E’ NECESSARIO IMPARARE A PENSARE IN GRANDE: DIALOGO CON ANDREA DELOGU E QUELL’IDEA POSSIBILE DI UN RINASCIMENTO SARDO

Andrea Delogu

di MARIELLA CORTES

La crisi come nuova opportunità, il valore delle idee e la valorizzazione dei talenti. Ne parliamo con Andrea Delogu, nato a Sassari nel 1960, Vice Direttore Generale in seno alla Direzione Informazione del Gruppo Mediaset, dove lavora dal 1992. Facciamo delle considerazioni su media e informazione in temi di emergenza sanitaria per comprendere, insieme, come e dove stiamo cambiando e come trasformare la crisi in una vera opportunità.

Partiamo dalla crisi sanitaria che stiamo attraversando. E’, anche, un’occasione per guardare ai comportamenti sociali, a un nuovo modo di essere italiani e cittadini del mondo, a ogni latitudine. Come ne stiamo uscendo? Ne stiamo uscendo migliori, sicuramente. Quella che stiamo vivendo è una crisi pandemica che non fa differenze tra Nord, Sud, Est o Ovest. Sicuramente si esce migliori come persone, come comunità, come Stato ma difficilmente in un mondo interconnesso possiamo dire che una nazione ne uscirà meglio e una peggio. Senza entrare in discorsi filosofici o antropologici, è l’essere umano che dovrà decidere come uscirne ma tutti noi dobbiamo fare in modo che il meglio che vediamo da una parte del mondo diventi il meglio anche dall’altra parte del mondo. In Italia siamo stati i primi in Europa ad utilizzare la mascherina, a promuovere un’attenzione ancora più forte nei confronti dell’igiene e non abbiamo avuto esplosioni di rabbia, di rivolta sociale, nemmeno nei momenti di maggiore buio. Anzi, c’è un concentrato di intelligenze e culture che fa fatica ad essere compreso. C’è una grande voglia di capire, di formarsi, di imparare, di leggere e scoprire e, anche, di ridere. Ecco, forse, a salvarci, soprattutto durante la prima fase del lockdown, è stata l’ironia: c’è, in generale da quando ci sono i social, un esercizio straordinario di sarcasmo dove le battute fanno parte del gioco, di quello che a Sassari chiamano sfottò e che ti rende parte del gruppo. Quei contenuti ironici, simpatici ci hanno in qualche modo salvato durante il primo lockdown e sono stati un modo per stemperare la tensione.
Ricordiamoci che ad aprile dello scorso anno ancora non si sapeva quando e se sarebbe arrivato il vaccino.

E come è cambiato il pubblico televisivo? Stiamo ai numeri, alle quantità ufficiali. Da febbraio, tutte le testate registrate che già prima avevano una loro importanza, come quelle Mediaset e Rai, hanno aumentato enormemente la loro visibilità. Abbiamo registrato un aumento del numero dei telespettatori e la loro permanenza, non solo nella Tv classica ma anche su quella on demand, come Mediaset Infinity.  Il pubblico italiano si è concentrato sulle testate ufficiali, quelle di cui si fidava, dove sapeva di trovare un’informazione accurata, completa, vera.

In questo scenario dove spesso si è parlato di terrorismo mediatico, come si deve comportare il mondo dell’informazione? Informare non ha mai a che fare con il terrorismo. Informazione fa il paio con disinformazione: si può informare con l’intento di disinformare. Ma se tu informi rispettando le fonti, per definizione, informi. Se io informo riporto le fonti e non le falsifico, le fonti possono portare valore a un mio pensiero. Il terrorismo è un’altra cosa: “Non c’è nessuna cura, i vaccini non funzionano o hanno una serie di controindicazioni non tracciabili, la pandemia è figlia del 5g…”  questo è terrorismo e non è fake news. La fake news ha una caratteristica: viene realizzata quasi sempre per fini commerciali e chi pubblica lo fa per generare contatti. Oggi c’è molta più attenzione ed educazione rispetto al corretto riconoscimento di una fake news, è più difficile cascarci. Se parliamo di terrorismo mediatico, invece, il discorso è diverso: l’obiettivo lì, è inquietare, indurre tensione sociale e in Italia non abbiamo un’informazione di questo tipo. Abbiamo, piuttosto, una pluralità di informazione con programmi, con critiche e opinioni da più parti. Ed è un bene, è pluralismo. Possiamo discutere, certo, ma non facciamo polemiche gratuite sulla campagna vaccinale. Non possiamo minare cose fondamentali: l’importante è che le persone non perdano la fiducia nel vaccino e che, in qualunque situazione si trovino, sappiano che prima o poi arriverà anche a loro, il vaccino. Il punto non è costringere quelli che non vogliono vaccinarsi ma consentire che si vaccinino quelli che vogliono vaccinarsi. Anche quello è un aspetto che ci sta migliorando. Vedo più gente che si vuole vaccinare rispetto a chi non si vuole vaccinare.

Spostiamoci in Sardegna. Albert Einstein nel 1955 diceva: “La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato”.  Come, in Sardegna, possiamo trasformare la crisi in opportunità?  La Sardegna con i suoi, ahimè in aumento, borghi inabitati e disabitati, che insieme ai giovani vedono andare via anche le capacità di attrazione, soprattutto nei mesi invernali, deve ripartire, anche, da qui, dall’accoglienza. Un’isola con le migliori condizioni metereologiche del Mediterraneo, con una qualità della vita eccellente, con poli universitari importanti, aziende innovative, può e deve diventare una calamita per le opportunità, ripensando, come suggeriva Antonello Menne, proprio il sistema imprenditoriale. Però si può aspettare che sia il governo italiano a lanciare una strategia? No, direi di no. Che cosa occorrerebbe fare? Ecco, nella vita contano molto gli esempi, i benchmark. L’essere umano è portato a emulare, ad imitare quello che funziona bene. Secondo me bisogna portare in Sardegna dei grandi brand internazionali -alcuni ci sono già, pensiamo ad Amazon a Cagliari- facendo leva sia sui benefici fiscali e finanziari ma anche sulla presenza di giovani laureati, altamente preparati e disponibili che vanno via perché in Sardegna non trovano lavoro. Ecco, sono certo che la presenza di opportunità imprenditoriali e di crescita rappresenterebbe un primo attrattore e una prima soluzione allo spopolamento. C’è una grande intelligenza concentrata in Sardegna che non trova, oggi, i giusti canali di sfogo come, ad esempio i tanti studenti universitari che causa pandemia stanno seguendo il percorso formativo dal loro paese, che non possono fare uno stage all’estero, un Erasmus…

Certo, non si può pensare che siano gli studenti a unirsi in sindacato per far sentire la loro voce. Da che cosa partire?  Se io oggi fossi parte del governo regionale sardo, identificherei una persona alla quale direi: “Tu sei l’assessore deputato a internazionalizzare l’economia sarda: vai in giro per il mondo e trova dieci, cento, mille imprese alle quali assegnare una location in Sardegna”. Ma non parliamo di Cagliari o Sassari. Parliamo delle zone interne, quelle dove oggi si sta concentrando quella nuova intelligenza di cui parlavamo e che può mettere a frutto le sue competenze in realtà eccellenti e in Sardegna.

Quindi sono due le direttrici: un lato governo regionale, nel lavorare per attrarre grandi gruppi internazionali e l’altra deve essere un impegno che arriva dal basso, attraverso il know how di studenti e professionisti che sono tornati nei loro paesi e dovrebbero lavorare sia sul rilancio che sull’analisi dello scenario. Pensiamo a quali opportunità hanno, oggi, i piccoli centri della Sardegna.
Tutti gli universitari durante l’inverno non stavano nei paesi, al massimo ci tornavano per le feste, i week end e ancora oggi sono in parte costretti a stare a casa e a ripensare la loro vita da universitari. A loro direi:
Ecco, l’uso delle meningi, dei neuroni, lo puoi mettere a disposizione per i grandi progetti: una volta che pensi, pensare in piccolo o pensare in grande, l’energia è lo stessa. Anzi, visto che stai già consumando energia, sappi che si consuma meno fatica a pensare in grande: la parte immaginifica, quella dei sogni, quella che ci soddisfa è anche quella che fa consumare meno energie. Meglio occuparsi dei grandi progetti che dei piccoli progetti!”. Lo stesso, vale per i professionisti in cerca di un rilancio del loro impiego o che, semplicemente, hanno riscoperto il piacere di lavorare nel paese, anche tenendo il ritmo lavorativo della città.

Quanto questa considerazione vale nell’ottica del concetto di southworking? Southworking è una bellissima campagna nata su LinkedIn la scorsa estate ma ha a che fare con un evento transitorio: alla fine della pandemia chi sta a Bosa vorrà tornare a lavorare a Milano. Per questo dobbiamo agire subito. Non auspico lo smembramento di alcune funzioni aziendali tra Nord e Sud ma, al contempo, farei di tutto perché le imprese restino in maniera permanente in Sardegna, dando il via a una gemmazione. La Sardegna potrebbe diventare la Cupertino del Mediterraneo ma per farlo, invece di protestare o piangersi addosso, deve imparare a pensare in grande. Per questo dico che ci dovrebbe essere un assessore alla felicità e alla internazionalizzazione che dovrebbe rivolgersi solo a chi pensa in grande. Non è il mondo dei sogni ma per realizzarlo serve e servono dei benchmark forti, degli esempi che ispirino e facciano da traino come un politico super partes che possa diventare il riferimento della nuova intelligenza della Sardegna, dei giovani potenziali imprenditori che possono pensare in grande.

“Studenti, professionisti, sardi: imparate a pensare in grande”. Lo vogliamo lanciare come appello? Certo perché in questo momento non devi solamente pensare a curare ma anche a creare le giuste condizioni per quell’enorme scatto in avanti che arriverà alla fine della pandemia. Chi ne otterrà beneficio sarà chi ha posto, fin da subito, fin da ora, le giuste condizioni per la ripartenza. E la Sardegna ha tutte le carte in regola per farlo. Ha un grande porto mediterraneo, università, amore per la bellezza e un livello culturale medio molto alto con persone -e parlo anche del classico uomo/donna della strada – che conoscono bene gli autori, la storia, l’attualità. Quanto ce ne rendiamo davvero conto?

E se ci rendessimo conto di queste potenzialità, si potrebbe dar vita a un nuovo Rinascimento made in Sardegna? Potrebbe esserlo. Non dimentichiamo che il Rinascimento non è nato a caso ma arrivò dopo il Medioevo, enorme periodo di ricapitolazione della cultura greca e latina: è grazie al Medioevo che abbiamo riportato a nuova vita la civiltà greca e la civiltà romana e il Rinascimento nasce da questa ricchezza.
Quello che stiamo vivendo, così complesso in termini temporali, è un periodo che ci potrà portare verso un nuovo Rinascimento. Anche nella ricerca dell’ironia di cui parlavamo prima, c’è, oggi, una grande voglia di cultura, di fare, di rinascere. C’è un movimento dal basso verso una nuova creatività che deve essere colta e deve intercettare il mondo delle imprese. Per questo, insisto col dire che serve una figura istituzionale che si occupi solo dell’internazionalizzazione della Sardegna, che faccia incontrare le eccellenze aziendali mondiali con le menti eccellenti isolane, avendo come location i nostri luoghi, meravigliosi, unici.

Questo, sì, è un primo passo verso un Rinascimento sardo.

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