“FIT DE MARTU E FIT SU DEGHESSETTE”: IN RICORDO DELL’UNITA’ D’ITALIA (17 MARZO 1861) E DELLA GIORNATA NAZIONALE DELLE VITTIME DEL COVID (18 MARZO 2020)

poesia di GIUSEPPE FLORE, commento di GIANRAIMONDO FARINA

Fio minore

M’ammento su liberu

m’ammento s’istivale

e m’ammento sos colorese

Cando s’Italia

 Invasa e cumandada

Che petta e cazza

Ispartida fatta a cantos e umiliada

A gherradu pro che’ogare s’invasore

Fit de Martu

 e fit su deghesette

De su milliottighentosessant’unu

Totu unidos ant gherradu pro un’idea

De sos milli no bi’nde mancada unu

Ominese ideasa

Sambene

Archibusu e pugnale

De isposa

 Ant coloradu s’istivale

Semusu in Martu

E’ndamus deghesette

De s’annu duamitza e vintunu

A un’Italia ferida e inbrenugada

L’ana dadu sos colores de sa luna

Contu gai no nos manca fantasia

Groga e ruia e a dies aranzina

Su biancu est toccadu a issa e bia

In custa die pro nois de ammentu

Chi nos bidede unidos totu impare

Isperamusu

de’inches custa gherra

Dende de bianca luna

 Su colore a s’istivale

Fit de Martu

 e fit su deghesette…

E’ bello e significativo ricordare il centosessantesimo dell’Unità d’Italia e la Giornata nazionale per le vittime del Covid in date ravvicinate (17 e 18 marzo) con questo, altrettanto toccante e realistico componimento del caro e sempre apprezzato Giuseppe Flore, la cui vena poetica è, ormai assodata e consolidata.

In questa poesia ci sono “pathos” e coinvolgimento. “Pathos”, come la sua origine greca, indica passionalità, concitazione, grandezza ed anche sofferenza.  Tutti aspetti che ben rientrano nelle due giornate di cui abbiamo fatto memoria in questi giorni.

La poesia di Peppe è, quindi, un “percorso a ritroso”.

Partendo da quel titolo Fit de martu e fit su deghessette (Era di marzo ed era il diciassette): il 17 marzo 1861, giorno dell’Unità Nazionale, coronamento delle lotte e delle battaglie risorgimentali. Momento solenne cui ha partecipato da protagonista il nostro grande anelese Giuseppe Sanna Sanna.

Ebbene, parlando di questo, il poeta fa un ricorso al passato, al suo passato, che è un po’ anche il nostro.

E sono ricordi: ricordi, in cui vi era un’Italia divisa, invasa e “comandata come carne da caccia” (invasa, divisa e cumandada). Emblematico il riferimento al verbo “comandare” ed alla locuzione sarda “che petta e cazza”: l’Italia era una preda da spartire , “luogo di caccia” delle potenze straniere (Austria “in primis”).

Una terra spartita, divisa in pezzi ed umiliata, che ha lottato per allontanare l’invasore. Anche qua la locuzione in lingua sarda rende bene: fatta a cantos, divisa a pezzi.

A questo punto, dal quadro della propria infanzia, il poeta ci porta, in questo perfetto e ben congeniato flashback, a quel 17 marzo 1861, quel giorno di centosessanta anni fa, a quel momento solenne. Un momento dove tutti i “padri” della Patria si sono trovati: Garibaldi, Cavour, Vittorio Emmanuele II. Tutti, tranne uno, Mazzini, le cui idee, però, saranno rappresentate in Parlamento dall’estrema sinistra, in cui siederà anche Sanna Sanna. “Questi”- ribadisce il poeta- “tutti uniti hanno lottato per un’idea, l’idea di un’ Italia libera ed indipendente (ant gherradu pro un’idea”).

E continua: dei mille non ne manca uno (de sos milli non bi nde mancada unu). Il riferimento ai Mille é quanto più efficace  e di duplice significato. Da un lato, più o meno, si indica la consistenza parlamentare  di Camera e Senato del nuovo Regno d’Italia che, proprio in quel momento solenne, vedeva la presenza di tutti i rappresentanti della Nazione. D’altro lato, il termine  “mille” indica i volontari garibaldini artefici dell’impresa meridionale. Uomini che, con il loro sacrificio di sangue, con il fucile ed il pugnale, “han colorato di sposa lo Stivale”. Anche qua, l’immagine offertaci dal poeta è quantomai veritiera e simbolica. E corrisponde a quella di un matrimonio annunciato e promesso da secoli, ma che si realizza dopo tanto ed in modo drammatico e cruento: con il sangue, con il fucile ed il pugnale (sambene, archibusu e pugnale).  Un matrimonio fra gli ideali di un’Italia libera, indipendente e sovrana e lo “status”, allora, della penisola, definita solo qualche decennio prima da Metternich una “mera entità geografica”.

Infine, l’ultimo quadro offertoci da Peppe, quello dell’attualità; quello del marzo 2021 , del 17 marzo. E’ l’immagine di un’Italia, dopo centosessant’anni, ferita ed inginocchiata. Non più, però, invasa ed umiliata; ma dolorante e provata al cospetto della pandemia (Italia ferida e imbrenugada). Italia, anch’essa colorata  proprio come quella penisola di centosessant’anni fa, divisa in più Stati e più colori: gialla, rossa e, a volte arancio (groga e ruja e a dies aranzina). Con il bianco, al momento, capitato solo a lei, la Sardegna: riferimento quanto mai familiare all’isola, “madre d’Italia”. Terra che, in tutti i sensi, ora, stà combattendo la sua personale battaglia per preservarsi dalla pandemia, come centosessant’anni fa e dopo, i suoi figli valorosi si batterono per l’Italia.

Ed il finale è un finale di speranza dove il poeta, per vincere la guerra (perché di guerra, ancor oggi, si tratta), rievoca il ricorso all’unità di tutti in questo solenne e lungo giorno del ricordo che, dal 17 marzo, si protrae, idealmente, al 18 marzo. Sembrerebbe, infatti, anche che, in modo del tutto originale, il poeta voglia invocare il legame fra queste due giornate, quella del 17 , dell’Unità, e quella del 18 marzo, della lotta al Covid. Con l’intento finale che dalla Sardegna, dal cui Regno è derivato il Regno d’Italia, si possa estendere si possa estendere a tutto lo Stivale quel colore bianco come la luna (dende de bianca luna su colore a s’Istivale). Una Sardegna che, ancora oggi come centosessant’anni fa, tende la mano all’Italia prostrata e ferita: dopo la notte della luna spunterà il sole della vittoria.

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