VITO BIOLCHINI, L’INTELLETTUALE SCOMODO. IN SARDEGNA STOP ALLA PAESITUDINE: E’ NECESSARIA UNA ‘CIVILTA’ DELLO SCONTRO’ E PRIORITA’ AL FUTURO PER I GIOVANI

Vito Biolchini

di GUIDO GARAU

Esiste ancora la figura dell’intellettuale?

E in Sardegna esiste qualcuno che possa definirsi tale, che impersoni cioè nel suo nome e cognome la funzione di critico, di oracolo, di giudice degli sviluppi storici e infine quella di guardiano dei diritti, civili e umani?

L’intellettuale oggi risulta sempre meno credibile, meno all’altezza delle aspettative che si hanno nei suoi confronti: il suo ruolo è in crisi perché l’influenza sulla vita e sull’opinione pubblica, che giustificava la sua esistenza, è stata ridotta al minimo. Tutta la società è diventata a suo modo oracolare: tv, radio, stampa, web, fungono da oracoli del nostro tempo. I bisogni umani di rassicurazione, i suggerimenti sulle norme di comportamento, un tempo soddisfatti da questi oracoli viventi che sono gli intellettuali, sono ora appagati dalla voce amorfa dei mass media. E con l’arrivo dei social network la voce si è fatta caos, doxa, delta infinitamente perso tra gli infiniti rivoli dell’opinione e della frammentazione ermeneutica.

In questo modo così destrutturato, dove la logica si fa relativismo, c’è però ancora spazio per una figura: fuori l’intellettuale, dentro il giornalista-filosofo–rompiscatole, il cui impegno è una socratica, costante destabilizzazione della vita della polis. Il suo compito è quello di rimanere fedele al suo ruolo di risvegliatore di coscienze. In Sardegna ce n’è almeno uno: è Vito Biolchini.

Vito, ci diamo del tu perché siamo colleghi. Intanto partirei da un accenno biografico. Mi racconti qualcosa di te, di dove sei nato e della tua infanzia? Sono nato a Cagliari nel 1970, primo di tre fratelli, mio padre dipendente universitario, mia madre casalinga. Infanzia felice tra quartiere di Villanova, dove vivevamo, e piazza Medaglia Miracolosa, dove stavano i miei cugini. Giocavamo a pallone nei vicoli e per strada, l’estate la passavamo al Poetto facendo la stagione ai casotti. Elementari al Riva, medie alla Mameli. A cinque anni ho iniziato a giocare a basket (ho fatto tutta la trafila delle giovanili tra Esperia e Russo) e da bambino ho iniziato ad andare allo stadio la domenica, dopo la messa. Sono stato chierichetto di un giovanissimo padre Morittu a San Mauro, poi ho frequentato l’Azione Cattolica a Sant’Anna, ma anche i francescani di via Piemonte e, alle superiori, i Gesuiti con padre Puggioni di Operazione Africa. Dopo tanti anni continuo ad essere un aspirante cattolico, Papa Francesco fa sentire a casa anche noi irregolari. Superiori al Siotto, uno choc. Carriera scolastica travagliata, un anno mi sono anche ritirato. Poi ho finito bene, ma se le cose fossero andate diversamente avrei fatto l’archeologo e non il giornalista. Però evidentemente avevo questa vocazione e a vent’anni ho iniziato a collaborare con Sardinya News di Gino Melchiorre e dal giugno del 1991 con La Nuova Sardegna. Negli stessi mesi ho iniziato a lavorare con il Teatro dell’Arco di Mario Faticoni. Ho dato dieci esami in scienze politiche, ho fatto il militare e poi è iniziata l’avventura di Radio Press. La laurea me la sono presa da adulto, a 47 anni in Scienze della Comunicazione. Sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal 1993, dal 2003 sono professionista. In trent’anni ho fatto veramente di tutto: quotidiani, radio, tv, web, testate italiane, uffici stampa, comunicazione politica. L’esperienza della direzione di Radio Press dal 2006 al 2011 è stata fondamentale, così come l’apertura del blog nel settembre 2010, con oltre dieci milioni di pagine viste ad oggi. Come trasmissioni radiofoniche, direi Buongiorno Cagliari e Mediterradio, che ancora conduco. Dallo scorso mese di dicembre sono stato assunto dalla Rai come programmista regista, al termine di un concorso per i precari storici dell’azienda: con la Rai ho iniziato a collaborare nel 2005 grazie all’allora direttore Romano Cannas.

Mario Faticoni definisce Cagliari “la bellissima putrida senza memoria”. Com’è Cagliari per te? Come scrisse bene Salvatore Cambosu in “Miele amaro”, Cagliari ha dalla sua la qualità di essere una città con il dono della leggerezza. La leggerezza si trasforma però spesso in superficialità e da qui il giudizio di Mario che è molto severo, soprattutto se riferito alla capacità della città di vivere la cultura in maniera intelligente, e non cioè solo come intrattenimento. Sul putridume sono d’accordo fino ad un certo punto (non è che Sassari o Nuoro se la passino meglio, anzi), mentre sull’assenza di memoria invece concordo totalmente. Ma Cagliari penso stia trovando la sua strada, c’è un grande fermento, mentre la Sardegna è ancora intrappolata nel vicolo cieco dell’Autonomia. E non è una questione di Cagliaricentrismo ma soprattutto di una articolazione dei poteri che fa di Cagliari una città con maggiori spazi di movimento rispetto, ad esempio, a Sassari dove si ha l’impressione che una élite decida tutto, da troppo tempo.

Quando è nata la passione per il giornalismo, per un certo tipo di giornalismo, impegnato, attento alle profonde questioni sarde? Forse da subito, con gli insegnamenti fondamentali di Gino Melchiorre e con la partecipazione insieme ad altri giovani ad un gruppo che negli anni 90 si è riunito intorno alla figura di Gianfranco Murtas, intellettuale e studioso di Cagliari, della Sardegna, della chiesa e della massoneria nell’isola. Aveva messo assieme ragazzi che venivano come me dal mondo cattolico con altri più legati all’ambito laico. Da quel gruppo poi è nata l’associazione Ipogeo che ha dato vita ad una manifestazione che conoscono tutti: Monumenti Aperti. Poi chiaramente il teatro: grazie a Faticoni (che è stato anche un eccellente giornalista) mi sono avvicinato al tema della cultura, ho iniziato a scrivere spettacoli (circa una ventina), ho girato la Sardegna. Poi è stato fondamentale l’incontro con Salvatore Cubeddu e Bachisio Bandinu che già negli anni 90 mi coinvolsero nel comitato Sa Die e che poi mi hanno voluto nella Fondazione Sardinia.

Che ruolo ha oggi l’intellettuale? Perché in Sardegna latitano le voci fuori dal coro? L’intellettuale ha sempre lo stesso ruolo: stimolare il dibattito pubblico provando a porre domande che possono essere anche scomode per il potere. È chiaro che se si vuole fare carriera a volte sarebbe meglio stare zitti (oppure coprire il potere), ma dire quello che si pensa, cercando di essere intellettualmente onesti, penso che dia senso al percorso di vita che si è scelto. Piuttosto, io non penso che in Sardegna non ci siano voci fuori dal coro, anzi. Faccio esempi, per capirci. Trovo di straordinario interesse e importanza il lavoro che stanno portando avanti col suo blog Paolo Maninchedda e sull’Unione Sarda con la sua rubrica su Cagliari e la Sardegna Maria Antonietta Mongiu (li cito per primi perché con loro ho scambi di idee molto frequenti), così come Alessandro Mongili e tutto il gruppo di Filosofia De Logu. Sardegna Soprattutto, animato dalla Mongiu e da Nicolò Migheli, è un sito straordinario, con pochi eguali in Italia. Ma se parliamo di scuola, il sociologo Marco Pitzalis pone pubblicamente delle questioni molto interessanti, così come lo storico Gianni Fresu quando si parla di sinistra. Sul fronte sindacale invece segnalo gli interventi sempre puntuali di Enrico Lobina. Poi ci sono gli artisti e gli operatori culturali: anche loro sono intellettuali. Ne potrei citare tantissimi, ma vorrei onorare l’impegno di Claudia Aru (mia collega alla Rai, insieme ad Elio Turno Arthemalle, per un programma molto divertente dal titolo “Vamos a la playa”), Tore Cubeddu con la sua Eja Tv, il gruppo di Lingua Bia a Cagliari e Giuseppe Mainas della Biblioteca Gramsciana di Villaverde. Le voci fuori dal coro in Sardegna sono tante, il problema è che si fatica a riconoscerle e che i grandi mezzi di informazione non le interpellano. Perché come ci sono gli intellettuali fuori dal coro, ci sono anche quelli che stanno nel coro, e cantano con la politica e il giornalismo omertoso uno spartito stonato. Detto questo, il problema vero è che in Sardegna non esiste una “civiltà dello scontro”, cioè non siamo in grado di criticare qualcuno pubblicamente, anche entrando nel merito delle questioni, senza che da ciò spesso ne derivi una grave inimicizia personale. Inoltre, quando gli intellettuali assumono posizioni coraggiose, spesso contro di loro si scatena un’ondata di disconoscimento (“Ma chi è? Ma chi si crede di essere?”), che parte indifferentemente da tutte le parti politiche. Ancora: troppi giornalisti oggi abdicano al loro ruolo intellettuale ed evitano di porsi troppe domande su ciò che scrivono o dicono: questo è molto grave. Infine, la parola “intellettuale” è ancora usata a mo’ di insulto, quasi a rappresentare chi parla e non fa nulla. La parola invece genera azione, e a chi mi dice compiaciuto che sono “un intellettuale scomodo” io rispondo: “Sì, ma scomodo innanzitutto per me stesso. Il prezzo delle mie posizioni lo pago soprattutto io”.

Tu come la vedi, quest’Isola tra cento anni? Cento anni è un orizzonte impossibile da immaginare. Toglierei uno zero e mi fermerei a dieci. Nel 2031 mi auguro che la Sardegna abbia capito finalmente che la stagione dell’Autonomia si è definitivamente esaurita e che quelle ricette economiche e sociali non sono più spendibili. Sotto questo aspetto, gli intellettuali possono fare molto, anche perché il coro su questo fronte è ancora molto attivo. L’unica strada che abbiamo come sardi è quella della responsabilità, di un maggiore esercizio dei poteri di cui disponiamo, di un confronto con l’Europa e il Mediterraneo che non passi necessariamente per il filtro italiano, della creazione di una nuova casse dirigente preparata e responsabile. Se dovessi indicare il primo problema da affrontare, direi quello della dispersione scolastica e della formazione dei giovani. Poi la Sardegna deve superare il suo inverosimile anti urbanesimo, una posizione antistorica perché Cagliari e Sassari non sono le uniche città che abbiamo. La retorica della “paesitudine” non ci porterà da nessuna parte, anzi danneggia soprattutto i piccoli centri. Il lavoro da fare è tanto e dieci anni passano in un attimo. Diamoci da fare.

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