte che entra nella vita, che si fonde a una quotidianità, quella sarda, dove il tempo non esiste e passato e presente sono una cosa sola. 

È quell’intreccio infinito che vede i sardi parte indissolubile di ogni pietra e di ogni filo d’erba che cresce sulla loro isola.

Un intreccio che Marras conosce bene e che lo unisce, a sua volta, all’opera di Maria Lai, una delle artiste a cui è più legato.

Una delle performance più emozionanti dell’artista di Ulassai si intitola “””Legarsi alla montagna”, dell’8 settembre del 1981.

Non fu solo la prima opera di arte relazionale ma rappresentò un vero e proprio atto d’amore per il territorio, un modo per ringraziare e far rifiorire il cuore dove ci sono ferite. In quel nastro azzurro che legava le persone e le case alla montagna c’era tutto quel sentimento indissolubile tra uomo e natura dove le ferite vanno rinsaniate, ricucite.

Come non rivedere quello stesso atto d’amore guardando il nuovo short film?

Perché è di nuovo Settimana della moda, a Milano, questa volta in presenza.

Ma Marras sta a casa sua, per provare, da qui, a ricucire una ferita che ancora parla e ancora sanguina.

È il cuore infranto del Montiferru, violentato, martirizzato, arso e cupo dopo il terribile incendio dello scorso luglio. Sono le sue ferite scoperte e doloranti ad accogliere un messaggio di rinascita.

“Avevo una ferita in fondo al cuore” ci parla di un mondo che vuole rinascere. E lo fa con quella disarmante purezza che incede lenta e decisa sulle rovine.

Ricami, pizzi e intrecci, bianchi, sul nero lasciato dal fuoco.

Su sculture di pietra di una natura violentata. Un’immagine che fa male e bene allo stesso tempo.

Fa male perché fa rivivere la devastazione ma, al contempo, vuol dare nuove speranze e lo fa quando la processione bianca lascia il posto a colori e motivi che sanno di vita, che sanno di casa.

C’è quell’azzurro che ogni sardo ha imparato a far suo, quello del cielo di piena primavera, ci sono i fiori di Marras che si vogliono fondere con l’idea di una natura che è stata, auspicandone un ritorno prodigioso. 

Ci sono tagli che sembrano sospesi dal vento e tagli decisi, seri. La speranza, che aleggia nell’aria e la voglia di fare.

Ancora, copricapi di corallo che ricordano ciò che resta di una natura violata, sanguinante. 

Perché, in fondo, non tutto è perduto come suggerisce la voce di un’anziana in sottofondo: “Ho questi figli bravi, intelligenti. E quella non è una bella cosa?”.

È come se la Sardegna parlasse alla sua gente.

E in questa grande metafora fatta di abiti unici che si fondono con un territorio che vuole e deve rinascere che c’è tutto l’amore di Marras per la sua terra.

C’è quel modo di raccontare il territorio che cerca altre vie, modi e linguaggi.

Che vuol riportare lo sguardo in uno dei momenti più delicati, quello in cui l’attenzione cade ma il danno resta e quella ferita continua a sanguinare.

Certo, ci dice la voce di Nada fuori campo, la stessa che accompagna l’intero film, quella ferita, con il tempo, l’ho ricucita. Ora è un ricamo in fondo al cuore.

E, solo dalla bellezza, dal pensiero di quanto è stato e di quanto può tornare, si può iniziare a ricostruire, a vivere, a immaginare, insieme, una nuova era fatta di occhi nuovi che guardano e raccontano la Sardegna.

Come quelli di Antonio e Patrizia Marras. “Tutto rinascerà più lussuoso di prima, il verde tornerà e le rose fioriranno di nuovo.”

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3 risposte a “PERCHE’ DOBBIAMO IMPARARE AD AMARE LA SARDEGNA COME ANTONIO MARRAS: QUANDO L’ARTE E’ L’IMMAGINE DELL’ISOLA”

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