LA TERRA SOFFOCA, I MARI SI INNALZANO: LA “BOMBA” CHE I GOVERNI DEVONO DISINNESCARE PER SALVARE IL PIANETA

Allarme rosso. “Code red” è, infatti, il termine scelto dalle decine di scienziati raccolti dall’Onu per la nuova drammatica edizione del Rapporto sul clima, il primo dal 2013. Nel testo, è caduto esplicitamente ogni residuo dubbio sul rapporto fra l’influenza umana e il riscaldamento globale, ma vengono superate anche le cautele sull’impatto del cambiamento climatico sul pianeta. Alluvioni, incendi, siccità, monsoni impazziti. Impossibile non mettere in rapporto le cronache quotidiane di quest’anno con dati che, ormai, parlano da soli: gli anni dal 2010 al 2020 sono stati i più caldi degli ultimi 125.000. Rispetto all’era preindustriale, la temperatura media è già cresciuta di 1,1 gradi, ma potrebbe arrivare a più 5,7 gradi – rendendo quasi inabitabili intere zone del pianeta – entro fine secolo, nello scenario peggiore delineato dal Rapporto.

Ma il 2100 è lontano. L’allarme lanciato dal Rapporto è, invece, molto più vicino: ce l’abbiamo davanti al naso. Nel 2015, al momento dell’Accordo di Parigi sul clima, si era fissato in un aumento massimo di 1,5 gradi (rispetto all’era preindustriale) il limite entro il quale i mutamenti climatici sarebbero stati ancora sopportabili. Quel limite, si valutava, sarebbe stato raggiunto, in assenza di interventi decisi per la riduzione delle emissioni, circa trent’anni dopo, intorno al 2045. Non più: l’implacabile aumento delle emissioni ha drammaticamente bruciato il tempo a disposizione. Il mondo sarà più caldo di un grado e mezzo (condannando sott’acqua atolli e città costiere) già fra il 2030 e il 2035, oltre dieci anni prima del previsto. E’ uno sforamento che gli scienziati, ormai, danno per scontato: troppo tardi per fermare il trend. Ma non è uno sforamento permanente. C’è modo – dice il Rapporto – di riassorbire in parte questo aumento delle temperature, con un intervento drastico e deciso per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e metano, i gas serra più pericolosi.

E’ la bomba che i governi si troveranno sul tavolo a novembre, quando, a Glasgow, si riuniranno nuovamente, per dare un seguito all’accordo di Parigi. Le buone parole, in materia, abbondano, ma, in giro, gli ottimisti sono pochi. Sulla base degli impegni attuali, il mondo si avvia a riscaldarsi presto non di 1,5 gradi, ma di 3.

Eppure, si arriva a Glasgow sull’onda di un anno terribile. Il 2021 è stato l’anno del Covid, ma anche delle decine di morti per le ondate di calore in Usa e Canada, per le alluvioni in Germania e in Cina, per gli incendi in California, in Siberia, in Turchia, in Grecia e in Italia. Quest’anno, già all’inizio di agosto, gli incendi, soprattutto in Sardegna e in Sicilia, avevano bruciato il doppio della superficie italiana, rispetto alle medie annuali.

E andrà sempre peggio, avvertono gli scienziati dell’Onu nelle 3 mila pagine del Rapporto. Piogge o caldo record sono sempre più frequenti. Ondate di calore di intensità che si registrava una volta ogni 50 anni, ora si verificano sistematicamente ogni dieci anni. Un altro grado in più, rispetto ad oggi (quindi un aumento complessivo di poco più di due gradi, rispetto all’era preindustriale, un’ipotesi che gli scienziati ritengono assai probabile) e le ondate di calore diventerebbero – in media – due ogni sette anni. Intanto, l’acqua continuerà a salire. Mezzo metro entro il 2050, un metro entro il 2100. Ma anche un innalzamento dei mari di due metri è interamente possibile, precisa il Rapporto.

In realtà, già mezzo metro è una catastrofe. Significa vedere sott’acqua Venezia, mezza New York e Miami. E anche mezzo metro è una media mondiale e di acqua ferma. Un uragano o anche solo una potente mareggiata possono moltiplicare di quattro, cinque volte, anche di più, il livello del mare, sommergendo interi quartieri delle città costiere.

Spaventati? Non abbastanza, purtroppo. Nonostante gli allarmi e i toni drammatici, infatti, il Rapporto Onu si basa, inevitabilmente, su un presupposto fondamentalmente ottimistico. Buona parte dei fenomeni climatici, infatti, non seguono un andamento lineare, l’unico che gli scienziati possono prevedere, ma si svolgono secondo bruschi sbalzi e svolte. I “tipping point”, i punti critici vengono chiamati. Come in una reazione chimica, nulla accade finchè non si aggiunge quel milionesimo di parte in più e allora, di colpo, la reazione precipita.

Il tipping point più temuto riguarda la Corrente del Golfo, uno dei grandi regolatori del clima mondiale, a cui dobbiamo i miti inverni europei (Londra è all’altezza del Labrador). Una ricerca appena pubblicata dal Potsdam Institute spiega che la Corrente sta visibilmente rallentando e questo potrebbe essere uno dei motivi dei mutamenti climatici nell’Atlantico settentrionale in questi anni. La Corrente, però, funziona come una pompa: l’acqua calda e salata del Golfo del Messico viaggia verso Nord, fino a che l’incontro con l’acqua più fredda, all’altezza della Groenlandia, non determina un addensamento che bruscamente la fa precipitare in profondità, con un effetto di tiraggio che mette in moto la Corrente. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia e l’incontro con l’acqua dolce, prima e in quantità maggiore, potrebbero essere il motivo del rallentamento della corrente e anche del fatto che sembra precipitare in profondità, prima, accorciando il suo percorso. La preoccupazione è che raggiunga il punto critico, in materia di salinità e temperatura, che blocchi  lo sprofondamento dell’acqua che arriva dal Golfo del Messico e spenga la Corrente.

Quello che potrebbe succedere, in questo caso, lo raccontava, quindici anni fa, il film “The Day After Tomorrow”. Lì il mutamento era improvviso, in poche ore, nella realtà impiegherebbe decenni. Ma il risultato sarebbe comunque un mutamento climatico drammatico, simboleggiato, nel film, da New York imprigionata in un blocco di ghiaccio.

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