IL “BALENTE” GRAZIANO MESINA E LE RICADUTE NEGATIVE SULLA SOCIETA’ SARDA. A CHI SERVE CONTINUARE A COLTIVARE IL MITO DI GRAZIANEDDU?

Graziano Mesina

di ROMINA DERIU

L’articolo di Vanessa Roggeri dal titolo “Il mito inossidabile di Grazianeddu” apparso su “La Nuova Sardegna” dell’8 luglio 2021 suscita alcune perplessità, non ultima quella di contribuire ad alimentare una certa narrazione sul cosiddetto “balente” Graziano Mesina che molto danno ha fatto alla Sardegna e alla società più in generale.

A questo proposito, la domanda pressante e non più rinviabile è: a chi giova continuare a riprodurre l’idea del bandito carismatico che anela alla libertà e che “corre più veloce di chi lo insegue”? A chi serve, ancora oggi, insistere sulla rappresentazione del mito del “bandito buono”?

Questa visione dell’uomo che “resiste” ha delle ricadute negative proprio sulla società sarda; inoltre alimenta l’adesione ad un modello nefasto, soprattutto da parte di coloro che sono più vulnerabili sotto il profilo culturale, e certamente non aiuta quanti quotidianamente contrastano la criminalità sia nell’azione tangibile, sia nell’esercizio del sapere.

Come ho già avuto modo di scrivere recentemente nel libro curato da Antonietta Mazzette su “Droghe e organizzazioni criminali in Sardegna” (l’ultimo lavoro dell’Osservatorio sociale sulla criminalità sarda), il linguaggio è forma e sostanza, è un indizio ed è anche un indicatore di ciò che accade nella realtà, ma è uno strumento da usare con estrema cura e cautela. La potenza del linguaggio è spesso ignorata da molte persone che utilizzano i social e ciò crea disastri, individuali e sociali, sotto molti punti di vista.

Se andiamo a vedere l’ultima sentenza, che ancora una volta ha condannato Mesina alla reclusione, riconosciamo, soprattutto dalle intercettazioni (quindi dalle sue parole) che hanno contribuito a condannarlo, la “vera natura” di Graziano Mesina, assai diversa da quella che si racconta sui social che ripropongono in salsa accattivante (e romantica) una qualche forma di (anti)eroismo.

Ciò che emerge con chiarezza dall’analisi delle sue dirette parole è il profilo di una persona pericolosa che, a capo di una complessa e articolata organizzazione criminale, gestiva traffici internazionali di droga e di armi. Nel contempo usava tutti gli strumenti (anche quelli tradizionali) per incutere paura, controllare il territorio: minacciava di morte chi non rispettava le scadenze nel pagamento della sostanza stupefacente, oltre che tentare di organizzare sequestri di persona e trarre benefici economici o incendiando la sua auto per ottenere denaro facile dall’assicurazione, come un qualunque banale imbroglione.

A titolo di esempio, estrapoliamo dalla sentenza le parole degli inquirenti: “Il Mesina aveva suggerito di imprigionare la vittima in un appartamento insonorizzato e di non manifestarsi ai familiari per lungo tempo, in modo che costoro alla fine, pur di sbloccare la situazione, si sarebbero dovuti rivolgere proprio a lui – “al signor Graziano Mesina” (parole che ricalcano la sua idea di capo) – per pregarlo di fare da intermediario onde ottenere previo pagamento del riscatto, la liberazione dell’ostaggio”.

La domanda che tutti dovremmo semmai farci è come e perché continuino ad esserci persone che con omertà hanno organizzato e coperto la sua fuga e continuino tuttora a farlo, dopo parecchi mesi di latitanza, pur sapendo che questo comportamento non ha niente a che fare con tutte le forze sociali ed economiche che faticosamente cercano di promuovere un’immagine di Sardegna che vuole stare dentro il mondo in modo legale.

Non c’è nulla di nuovo nel fatto che i social alimentino la costruzione del mito di Mesina, ma bisognerebbe aggiungere, come dice il Sostituto Procuratore Gilberto Ganassi del Tribunale di Cagliari, che “è frutto di una diffusa ignoranza dei fenomeni criminali sardi l’aura di “simpatia sociale” che per anni ha avvolto Graziano Mesina. Il mito del bandito che reagisce, magari sbagliando, ad una qualche forma di ingiustizia ha resistito fino all’ultimo al dato di realtà costituito dalla sua figura, certamente meno nobile di trafficante di droga, autore di gravi reati”.

Romina Deriu * Sociologa- Università degli Studi di Sassari

4 risposte a “IL “BALENTE” GRAZIANO MESINA E LE RICADUTE NEGATIVE SULLA SOCIETA’ SARDA. A CHI SERVE CONTINUARE A COLTIVARE IL MITO DI GRAZIANEDDU?”

  1. Comunque pubblicare un articolo di contestazione senza il pezzo originale che viene contestato non è molto corretto perché sembra che io stia esaltando la figura di Mesina quando ovviamente non è affatto così. La signora Deriu purtroppo confonde i ruoli e distorce il senso del mio editoriale, e lo fa con retorica. Mi è stato chiesto di scrivere un pezzo su Graziano Mesina e sulla sua ennesima latitanza in qualità di SCRITTRICE e in quanto tale ho fatto una lettura letteraria del personaggio, analizzando perché il suo carisma criminale lo ha trasformato fina dagli anni ’60 in una figura mitica sia in Sardegna che nel resto d’Italia. Non ho espresso pensieri personali (altrimenti non avrei nemmeno scritto il pezzo), ho elencato i suoi reati dall’omicidio all’estorsione, ho sottolineato che il suo nome compare nella lista dei criminali ricercati più pericolosi, non l’ho neanche chiamato balente come fa la Deriu, l’ho definito criminale e antieroe che per suo carisma e storia ha travalicato i confini della cronaca. Non ho ammantato di romanticismo la vita di Mesina, non ce n’è bisogno: la sua vita sembra davvero un romanzo, la Deriu se ne faccia una ragione, ne ha tutta la forza narrativa e a me interessava mettere in evidenza proprio questo aspetto, perché sono una Scrittrice e non una sociologa. La Deriu è sociologa e da sociologa fa una lettura dei dati per interpretare la società, io interpreto il lato umano per capire meglio la realtà che ci circonda e certi fenomeni sociali. Non è colpa mia se Mesina a 80 corre ancora più veloce di chi lo insegue: è un dato di fatto che dopo un anno ancora lo stiano cercando. Citare passaggi delle sentenze o delle condanne lo lascio fare a lei, io non sono un giudice, i processi li hanno già fatti. Non ho nessuna intenzione di giudicare il condannato o di giudicare i sardi che hanno simpatia per lui: semplicemente prendo atto di quanto accade. Per concludere: le parole hanno un peso, è vero, pesarle è il mio lavoro e di certo non ho bisogno che mi venga ricordato da chicchessia.

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