LA LUNGA “NOTTE” ITALIANA DELLA PANDEMIA ED IL GOVERNO DEGLI STRUZZI: L’ULTIMA FATICA LETTERARIA DI LUCA RICOLFI

di GIANRAIMONDO FARINA

Se c’è un libro da consigliare al presidente Draghi per un’attenta lettura, estendibile ai membri dell’attuale governo, proprio in occasione delle contemporanee e famigerate aperture e della cosiddetta “ripartenza”, ve ne sarebbe uno che dovrebbe suscitare non poco interesse. Si tratta dell’ultima “fatica” letteraria del professore sociologo Luca Ricolfi. Un’opera dal titolo quantomai “interpretativo”, La lunga notte delle nifnfee, acconpagnata, però, da un sottotitolo quanto mai più esplicito: come si malgoverna una pandemia. Luca Ricolfi è un sociologo stimato ed apprezzato nel suo campo che, da tempo, si occupa, precipuamente, di analisi dei dati.

Nel titolo emblematico del libro egli adopera la similitudine dello stagno e delle ninfee per spiegare, in modo del tutto originale e reale, il diffondersi, ormai senza controllo, della pandemia. E l’esempio è, quantomai, calzante ed appropriato. Inserita una ninfa nello stagno di notte, in quella stessa notte avviene un aumento rapidissimo della presenza di quelle figure, tanto da occuparne l’intera superficie lacustre. A quel punto, è l’esito “infelice” di questa storia, lo stagno diventa un ambiente malsano, sporco ed inquinato. E’, sostanzialmente, la metafora di un titolo che ben si adatta alla diffusione della pandemia da Covid-19.

Ancora più pregnante è l’immagine di questo “custode” dello stagno, il governo italiano, che ha rimandato, di volta in volta, il proprio intervento per controllare il contagio, rendendo la situazione molto difficile. Si arriva, quindi, al primo assunto elaborato da Ricolfi: a causa di un intervento poco veloce e deciso, il contagio si è diffuso, provocando, di conseguenza, un blocco economico e sociale.

La tesi del sociologo, infatti, è che, fin dall’inizio l’esecutivo italiano avrebbe dovuto intervenire con “pugno duro”, anche tenendo conto da quanto stabilito dal precedente Comitato Tecnico Scientifico, tenendo conto di quanto avvenuto nei paesi asiatici, dove il virus si era già diffuso. Purtroppo, la politica italiana non ha tenuto conto di ciò, temporeggiando e non incidendo nel concreto e nell’immediato. Nello specifico l’autore rimarca come non si sia agito da subito nella prima fase per quanto concerne tamponi e tracciamenti.

Ancora più grave e deleterio, però, è stato l’insistere con gli stessi sbagli dopo l’estate scorsa, quando già si preannunciava la seconda ondata. Il tutto con l’obbiettivo “effimero” di “salvare il turismo”. Affermazione avvalorata solo “sulla carta” con la falsa notizia che, per via del “miracoloso” caldo, l’epidemia si sarebbe estinta. Teoria suffragata da alcune uscite “estemporanee” di certi “esperti” del settore che davano il Covid-19 già per morto.

Ecco che, quindi, si arriva alla questione “nodale” di tutto, riconducibile alla riapertura delle scuole. Anche in questo caso si è aspettato ulteriormente fino a giungere, a metà novembre, ad interventi poco incisivi ed a chiusure solo parziali. A ciò va aggiunto l’ulteriore errore, purtroppo, di non aver aumentato il numero di tamponi, riducendolo a quasi la metà.  Anzi, alcuni studiosi hanno sottolineato l’inutilità di questa scelta ribadendo, invece, l’importanza de tracciamento per la ricerca dei positivi o asintomatici: scelta che, peraltro, non verrà seguita.

L’obiettivo, pertanto, dell’opera lo evidenzia Ricolfi stesso in prima persona: “Ricostruire la visione dell’epidemia e della società che ha portato i governanti italiani a non agire, o a non farlo in tempo; identificare gli errori e le omissioni che da ciò sono derivati e, soprattutto, provare a calcolare i costi dell’inazione”. Un monito che potrebbe essere esteso anche all’odierno, cosiddetto “governo dei migliori” ed al suo attuale commissario all’emergenza, molto propenso a fare proclami ed a dare numeri quotidiani.

Particolare, poi, sempre secondo Ricolfi, è stato l’atteggiamento delle autorità sanitarie e del mondo scientifico, che hanno assunto posizioni differenti arrivando, purtroppo, a perdere una battaglia.

Con un’epidemia in atto, quindi, sempre secondo Ricolfi, sarebbe stato opportuno che i vari attori in gioco, pur partendo da posizioni differenti, fossero convenuti nell’unico obbiettivo di debellare il virus, fino a portare il numero degli infetti ad un livello minimo, proprio come è avvenuto in Gran Bretagna, guarda caso fuori da una politica comunitaria come quella dell’UE e più, con le cosiddette “mani sciolte” in materia di gestione della pandemia. In sostanza, andando sempre più nello specifico, per pigrizia, sciatteria e, soprattutto, per convenienza, l’Italia ha preferito ignorare gli appelli degli scienziati e degli esperti, richiedenti l’utilizzo di un modello di risposta di carattere asiatico (più controlli, frontiere chiuse, tracciamenti, quarantene rigide), accodandosi all’esempio degli altri. Un accodarsi, purtroppo, opportunista e degenerativo del modello europeo. Un modello degenerativo sintetizzato da queste parole: più poteri attesi e rassicurazione, terrorismo, lockdown e riaperture.  Parole precise e concise, con operazioni messe in atto da un esecutivo, il Conte 2, incerto che prima passa a minimizzare (quando, invece, avrebbe dovuto mettere in atto misure di controllo), poi, all’improvviso, passa al terrore (con bollettini quotidiani su morti e contagi), mette in atto un lockdown duro (il più pesante di tutti per durata ed intensità tranne, forse, la Spagna) ed, infine, con molta lentezza, riapre. Quando non vi erano le condizioni per farlo e non vi sono neanche adesso, ora che l’eredità del governo giallorosa è stata presa da questo esecutivo politico a guida “tecnica”. Tutti questi aspetti hanno portato Ricolfi a definire i componenti dell’esecutivo del Conte 2 (definizione che, comunque, si può adattare benissimo anche ai membri del governo Draghi), come degli struzzi e degli incapaci. Struzzi, perché la classe politica italiana, già da tempo, ha rinunciato a mettere in atto strategie di lungo periodo. Incapaci, se, poi, il loro operato si raffronta all’atteggiamento di una politica del calibro di Angela Merkel. La cancelliera tedesca, infatti, viene ricordata nel libro per il suo approccio serio, onesto e, soprattutto, scientifico alla pandemia. Aspetto che è mancato in Italia: quello di avere esperti con conoscenze minime per capire l’aritmetica della pandemia. Deficit che, purtroppo, continua a non essere colmato neppure nel cosiddetto governo dei tecnici e dei bravi, dove l’unico a “sparare” numeri è il generale Figliuolo.

Purtroppo, nel caso italiano (ma non solo), operando in un piano europeo o sovranazionale, si è rimasti incistati nelle logiche del principio della libera circolazione delle persone e del rispetto della cosiddetta “privacy” che, soprattutto, in questo caso, sono stati più di ostacolo alla limitazione del contagio. L’obbiettivo primario delle grandi nazioni europee è stato quello di agire su due binari: evitare il collasso del sistema sanitario e salvare l’economia.

Per Ricolfi si continua, quindi, a vivere nel dilemma finale fra ottimismo della volontà e pessimismo della ragione. Ottimismo della volontà dove si spera e si augura un “cambio di passo” delle politiche di governance della pandemia, sull’esempio di quanto avvenuto negli altri Paesi.  E pessimismo della ragione dove stà prevalendo un’attesa passiva, quasi fallimentare e messianica del vaccino, fra consegne, sospensioni cautelative e mancati rispetti dei contratti. Vaccino visto come “Deus ex machina” e “Santo Graal”.

Attesa  che, purtroppo, come stà avvenendo anche con il governo dei  cosiddetti “migliori” ed i proclami annunciati del generale- commissario, tende sempre più a deresponsabilizzare i decisori politici di un Paese  caduto in una continua “notte pandemica ragionata”.

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