IL PAMPHLET DI ANDREA PUBUSA, “PALABANDA. LA RIVOLTA DEL 1812. FATTI E PROTAGONISTI DI UN MOVIMENTO CHE HA SCOSSO LA SARDEGNA”, OFFRE UNA PREGEVOLISSIMA SINTESI DEL PERIODO 1793-1812

di LUCIANO CARTA

Nella quarta di copertina di questo libro (Cagliari, Arkadia, 2019), al termine della breve scheda dedicata all’Autore prof. Andrea Pubusa, si legge, tra l’altro: «Questo è il suo primo saggio storico». Questa notazione, ammesso, e non troppo concesso, che uno studioso della sua autorità e fama, abbia sentito, per così dire, l’esigenza di bussare alla porta degli storici isolani timidamente e quasi chiedendo scusa, è un elemento significativo. Forse l’ha fatto per ragioni di età, essendo noi ormai dei giovani che portano sulle spalle tre volte venti più undici/dodici primavere. Fugit inesorabile tempus!

Essendo stato io, in senso metaforico, incaricato di aprire la porta di quel sodalizio, mi sento subito di potergli dire che è ben accetto e che l’umiltà implicita in quella precisazione mi pare eccessiva. Ho letto tutto d’un fiato questo saggio di 124 pagine e posso onestamente affermare che il libro costituisce, a mia conoscenza, l’ultimo valido contributo scientifico alla storia della nostra Isola di quel periodo così particolare della nostra storia che tutti conosciamo come periodo della “Sarda Rivoluzione”. Si tratta di un agile pamphlet, redatto con scrittura piana ed efficace, chiaro e anche perentorio nelle argomentazioni, che ben s’inserisce nella storiografia molto abbondante relativa a quel periodo. Meno frequentato dagli storici è stato l’argomento specifico del libro, la cosiddetta «Congiura di Palabanda» del 1812. L’argomento specifico, tuttavia, non deve trarre in inganno. Il libro, infatti, come dice il sottotitolo, narra «Fatti e protagonisti di un movimento che ha scosso la Sardegna». Un pamphlet, dunque, che ripercorre in una pregevolissima sintesi tutto il periodo compreso tra il 1793 e il 1812, considerato che l’episodio di Palabanda costituisce, per così dire, l’atto conclusivo di quel movimento riformatore che ha interessato la Sardegna. Questo volumetto, nel quale l’Autore dimostra sicura padronanza della impressionante produzione storiografica su quel periodo, sempre presente negli interessi degli storici sardi ma particolarmente approfondito negli ultimi trent’anni, a partire dal secondo centenario della Rivoluzione francese, offre con una scrittura divulgativa, ma oculatissima nella fedeltà alle fonti, un’interpretazione complessiva di quel periodo, a tratti molto personale, però sempre molto convincente. Il lettore, quindi, si trova davanti ad una solida interpretazione della “Sarda Rivoluzione”, molto fruibile per qualunque lettore, che può finalmente e senza rimpianti evitare di attardarsi nei faticosi apparati critici degli storici di professione.

Se questa è la prima caratteristica da porre in rilievo del libro, ve n’è una seconda che lo rende singolare e accattivante. Mi riferisco alla motivazione che sta all’origine di questo lavoro. Nell’Introduzione Pubusa rivela con grande candore che a spingerlo a questo lavoro di «comprensione interpretativa», per dirla con Max Weber, del periodo della “Sarda Rivoluzione” è stata una motivazione strettamente personale. In primo luogo la scoperta che colui che viene storicamente riconosciuto come il “capo” della presunta “congiura” di Palabanda, l’avvocato Salvatore Cadeddu, nel tentativo di sfuggire alla feroce repressione sabauda, trovò rifugio nelle campagne di Nuxis, paese natale dell’Autore, esattamente nel salto di Tattìnu, ospitato nello stazzo di Luigi Impera, un capraro nuxese il cui furriadroxiu era vicino alle proprietà della famiglia Pubusa. Nel salto di Tattìnu il buon capraro Impera aveva nascosto l’avvocato Salvatore Cadeddu e il figlio Gaetano in una grotta conosciuta come Su tuttoni de Conch’e Cerbu.

In aggiunta a questa scoperta, fatta grazie all’importante lavoro dello storico sassarese Federico Francioni Per una storia segreta della Sardegna tra Settecento e Ottocento, uscita nel 1996, Pubusa ne ha fatto un’altra. Il luogo degli incontri dei presunti “congiurati” del 1812 era sotto lo studio da lui occupato per tanti anni nella Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari. La sede del “club”, come lo chiamano le fonti del periodo, dei “congiurati”, era la casa della vigna dell’avvocato Salvatore Cadeddu, sita a Palabanda, a ovest dell’abitato di Stampace, presso l’odierno Orto botanico. Una serie di circostanze, dunque, che lo spingevano, per legittima curiosità personale, ad un approfondimento storico-scientifico di quella vicenda nel suo complesso e dell’episodio di Palabanda nello specifico.

Questa duplice motivazione di carattere autobiografico che l’Autore pone all’origine del suo saggio contiene, a mio giudizio, una preziosa indicazione di carattere metodologico capace di coinvolgere nell’approfondimento della storia anche i più giovani, in particolare quelli delle Scuole. La “confessione” dell’Autore, infatti, è in primo luogo l’inveramento di quel fondamentale principio enunciato da Benedetto Croce, che dice: «La storia è sempre storia contemporanea». La conoscenza storica, cioè, nasce sempre da un’esigenza di comprensione di noi stessi e del mondo in cui viviamo; nasce sempre da un bisogno pratico di volgersi al passato per fare chiarezza, a livello personale e collettivo, sull’universo di valori civili e politici nei quali e per i quali viviamo, realizzando così quello che è, secondo l’insegnamento del grande Marc Bloch, il vero scopo della scienza storica: avere coscienza che la vita delle persone e dei popoli altro non è che una «solidarietà tra le generazioni». Sotto questo profilo, questo libro costituisce un esempio di come si può far appassionare alla Storia i giovani delle Scuole e delle Università.

Credo di sapere che qualcuno manifesterà dello scetticismo di fronte a questa indicazione metodologica di cui io ritengo questo libro sia portatore. Com’è possibile che la Grande Storia, la storia d’Europa di fine Settecento e di inizio Ottocento possa essere illustrata avendo come focus una vicenda della piccola e remota Sardegna?

Questo “piccolo libro”, secondo il mio parere, risponde egregiamente a questo importante quesito. Le vicende europee s’intrecciano con tutta la “Sarda Rivoluzione”, con il riformismo illuminato che l’ha preceduta e con le vicende che l’hanno seguita fino all’atto finale della Congiura di Palabanda. Come si inseriscono l’Europa e la storia generale in questa vicenda particolare?

Sono sufficientemente note le linee essenziali di quel ventennio di storia che si apre con il tentativo d’invasione francese della Sardegna nel gennaio-febbraio 1793 e si conclude con la “misteriosa” Congiura di Palabanda.  Nell’inverno 1793 i Sardi, praticamente da soli, difendono, qui al Sud Quartu e Cagliari, dall’invasione di un corpo di spedizione francese, e al Nord La Maddalena dall’invasione di un corpo di spedizione di franco-corsi con la presenza del giovane Napoleone, salvaguardando l’indipendenza della loro terra. Mi pare che la volontà di indipendenza, nonostante l’allettante promessa della «libertà francese» (almeno per qualche frangia della popolazione), sia il primo VALORE identitario che emerge dalla narrazione.

Le idee politiche della Grande Rivoluzione, tuttavia, non furono assenti in Sardegna: esse ebbero attuazione in un lembo remoto e quasi separato della nostra Isola: la prima Repubblica sorella dell’Isola di San Pietro, che fu dotata di una Costituzione repubblicana da Filippo Buonarroti.

Ci chiediamo: quale importanza può aver avuto questo breve esperimento repubblicano in terra sarda? Per comprenderlo è opportuno ripercorrere i densissimi anni della storia sarda tra il 1793 e il 1795.

Scongiurato il pericolo di invasione i Sardi, come scrive Pubusa, «presentarono il conto» a Vittorio Amedeo III di Savoia, re di Sardegna. Autoconvocatisi tra aprile e maggio, contro la volontà del Viceré, gli Stamenti, ossia il massimo organo legislativo, essi, in rappresentanza di tutta la “nazione sarda” chiedono ciò che alla classe dirigente di allora stava più a cuore: il rispetto della Costituzione del Regno di Sardegna attraverso le famose Cinque Domande, la prima piattaforma politica autonomistica della Sardegna contemporanea. La battaglia autonomistica costituisce un valore fondante della nostra identità e, come è accaduto per gran parte degli Stati d’Europa, anche la Sardegna elabora gli aspetti essenziali di essa agli albori del mondo contemporaneo, che ha come punti di riferimento due Rivoluzioni settecentesche, quella americana e quella francese.

Sarà proprio il diniego delle Cinque domande da parte di Vittorio Amedeo III, sovrano assolutista che non intendeva concedere alcun margine di autonomia alla Sardegna, a generare, l’anno appresso, l’insurrezione cagliaritana del 28 aprile 1794, la cacciata dei Piemontesi. Queste prime due tappe del cosiddetto triennio rivoluzionario sardo stanno a fondamento di due valori condivisi da tutta la classe dirigente di allora e dalla “nazione” sarda nel suo insieme, che sono ancora vivi nella coscienza civile dei Sardi: il forte sentimento di identità nazionale dei Sardi, per cui non vogliono essere “soggetti” a nessuno; la rivendicazione della propria autonomia politica, istituzionale e culturale nell’alveo, ovviamente, della mentalità e della cultura politica e istituzionale del tempo.

Secondo Pubusa, un aspetto importante, forse poco messo in luce dalla storiografia sul “triennio” importante, è dato dalla forte partecipazione al moto politico del “popolo” cagliaritano, che coadiuva l’azione di governo con numerosi capi-popolo, mastri artigiani e uomini della società civile, che fungono da capi delle milizie cittadine create in quel periodo e in diverse altre incombenze. Salgono alla ribalta personaggi del tutto nuovi come Vincenzo Sulis, Raimondo Sorgia e numerosi altri, alcuni dei quali ritroveremo nella “congiura di Palabanda”. Si tratta dei “sanculotti sardi”, come un po’ provocatoriamente li ha chiamati Federico Francioni. Ed è proprio la connessione tra la “sanculotteria” cittadina e i “popoli” delle campagne cherende accattivante il saggio di Pubusa.

Egli, infatti, dopo aver sottolineato l’importanza del popolo cagliaritano nella prima fase della “sarda rivoluzione”, che culmina con l’assassinio del Pitzolo e del marchese della Planargia nel luglio 1795, ne esalta ulteriormente la funzione quando, tra la fine dell’estate 1795 e la prima metà del 1796, entra in scena un’altra componente popolare: il “popolo” delle “ville”, con la sollevazione delle campagne del Logudoro, che succede alla fase “cittadina” della “Sarda Rivoluzione”. Il “popolo delle campagne” si solleva contro gli abusi feudali, essendo il feudalesimo il vero ceppo che impedisce alla Sardegna un pieno ingresso nella modernità. Ad assicurare questo “ingresso”, dunque, sarà il popolo de “sas biddhas”.

Una rivoluzione atipica, quella delle “ville” del Logudoro: esse, infatti, non si abbandonano ad atti di violenza contro il “nemico” rappresentato dalla “feudalità”, ma si affidarono ad uno strumento “legale”: gli “Atti di unione e di concordia”, nati nel novembre 1795: si tratta di un passaggio della ”Sarda Rivoluzione” al quale la ricerca storica non ha prestato l’attenzione dovuta. Gli Atti nell’autunno-inverno del 1795 saranno lo strumento attraverso cui le “Ville” del Logudoro intendono ottenere l’abolizione del sistema feudale non in modo violento, ma a titolo oneroso, ossia tramite l’indennizzo ai feudatari del valore di ciascun feudo che le “Ville” stesse avrebbero pagato nell’arco di un trentennio. Si tratta, a ben vedere, di un atto intrinsecamente “rivoluzionario”, ma di una “rivoluzione” che si intendeva portare avanti in modo “legale”. Ciononostante l’ala più moderata del progressismo sardo non è pronta, o non è disponibile, per una svolta così radicale, per quanto “legale”. Sarà proprio questo elemento di assoluta novità nella dialettica sociale e politica di quell’anno a creare una grave frattura all’interno del movimento riformista.

Gran parte della classe dirigente di allora non voleva il superamento del sistema feudale; ne auspicava, sì, una “moderazione”, una composizione concordata degli “abusi”, non sic et simpliciter l’abolizione. Questo, del resto, è il messaggio che sta alla base dell’inno di Francesco Ignazio Mannu, secondo il suo notissimo incipit: “Procurade moderare / barones sa tiranìa”; “a terra sos malos usos / a terra sos oppressores!”. Anche se nella lunga e argomentata composizione poetica è decisa la condanna di un sistema storicamente ingiusto, rapace, vessatorio, sovrapposto al diritto consuetudinario della Sardegna giudicale. Un’ingiustizia che dev’essere sanata e mitigata, altrimenti essa avrebbe comportato – come in quei mesi già avveniva – uno scossone sociale e politico le cui conseguenze erano facilmente intuibili. “Mirade chi sas aeras / minettana temporale, / mirade chi no est giogu, / chi sa cosa andat de veras! / Zente cunsizzada male / iscultade sa ’oghe mia!”.

Di fatto lo scossone violento avvenne alla fine di dicembre 1795, quando un esercito contadino, guidato da due “giacobini sardi”, che ancora a lungo faranno parlare di sé, il ventiseienne notaio cagliaritano Francesco Cilloco e il ventiquattrenne avvocato sassarese Gioacchino Mundula, conquistò Sassari, la cittadella della reazione in cui si era rifugiata la nobiltà feudale più retriva, costretta pertanto a fuggire onde evitare l’instaurazione di un non improbabile governo del “Terrore”, com’era avvenuto in Francia tra il 1793 e il 1794.

Dalla parte dell’abolizione del feudalesimo secondo le modalità indicate negli Atti di unione si schierò decisamente il capo riconosciuto, sebbene fino ad allora fosse rimasto alquanto nell’ombra, del progressismo spinto del “partito patriottico”: il giudice della Reale Udienza Giovanni Maria Angioy. Nel bel profilo che l’Autore ci presenta nel capitolo IV del suo libro, il magistrato di Bono appare come un uomo aperto al clima culturale europeo, pienamente immerso nel “secolo dei lumi”. E fu proprio lui a essere chiamato a comporre la sollevazione delle campagne nel Logudoro. Con quali strumenti egli volle attuare tale composizione del conflitto sociale nel periodo in cui, tra marzo e giugno 1796, fu mandato dal governo viceregio e dagli Stamenti a governare Sassari?

Si tratta di un passaggio importante nella vicenda della rivoluzione sarda. Ebbene, Angioy era intimamente convinto della necessità di superare il sistema feudale; egli non era andato a Sassari, come ebbe a dire egli stesso, a fare da esattore ai feudatari. Tuttavia non voleva, in quel contesto, procedere ad un’abolizione violenta di quell’anacronistico sistema.

Egli propugnava un superamento di quel sistema politico e sociale con strumenti “legali”, secondo l’indicazione che proveniva dagli Atti di unione e di concordia, che nel frattempo venivano imitati da numerose altre “Ville”. Nei tre mesi di governo del Logudoro Angioy promosse incessantemente la redazione di tali atti da parte dei Consigli comunitativi dei villaggi. Quando poi il 2 giugno 1796 egli uscì da Sassari per rappresentare a Cagliari, davanti al Viceré e agli Stamenti, le rivendicazioni delle popolazioni del Logudoro, egli aveva come arma proprio gli “Atti di unione e di concordia”: dove le ville che attraversava non l’avevano ancora adottato, lo faceva adottare, come risulta nel caso di Macomer e dei villaggi del Campidano Maggiore ad opera di Domenico Vincenzo Licheri, Ufficiale di Giustizia di quel feudo. La “rivoluzione” di Angioy, dunque, voleva essere, almeno nella fase sarda, una “rivoluzione legale”; gli Atti di unione e di concordia costituivano il vero grimaldello con cui l’Angioy voleva sradicare la mala pianta del feudalesimo.

Sappiamo quale fu l’esito del “sogno” di abolizione per via “legale” e “pacifica del feudalesimo da parte dell’Angioy: la rivalsa feudale, la sua fuga in Francia e la feroce repressione contro ogni tentativo di riforma adottato dal governo viceregio, atteggiamento che ebbe poi a consolidarsi a partire dal 1799, ossia dal soggiorno della Famiglia Reale a Cagliari, dopo che Napoleone aveva scacciato Vittorio Emanuele IV dal Piemonte.

Ebbene, secondo la lucida interpretazione dell’Autore, è a seguito di questa svolta fondamentale delle vicende sarde di fine Settecento che può trovarsi l’origine della nuova direzione assunta dalla lotta politica nell’Isola. Tramontato il sogno di una “rivoluzione legale”, tutto il fuoruscitismo sardo, il cui capo riconosciuto è Giovanni Maria Angioy esule in Francia, si proporrà un solo obiettivo: la lotta armata attraverso la sollevazione delle campagne – come tentarono di fare Francesco Cilloco e l’ex parroco di Torralba Francesco Sanna Corda nel 1802 in Gallura – e l’aiuto di una potenza straniera, nel caso specifico la Francia. Angioy fino alla morte propugnerà la descente en Sardaigne di un corpo di spedizione francese coadiuvato dai fuorusciti e dai “patrioti” rimasti nell’Isola, di cui il “gruppo di Palabanda” costituisce senz’altro la componente più nota.

Nel primo decennio dell’Ottocento, dunque, con l’arrivo della Famiglia Reale a Cagliari, il contesto generale dell’Isola sembrava orientato verso una precoce fase di Restaurazione, tre lustri in anticipo rispetto all’Europa.

Si tratta in realtà, come argomenta Pubusa, di una percezione in parte errata. Un numero neppure troppo esiguo di “progressisti” ha mantenuto fede alla vocazione riformista e con lo sguardo sempre rivolto alla difficile situazione interna e alle vicende internazionali, durante il governo viceregio di Carlo Felice, tristemente noto per la sua ottusità e crudeltà, e del fratello Vittorio Emanuele I, nel segreto continuava a ritenere possibile una “rigenerazione” della Sardegna.

Nella vigna di Palabanda un folto gruppo di questi progressisti irriducibili continua a esaminare la situazione e a pensare a possibili soluzioni. Nel 1812, il tristemente famoso annu doxi, la terribile carestia che ha colpito l’isola ha ingigantito il malcontento popolare. La gente muore letteralmente di fame nelle strade. Si pensa probabilmente ad un nuovo 28 aprile contro la tracotanza piemontese. Si guarda anche con simpatia al regime costituzionale instaurato in Spagna, dove nel marzo di quell’anno i patrioti spagnoli hanno adottato la famosa Costituzione di Cadice contro l’invasione napoleonica. Si guarda anche con interesse alla Costituzione siciliana varata sul modello inglese e accettata dai Borbone, anche se in pratica imposta da Lord Bentinck nella Sicilia divenuta protettorato inglese. Anche nella Sardegna dell’età napoleonica la sopravvivenza della Corte sabauda era in mano inglese. Quella Corte, tuttavia, era del tutto refrattaria a qualunque disegno riformatore che ponesse in discussione il governo assoluto. Ciononostante nel cosiddetto club di Palabanda, costituito da avvocati, docenti universitari, notai, professionisti, pescatori e numerosi “mastri” artigiani, si discuteva di superamento dell’assolutismo retrivo dei Savoia e vi si respirava un forte desiderio di libertà e forse affiorava anche un progetto di istituzioni liberali e parlamentari sull’esempio delle due Costituzioni spagnola e siciliana.

In conclusione, l’originalità di questo libro risiede soprattutto nel delineare una nuova e convincente interpretazione della cosiddetta “Congiura di Palabanda”, fondata su una nitida riepilogazione dei valori e delle aspirazioni della “Sarda Rivoluzione”. La vicenda dei martiri di Palabanda, come quella di quanti, all’interno degli avvenimenti di quel ventennio –  ma non solo –  hanno immolato la vita per degli ideali di libertà, reca in sé un grande insegnamento di cui i posteri devono raccogliere l’eredità, anche se le nostre “rivoluzioni” e i nostri “martiri” sono stati sempre dei “perdenti”. Il senso complessivo di questo agile e appassionante saggio, il suo insegnamento più profondo possiamo riassumerlo nella bella chiusa del capitolo V, dove l’Autore scrive, di questi patrioti sardi, martiri della libertà, quanto segue: «In fondo la loro aura eroica deriva proprio dalla loro propensione al sacrificio per gli altri. Sono, a ben vedere, un po’ come il sarto di Ulm: si sono muniti di ali e hanno tentato di volare; lo hanno fatto anzitempo e sono caduti rovinosamente al suolo ma, anche grazie a loro, l’uomo poi, finalmente, ha spiccato il volo» (p. 44).

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