VITA, OPERE E DUALCHI: INNI, CANZONI E SONETTI DI CELESTINO CADDEO (1862 – 1945)

di MATTEO PORRU

L’uomo in uniforme che urla dal dolore si chiama Celestino Caddeo, ha ventiquattro anni e una gamba rotta. Anzi, distrutta. Gliela amputeranno presto, pur di salvargli la vita. Ma la vita, quella di prima, non torna più. E non tornano più la carriera militare, i piani per il futuro, la vita grande che aveva davanti. Perchè Celestino, un futuro, lo aveva eccome. Ma un giorno è andato via.

Celestino nasce a Dualchi nel 1862, in pieno maggio. Sua madre, Francesca, scrive poesie. Suo padre, Fedele, scrive atti. E se nasci a metà Ottocento e tuo padre è un notaio, tra l’altro a Dualchi, dove è un gigante della comunità più che un’istituzione, hai la strada spianata. Dovresti, almeno. Perchè in un giorno qualunque da liceale, Celestino torna a casa da Bosa e suo padre non c’è più. E non ci sono più i guadagni, le sicurezze, gli studi pagati che dovrà lasciare. E il dolore inizia a scavare. Fa quel che può, Celestino, cerca una strada che sia sua e solo sua e si arruola. Sogna in grande ma dura poco. Dura fino alla gamba rotta dopo una caduta da cavallo. Dura fino a quando non molla. E Caddeo molla. Lascia l’accademia e torna in paese. E il dolore continua a scavare sempre più dentro, sempre più a fondo.

Fino a quando Celestino non decide di riempire il vuoto e lo riempie leggendo, studiando quello che lo appassionava anni prima: letteratura, storia ma soprattutto poesia. Italiana e locale. La studia, sì, ma la compone da tempo, come la madre gli aveva insegnato, anche a voce o sul momento. Scrive inni, canzoni, sonetti, gioca in logudorese con la metrica e con le rime. La sua seconda casa è la tipografia. Dedica una raccolta di canzoni alla vita di Eleonora d’Arborea “sarda eroina”. Compone un insieme di inni per Orotelli, che lo rapisce dopo una breve visita nel 1904. Scrive di Bosa, di Bortigali.

Collabora a lungo con la rivista culturale “Sa musa”, sperimenta con le ottave, traduce in sardo Ovidio e, più avanti, anche Properzio. Sono molte e belle le sue poesie d’occasione: “Nuraghe so, sos seculos isfido”, scritta nel 1092 davanti al nuraghe Ponte; “S’Italia e s’immigrazione”, una splendida e straziante visione dell’Italia novecentesca che vive i distacchi, di novità e di dolori. Ma la più bella è un inno al suo paese, “Dualchi”, una descrizione sentita e appassionata della natura e della gente con cui è cresciuto e con cui invecchia. E che rappresenta e difende per anni in consiglio comunale. Ma il tempo passa e Celestino si chiude in se stesso, sempre di più. Quando muore, nell’ottobre del 1945, il paese perde un’altra istituzione, un altro gigante. La comunità non lo dimentica: gli dedica la biblioteca del paese e un pezzo di cuore enorme.

C’è chi è cresciuto, a Dualchi, con la storia di Zelestinu. C’è chi, le sue poesie, le ricorda a memoria. C’è chi, oggi, se gli si chiede di lui, ci pensa un istante. E poi sorride.

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