STORIE DI SANTI, DI PIETRE E DI GIGANTI: VI RACCONTO LA MIA TERRA

l’autrice dell’articolo

di ROBERTA CARBONI

La Sardegna può essere definita come una terra di leggende. A cominciare dalla sua fondazione mitica, passando per le antiche civiltà che la popolarono, non esiste luogo, in questa terra, che non sia legato ad un racconto popolare.

Fin dai tempi più remoti, il mito interveniva a spiegare quel che la conoscenza, ancora, non riusciva a fare, dando vita a mondi fantastici popolati da creature misteriose e da storie affascinanti che raccontano di fate, di giganti e di uomini trasformati in pietra dal sortilegio di una strega o da una punizione divina.

Si tratta di santi, re e regine, streghe, fate, orchi e giganti ognuno dei quali ha lasciato tracce indelebili del suo passaggio.

Tra le leggende popolari nate per motivare la presenza sul territorio di “perdas fittas” – i menhir – la pietrificazione umana come punizione divina è una tra le più diffuse, assumendo connotazioni locali che via via arricchiscono i racconti di tanti particolari.

Le motivazioni per questo castigo eterno sono le più svariate: rabbia, adulterio, cupidigia, lussuria, avarizia, disobbedienza.

Amanti proibiti, regine ribelli, uomini potenti che all’improvviso hanno perso tutto, assumendo la dura forma della pietra per ricordare ai posteri che tutto ha un prezzo.

Ma cosa si nasconde dietro la creazione di queste leggende? Si tratta solo dell’esigenza di giustificare la presenza di questi strani monumenti attraverso il mito oppure esistono significati più profondi, come ad esempio la volontà di sminuire i loro antichi significati pagani? 

Probabilmente si tratta di entrambe le cose. Ma analizziamo questi antichi monumenti nel dettaglio…

Le domus de janas (letteralmente “case delle janas”) sono strutture sepolcrali a camera costituite da vani, talvolta comunicanti, scavate nella roccia, risalenti al periodo compreso tra il VI e il III millennio a.C. caratterizzato dalla cosiddetta “Cultura di Ozieri”. Possono trovarsi in superficie o sotto terra, sia isolate che in grandi concentrazioni costituite anche da più di 40 tombe. Sono spesso collegate tra loro a formare delle vere e proprie necropoli, con in comune un corridoio d’accesso (detto dromos) ed un’anti-cella spaziosa dal soffitto alto, contrassegnata da una porta, talvolta evidenziata dall’ocra rossa.

Il termine “janna” (come anche “enna”, o “jenna”, nelle sue varianti) significa, infatti, “porta”, indicando l’accesso dal quale si entrava all’interno delle tombe. Si tratta, quindi di ambienti complessi che probabilmente riflettevano la struttura delle abitazioni preistoriche, come è evidente dalla suddivisione interna degli ambienti e dall’utilizzo di elementi quali pilastri Spesso le pareti delle domus de janas sono decorate a bassorilievo o dipinte con simboli di divinità aventi valore apotropaico e di rinascita: corna taurine, spirali, motivi geometrici stilizzati.

L’ambiente, nella sua concezione simbolica, alludeva probabilmente alla riproduzione del ventre materno.

Tuttavia, in un’epoca in cui non esisteva ancora la ricerca archeologica, queste antiche sepolture sono diventate nella fantasia popolare dimore di creature magiche e misteriose che popolano i boschi: le janas.

“Le janas erano certe piccole fate, per lo più malefiche, chiamate anche sas bìrghines”.

Così Grazia Deledda descrive queste piccole creature. Secondo Dolores Turchi e Claudia Zedda, invece, le janas sono tendenzialmente buone, ma possono diventare vendicative con coloro i quali non mostrano rispetto del loro potere. Non sono fate, e neppure streghe, sono creature divine depositarie di antichi saperi, spesso poste a custodia di introvabili tesori. Piccole come il palmo di una mano, vivono tra i boschi, abitando casette da loro stesse scavate nella roccia. Si dice siano state le prime abitanti della Sardegna e che proprio loro abbiano insegnato alle donne dei vari paesi gli antichi mestieri: la filatura, la medicina, la lavorazione del pane, l’arte e la profezia.

Con il passare del tempo, soprattutto nel corso dell’Ottocento, molte aree archeologiche, già compromesse dal tempo e spesso parzialmente coperte da terra e vegetazione, sono state interessate da scavi abusivi, attività estrattive di materiale lapideo e attività di pascolo e transumanza. Questo ha determinato una continuità d’uso dei siti archeologici, quali tombe e menhir e nuraghi, che ne ha in buona parte compromesso lo stato conservativo, rendendo talvolta illeggibile la struttura originaria.

Quindi, laddove in passato ci si trovava di fronte a pietre di grandi dimensioni o forme particolari, pastori, contadini o semplici viandanti, presero l’abitudine di fermarsi e riposare per riprendere le forze e, magari, recitare una preghiera di buon auspicio per il viaggio, il pascolo o il raccolto. Soprattutto con l’avvento e la diffusione del Cristianesimo – dapprima limitato alle aree costiere per poi giungere a fatica anche nelle aree più interne – le antiche pratiche pagane si sono unite a quelle della nuova religione, dando vita a manifestazioni, significati e pratiche cultuali diverse e assolutamente originali. In maniera particolare nelle aree più interne, quindi, si è cercato di attribuire un significato cristiano alla pratica dei pastori di fermarsi presso determinate rocce per riposare e pregare. I simboli spesso incisi su queste pietre, così come i segni del tempo, furono pertanto spiegati come tracce del passaggio della Madonna e dei santi, ed è quindi ritenuto giusto fermarsi in quei siti per recitare una preghiera.

Ne è un esempio la domus de janas nota come “S’acqua ‘e is dolus” in agro di Settimo San Pietro, le cui scanalature presenti nell’anti-cella sono state interpretate come il solco lasciato dalle ginocchia di San Pietro che, pregando quotidianamente ai piedi della roccia, vi avrebbe impresso il suo calco. n passato, questa ricorrenza veniva celebrata ogni anno il 29 giugno, festa del santo, con una messa seguita dalla benedizione dell’acqua. Attualmente questa ricorrenza si festeggia nei primi giorni di settembre.

Il nome, invece, deriva dalla presenza di una piccola sorgente vicina la cui acqua, infiltrandosi nelle due camere della tomba, secondo la tradizione popolare, non solo sarebbe potabile ma sarebbe anche in grado di lenire i dolori. Da qui la denominazione “s’acqua ‘e is dolus” che significa “l’acqua che lenisce i dolori”.

Il termine menhir significa «pietra lunga» ed è usato per definire tutti quei megaliti monolitici sparsi in tutta l’area mediterranea per contrassegnare luoghi di sepoltura ed aree sacre. Tuttavia la loro funzione, oltre a quella di segnacolo cultuale, era legata alla volontà di possesso del territorio che le civiltà preistoriche del Neolitico hanno manifestato in luoghi anche molto distanti tra loro, socialmente e culturalmente diversi.

Inizialmente queste pietre fitte rappresentavano probabilmente idoli, sia maschili che femminili, seppur mostrando fattezze astratte e non riconducibili alla forma umana, ma nel loro sviluppo ed evoluzione assumono un’iconografia sempre più definita, fino a diventare delle vere e proprie statue menhir, come nel caso di quelle oggi custodite al Museo della Statuaria Preistorica a Laconi. Anche l’altezza è variabile, partendo da meno di un metro fino a raggiungere, in alcuni casi, gli oltre venti metri, con una struttura che va assottigliandosi verso la cima.

Venivano eretti presumibilmente in gruppi, disposti in maniera allineata oppure a circolo. In quest’ultimo caso si parla di cromlech o circoli megalitici, aventi, forse, la funzione di santuario.

Diffuso soprattutto in Gallura, con alcune eccezioni nel Sud Sardegna, il circolo megalitico è un tipo di sepoltura costituita da una serie di cerchi concentrici di pietre, idonee a reggere un tumulo di terra di copertura, al cui interno era collocato, al centro, un piccolo vano quadrangolare in pietra, detto cista litica, in cui era deposto il defunto.

I circoli erano delimitati da piccole lastre piantate a coltello nel terreno e la terra di copertura formava una serie di collinette disposte l’una accanto all’altra. Tra i circoli si frapponevano due o più grandi steli di granito infisse verticalmente nel terreno – esattamente come i menhir – con la funzione di segnalare le tombe o di rappresentare le divinità.

All’interno delle tombe il defunto era sepolto in posizione rannicchiata e singolarmente (come nei dolmen) a differenza delle domus de janas o delle tombe dei giganti, dove le sepolture erano generalmente di tipo collettivo. La sepoltura rispettava particolari rituali, tra cui dipingere il corpo del defunto con l’ocra rossa.

Oggi gli allineamenti e i circoli, salvo alcune eccezioni, sono in parte falsati nel riposizionamento e nella ricostruzione, al punto che è molto frequente trovarli “in coppia”. Questa consuetudine ha fatto nascere la leggenda, diffusa un pò in tutta l’isola, che queste pietre appartenessero a persone reali, trasformate per sempre da una punizione. Il nome più diffuso con il quale si usa chiamare questi menhir a gruppi di due, sparsi per tutta l’isola, è “su para e sa mongia”, che significa “il prete e la suora”. Non era infrequente, infatti, la notizia di relazioni all’interno di luoghi quali monasteri o conventi. Anche Grazia Deledda, nel suo romanzo “La Madre”, racconta di una maledizione associata ad una relazione clandestina tra un sacerdote, Paulo, e l’avvenente Agnese.

Assai nota è anche la leggenda de “sa perda Iddocca”, “la pietra Iddocca”, che racconta la triste vicenda della regina nuragica Iddocca che, scossa dal dolore per la perdita della figlia, scagliò i massi di un nuraghe in maniera così violenta che poi questi si conficcarono nel terreno, per poi tramutarsi essa stessa in roccia, pietrificata da un dolore così insopportabile.

Tra il 1.800 e il 1.000 a.C., accanto al riutilizzo delle domus de janas, si afferma una nuova tipologia di sepoltura collettiva, che prende il nome di “tomba dei giganti”.

Si tratta di una struttura megalitica con pianta longitudinale absidata e culminante in un’esedra realizzata con lastroni infitti verticalmente nel terreno (tipo dolmenico, più antico) o posizionati con tecnica isodoma (a filari) che vanno in crescendo verso l’interno, sia in corrispondenza dell’apertura centrale sia longitudinalmente. Uno straordinario esempio in tal senso è costituito dalla tomba dei giganti di “Is Concias”.

L’altezza minima del corridoio oscilla tra il metro e il metro e mezzo e quella massima dai 2 ai 3 metri. Anche la lunghezza è variabile, per un massimo di 30 metri.

La facciata può essere caratterizzata dalla presenza di una stele centinata affiancata da lastre di altezza decrescente oppure realizzata attraverso blocchi di pietre squadrate e sbozzate. Osservata dall’alto la struttura riprende la forma stilizzata della protome taurina o, secondo recenti teorie, dell’utero femminile.

La struttura è spesso fiancheggiata da betili, pietre verticali infisse nel terreno aventi funzione sacra, simili ai menhir.

Nelle leggende popolari sarde i nuraghi e le tombe dei giganti vengono spesso chiamati con il nome di “sa domu e s’orku”, che è stato poi tradotto come “la casa dell’orco” (o gigante).

Questa denominazione era dovuta non solo alle dimensioni dei blocchi di pietra con i quali erano costruiti questi monumenti megalitici, ma anche dalla presenza di ossa (umane ed animali) all’interno della camera funeraria o di alcune aree dei nuraghi.

In un momento in cui l’archeologia ancora non aveva mosso i suoi primi passi e in un contesto di totale incertezza sulla storia isolana, si è diffusa, quindi, la credenza che certi luoghi fossero le dimore o le tombe di creature mitologiche, i giganti, appunto, che si nutrivano di uomini, le cui ossa, appunto, furono trovate all’interno della camera.

Nel corso degli ultimi trent’anni, inoltre, si è diffusa, anche in ambienti accademici e scientifici, la convinzione che in Sardegna fosse presente una non meglio identificata forma di gigantismo. Questa teoria, tuttavia, non è comprovata da alcun ritrovamento archeologico.

Quel che è certo, però, è che la Sardegna è una terra unica ed affascinante, una terra non soltanto da osservare con stupore e meraviglia, ma da vivere, conoscere e scoprire.

Vivo a Cagliari e sono un’appassionata di Sardegna. Quest’isola mi appartiene ed io appartengo a lei. Il legame che ci unisce dura da tutta la vita e proprio per questo ho scelto di raccontarla. 

Mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali e poi mi sono trasferita a Siena, dove sono diventata una storica dell’arte, e poi a Torino, dove ho vissuto per un po’.

Ho ragionato a lungo sulla possibilità di restare a vivere e lavorare lì, ma alla fine ha prevalso il legame con la mia terra e sono tornata a casa con un’idea che poi è diventata un’autentica missione: comunicare la bellezza dei luoghi magici ed insoliti di cui la Sardegna è ricca.

Così sono diventata una guida turistica e ho cominciato a sperimentare la possibilità di contribuire, nel mio piccolo, a far amare anche agli altri le cose che io per prima guardavo con stupore. Una volta a casa ho continuato il percorso formativo nel turismo, diventando progettista di piani di sviluppo turistico territoriale e ho preso un master in Management del Turismo. Da allora mi occupo anche di formazione, progettazione e consulenza nel settore turistico.

Sono stata per quattro anni co-fondatrice ed amministratrice di un’azienda per la quale ho curato prettamente la progettazione e conduzione di visite guidate a tema e, come docente, la formazione delle guide turistiche.

Me&Sardinia è la mia impresa turistica attraverso la quale spero di contribuire a diffondere la mia idea di turismo, improntata prima di tutto sull’auto-consapevolezza. Ritengo che chi apprezza il luogo in cui vive sia il primo vero ambasciatore del territorio. Sono fermamente convinta che il primo turista sia il cittadino residente, spesso inconsapevole delle risorse locali e desideroso di apprenderle. Per questo mi dedico alla creazione di percorsi turistici tematici, principalmente nel centro e sud della Sardegna non solo per chi ancora non conosce la Sardegna ma anche per gli stessi sardi.

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