PER INDRO MONTANELLI A 20 ANNI DALLA MORTE (22 LUGLIO 2001): DUE RICORDI, UNO SARDO E UNO PAVESE

Pavia, 11 luglio 1988. Cerimonia di premiazione (nell’Aula Foscoliana dell’Università di Pavia) del Premio letterario “Cesare Angelini” di Pavia, con Indro Montanelli, Manuela Colombo, Emilio Gabba e Paolo Pulina. Quest’ultimo ottiene una “segnalazione particolare” relativa alla sezione saggistica del Premio per la raccolta di interventi (1966-1984) “Ploaghe e Santa Giuletta: cultura di paese e dintorni” (Pavia, 1984)

di PAOLO PULINA

Nel volume “I conti con me stesso”, edito nel 2009 da Rizzoli per le cure di Sergio Romano, sono pubblicati i diari di Indro Montanelli riferiti agli anni 1957-1978 (essi fanno parte dell’epistolario depositato dall’autore presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia creato da Maria Corti). Mi affrettai a consultare il libro per verificare se conteneva annotazioni relative a due manifestazioni culturali in cui avevo avuto la possibilità di incontrare di persona il grande giornalista.

La prima occasione fu a Sassari nel dicembre 1965, ai tempi in cui frequentavo il secondo anno del Liceo classico “Domenico Alberto Azuni”. Il nostro prof. di italiano, Manlio Brigaglia, ci aveva invitato a partecipare nell’Aula Magna dell’Università alla presentazione del libro divulgativo su “Dante e il suo secolo” che Montanelli aveva da non molto pubblicato e che era già un bestseller (come peraltro la sua biografia non accademica su Garibaldi, scritta qualche anno prima a quattro mani con Marco Nozza). Il successo delle due biografie gettò le basi della fortunatissima, per l’autore e per l’editore, ma anche impegnativa costruzione editoriale denominata “Storia d’Italia”, per la quale Montanelli si avvalse della collaborazione prima di Roberto Gervaso e poi di Mario Cervi.

Ha scritto Brigaglia di quella presentazione sassarese: «Si è detto che Montanelli era un narciso, nulla gli piaceva più che incantare i suoi interlocutori, magari fingendo un’aria corrucciata. Anche quella volta parlò come avesse Alighieri in gran dispetto, tanto che qualcuno osservò che la sua biografia sembrava più che altro un bisticcio fra due “maledetti toscani”».

E veniamo all’episodio pavese. Anche l’undici luglio 1988, in occasione della premiazione (da parte di Giovanni Spadolini, presidente del Senato ma anche della giuria) dei vincitori del Premio “Cesare Angelini”, istituito dal Lions Club “Le Torri” di Pavia, ebbi modo di incontrare Montanelli. A ricevere un riconoscimento furono, infatti, quell’anno, l’illustre giornalista, il prof. Emilio Gabba, Manuela Colombo e chi scrive, originario della Sardegna.

Nell’occasione non osai disturbare il superlativo (e ancora superattivo) giornalista su un tema che sicuramente l’avrebbe potuto interessare: cioè, la mia Sardegna; isola a cui, lui, che era nato a Fucecchio, inprovincia di Firenze, il 22 aprile 1909, rimase sempre affettivamente legato.

(Ha scritto Gianfranco Murtas: «Bambino di nove anni, nel 1917, Indro Montanelli prese residenza, con la sua famiglia, a Nuoro. Vi restò cinque anni, frequentandovi le ultime due classi delle elementari fino alla licenza, ed i primi tre anni del ginnasio, all’ “Asproni”, così intitolato proprio nel 1921 e presto associato (per l’intervenuta promozionale provinciale e la conseguente emancipazione dall’ “Azuni” sassarese) al triennio liceale.  Il padre – a motivo del cui lavoro anch’egli s’era dovuto fare sardo – era lui stesso uomo di scuola, preside della Normale – quella che sarebbe diventata l’Istituto Magistrale –, con sede nell’antico convento francescano della città»).

Motivazioni personali e ragioni “etniche” mi spinsero, dunque, nel 2009 a cercare anche in quel libro postumo di Montanelli (come è noto, morto il 22 luglio 2001) riferimenti alla Sardegna e a Pavia. Nel volume, curato da Romano, non ne trovai ma restò, anche dopo quella lettura, l’ammirazione per lo stile ineguagliabile di scrittura del sommo giornalista, anche nelle annotazioni in cui esprimeva giudizi lontani dalle mie personali vedute (sul politico e filosofo sardo Antonio Gramsci, martire antifascista, per esempio). Sentimento di ammirazione che avevo peraltro già espresso in una breve lettera pubblicata dal “Corriere della Sera”, il 28 agosto 2001, insieme a quelle di altri due lettori, nel trigesimo della morte dell’eccelso giornalista e scrittore.

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