DONNA E DETERMINAZIONE: UNA VITA PER IL GIORNALISMO PER ALESSANDRA GHIANI, DIRETTRICE DEL GIORNALE “ANTAS”

Alessandra Ghiani

di MICHELA GIRARDI

Alessandra Ghiani, originaria di Segariu, ha 46 anni ed è una delle rare donne sarde a tenere il timone, in qualità di direttrice, di un giornale cartaceo, “Antas”. Appassionata di lettura, ha dedicato tutta la sua vita al giornalismo e alla cura del testo. Con lei abbiamo parlato di giornalismo, cultura e femminismo.  Conosciamola meglio.

Quando e come hai approcciato il mondo del giornalismo? Come hai iniziato questa tua luminosa carriera? Il mio primo approccio al giornalismo è avvenuto grazie alla testata “Mediterranea Online”, diretta da Gianmarco Murru. Ho cominciato a scrivere per la rivista nel 2011, quando ancora non pensavo a una vera e propria carriera nel settore. Ho sempre scritto per passione, affascinata in particolare dalla cultura in tutte le sue espressioni, e l’esperienza fatta con quella grande famiglia che è “Mediterranea” mi ha insegnato tanto. Qualche anno dopo, nel 2014, mi contattò Pierpaolo Fadda, pochi mesi prima che “Antas” facesse il suo debutto. Lui era alla ricerca di giornalisti e aspiranti tali per la rivista che avrebbe diretto fino al 2018, anno della sua prematura dipartita, e un amico comune gli fece il mio nome. Mi mise alla prova con una intervista alla scrittrice Cristina Caboni e non dimenticherò mai le preziose osservazioni che lui riservò a quel primo lavoro per “Antas”, dandomi indicazioni che mi guidano ancora oggi. Nel tempo è nata una grande amicizia e la collaborazione con Pierpaolo, e con tutta la redazione di “Antas”, ha avuto un peso non indifferente nella scelta di iscrivermi all’Ordine dei giornalisti.

Sei una tra le poche donne a dirigere un giornale cartaceo in Sardegna. Come sappiamo, le disparità di genere si avvertono più che mai nel lavoro. Quale è stata la tua esperienza, in quest’ottica? Ti sei mai sentita presa meno sul serio in quanto donna? Per quanto riguarda la mia esperienza da giornalista, no. Come ho già detto, la mia collaborazione con “Mediterranea Online” è stata assolutamente positiva e mi capita ancora di scrivere, ogni tanto, per la rivista. Oggi sono l’unica donna in quello che chiamo – prendendo in prestito l’espressione dalle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin – il mio “concilio ristretto”: ne fanno parte l’editore di “Antas”, Claudio Pia, il direttore artistico, Simone Riggio, e il photo editor, Nicola Castangia. Persone a cui mi lega ormai una consolidata amicizia e con cui mi pregio di lavorare. Il mio ruolo di coordinamento delle attività è comunque sempre supportato da un confronto con i miei collaboratori: non ci sono posizioni di predominio, ma un fertile gioco di squadra.

Cosa significa per te dirigere Antas? Per certi versi è un privilegio, ma non nego che all’inizio mi sono sentita un po’ spaesata. Avvertivo tutta la responsabilità dell’eredità ricevuta: sotto la direzione di Pierpaolo sono usciti diciannove numeri, e sebbene io fossi la sua più stretta collaboratrice, soprattutto nell’ultimo anno, non ero certa di poterlo davvero sostituire in un ruolo così delicato e di grande responsabilità. Ho cominciato a respirare dopo l’uscita del ventesimo numero, il primo firmato da me. Ho un debito di gratitudine nei confronti di tutti i miei collaboratori, molti dei quali scrivono per la rivista dal primo numero. La stessa disponibilità che avevano nei confronti del precedente direttore è stata riservata a me e questa è la gratificazione maggiore. Altri li ho incrociati lungo la strada e sono state scoperte piacevoli. A tutti loro do indicazioni di massima, lasciando alle rispettive penne la libertà che meritano. Solo una cosa “pretendo” sempre: che nel raccontare le storie mettano un pizzico di cuore. Quella di “Antas” è una lettura lenta e chi sceglie la rivista cerca emozioni, sia attraverso i contenuti sia grazie alle immagini. Ci impegniamo a curare al meglio anche quest’ultimo aspetto: fotografie di qualità che non siano un semplice corredo ma vere e proprie narrazioni.

Pensi che il cartaceo abbia ancora un futuro?  Rispondere a questa domanda non è semplice, soprattutto in un Paese in cui si legge poco e sempre più velocemente. In ogni caso credo che nulla possa davvero sostituire il cartaceo: sfogliare una rivista, ma anche un libro, è già un’immersione in un mondo altro fatto di profumi, di esperienza tattile, di impatto visivo – e non solo per via delle immagini e/o delle illustrazioni –. Io lavoro davanti a uno schermo per molte ore, leggo su diversi supporti – PC, tablet, smartphone, ebook reader –, ma nessuno di questi strumenti è paragonabile a una pagina stampata. Immagino che, come è accaduto per altro, il cartaceo finirà con l’avere il sapore nostalgico del passato e come tale tornerà di moda. Personalmente mi auguro che si giunga a un equilibrio, ossia che le risorse online o comunque fruite attraverso apparecchi digitali possano convivere con la tradizione, se così la possiamo definire. Rispondendo a questa domanda mi è venuto in mente mio padre: seguiva in TV tre TG nazionali e due regionali al giorno, ma acquistava anche almeno un quotidiano. Non sarebbe stato necessario farlo, era già informatissimo, eppure dedicava a quella lettura, pagina dopo pagina, un tempo lunghissimo. Per come stanno oggi le cose, credo che il futuro del cartaceo dipenda in larga parte dalla sensibilità delle persone al riguardo.

Nel tuo percorso lavorativo ci sono due costanti: l’attenzione per le donne e lo spazio dedicato alla nostra Isola. Perchè? “Antas” è nata per raccontare la Sardegna e le persone che, nate o residenti nell’Isola, esprimono un talento in ambito culturale. Questa è la linea guida tracciata fin dall’inizio, anche se nei primi numeri si è dato maggiore spazio alla musica rispetto ad altri argomenti. Anche quando si sono intervistati personaggi non sardi, come Eugenio Finardi ad esempio, la scelta è stata fatta in base al legame che questi hanno o avevano con l’Isola. Per quanto riguarda l’attenzione verso le donne è anch’essa in parte ereditata, almeno per ciò che riguarda la rivista. Pierpaolo ha riservato ampi spazi ai talenti femminili, io faccio lo stesso non per emulazione ma perché è una scelta che ho sempre apprezzato. Questo non significa che in ogni numero debba esserci per forza un perfetto equilibrio nella rappresentanza dei due sessi: talvolta prevalgono le storie che hanno come protagonisti gli uomini, altre volte le donne. Posso però affermare che in Sardegna ci sono tantissime donne con talenti straordinari; auguro ad “Antas” una vita lunghissima per poterle raccontare tutte!

Parliamo del progetto “Andando via. Omaggio a Grazia Deledda”, di cui curi l’ufficio stampa.  “Andando via. Omaggio a Grazia Deledda” è stato per me un dono. Mi ha permesso di conoscere più a fondo Maria Lai e Grazia Deledda, e di immergermi nella bellezza dell’arte, della letteratura e della tessitura unite da un filo che ha scavalcato i millenni: l’ingegno umano e, in questo caso specifico, delle donne. Mi ha anche permesso di lavorare a stretto contatto con l’ideatrice del progetto, Giuditta Sireus – diventata nel tempo una cara amica –, che ha scommesso su di me come addetta stampa quando ritenevo di non avere sufficiente esperienza per un progetto così importante. Per curare un ufficio stampa essere giornalisti non basta, sebbene sia a mio avviso auspicabile ancorché non obbligatorio se non si lavora per la pubblica amministrazione: ci vuole tempo per costruire una buona rete di contatti con le varie redazioni e accettando di mettermi in gioco ho scommesso su me stessa. Anche in questo caso non è mancato il sostegno, soprattutto da parte di una collega – e amica – che mi ha elargito preziosi consigli. Posso dire di essere cresciuta tanto insieme ad “Andando via”, sia perché mi ha insegnato a muovermi in un altro ambito della professione giornalistica sia perché ho potuto incontrare persone straordinarie e costruire, nel tempo, rapporti che sono diventati solide amicizie oltre che collaborazioni professionali durature.

Cosa vuol dire per te, oggi, essere femministi? Non ci sarebbe bisogno di essere femministi se si conoscesse il significato e il valore della parola “rispetto” e se si smettesse di considerare noi donne un’appendice dell’uomo, quando non direttamente un oggetto. Questa condizione non è determinata solo dagli uomini: la “cultura” maschilista è trasversale, frutto di vecchi retaggi a cui non è facile ribellarsi, sempre che si riesca a maturare quantomeno il desiderio di farlo. Molte donne sono private fin dalla nascita degli strumenti necessari per elaborare un pensiero critico autonomo; allo stesso tempo, molti uomini crescono con l’idea di poter sopraffare, sminuire, sottomettere – anche in tutte le accezioni più aberranti del termine – le donne. Tutto questo rende quasi impossibile un reale cambiamento della società. Vorrei essere più ottimista, ma ho difficoltà a ipotizzare un futuro in cui non ci sarà bisogno di lottare per ciò che dovrebbe essere ovvio e nell’ordine delle cose. Una lotta che si fa, o si dovrebbe fare, contrastando tutte le azioni negative ma anche proponendo esempi positivi.

Ti occupi anche di organizzazione di eventi culturali e presentazione di libri. Prima di parlare dei tuoi progetti passati e futuri, vogliamo chiarire una volta per tutte come per svolgere questo mestiere serva tanta preparazione, oltre alla passione? Perchè i mestieri legati alla cultura, in Italia, sono ancora sottovalutati da vari punti di vista? Ho organizzato personalmente qualche evento culturale, ma a seconda della portata dell’evento io stessa preferisco che siano altri, più preparati di me per questo specifico compito, a occuparsene. È una questione di coscienza ma soprattutto di ruoli: ognuno dovrebbe svolgere il proprio mestiere e studiare in continuazione per farlo al meglio. Oggi si assiste troppo spesso alla fiera della mediocrità: tutti pensano di poter presentare un libro, fare un’intervista, scrivere un comunicato stampa, progettare un grosso evento con l’assurda convinzione che non siano richieste competenze solide e specifiche per i mestieri della cultura e della comunicazione. Certo, di fatto queste cose possono essere fatte da chiunque, ma con quali risultati? Mi piacerebbe vedere più umiltà e incontrare persone che, se vogliono intraprendere un determinato percorso o raggiungere certi obiettivi, abbiano il buon senso di impegnarsi per imparare a fare ciò che desiderano, anche chiedendo un consiglio a chi ha più esperienza. Personalmente mi è capitato in più di un’occasione di dare una mano a giovani ragazze e ragazzi che si sono rivolti a me per avere indicazioni su come strutturare un articolo o un comunicato. Io gioisco di fronte a questi atteggiamenti, dimostrano la serietà con cui si cerca di affrontare un mestiere o anche un singolo impegno.Ritengo sia fondamentale considerare ogni giornata come un punto di partenza e non di arrivo: non si finisce mai di imparare, pertanto non si dovrebbe smettere mai di documentarsi. Questa è una regola da cui non posso prescindere: osservo chi ha più esperienza di me e studio in continuazione. E pur non essendo una dilettante nei settori in cui mi muovo, sono sempre abbastanza critica verso me stessa e cerco di migliorare dove ritengo di avere ancora delle lacune.A proposito della parola “dilettante“, di recente Marcello Fois ha pubblicato una sua interessante analisi del termine sull’Espresso. Cito qua un passaggio: “Il dilettante concepisce l’equazione «mi piace quindi lo faccio», il professionista pensa, al contrario, che ci sono un sacco di cose non dilettevoli che sono, tuttavia, maledettamente utili. E sa che se non impara ad affrontare la fatica, e il fallimento che ne consegue, sarà molto difficile uscire dalle secche consolatorie del dilettantismo. Il professionista è attrezzato per il fallimento.” La cultura in Italia è diventata tutta un “mi piace quindi lo faccio”. La società e le istituzioni sono le prime ad accettare questo sistema e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Sei un’accanita lettrice. Quali scrittrici, del passato e del presente, hanno avuto maggior ascendente su di te? Una fra tutte è senz’altro Grazia Deledda. Non solo per i suoi romanzi, ma anche per la caparbietà con cui ha perseguito i propri obiettivi. Voleva fare la scrittrice e varcare il mare: ha fatto entrambe le cose pur partendo da una condizione svantaggiata, nascere donna in un contesto socio-familiare e in un momento storico che di certo non favorivano tali ambizioni. Mi sento di citare anche Bianca Pitzorno, che dovrebbe essere letta dall’infanzia all’età adulta. I suoi libri sono un grande faro contro le discriminazioni, i pregiudizi e le disparità di genere.

Tra le altre cose, ti occupi anche della cura e della revisione di altrui opere. Cosa pensi del panorama culturale e letterario sardo e cosa dei libri pubblicati in self? La revisione dei testi è una delle mie attività preferite. È stimolante e molto istruttivo, sia per l’attività in sé sia per il confronto con gli autori. Per quanto riguarda il panorama culturale e letterario sardo ritengo sia molto vivace e con numerosi talenti, alcuni dei quali non sempre apprezzati quanto meriterebbero. Nel caso della narrativa, non è comunque facile conquistare un posto nel cuore dei lettori; credo però che sia molto importante, anche in questo caso, avere un atteggiamento positivo e andare avanti per la propria strada senza arrendersi mai. La storia della letteratura mondiale è colma di opere rifiutate più e più volte che poi non solo hanno trovato un loro mercato, ma sono addirittura arrivate a essere considerate capolavori, destinate a fama imperitura.Personalmente, se avessi un lavoro da pubblicare, non credo che opterei per il self publishing. La supervisione di una casa editrice è molto importante, innanzitutto perché è difficile, se non impossibile, essere obiettivi con i propri testi. Inoltre, preparare un libro per il mercato prevede di norma l’intervento di tanti professionisti: editor, correttore di bozze, grafico, impaginatore ecc. Un autore non può fare tutto da solo, e se lo fa non è detto che il risultato sia poi apprezzabile. Capisco però che talvolta l’autopubblicazione possa essere un mezzo per farsi conoscere dal pubblico.Affermo invece con certezza che non potrei mai ricorrere all’editoria a pagamento. Cito, a tal proposito, una frase tratta dalla lettera testamento di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che in vita non riuscì a vedere pubblicato il suo capolavoro, Il Gattopardo: “Desidero che si faccia il possibile affinché sia pubblicato il Gattopardo […]; beninteso ciò non significa che esso debba esser pubblicato a spese dei miei eredi; considererei ciò come una grande umiliazione”. Un pensiero che condivido.Il Gattopardo fu rifiutato da Mondadori e da Einaudi per essere poi pubblicato postumo da Feltrinelli nel 1958. Nel 1959 vinse il Premio Strega e dalla pubblicazione a oggi ha venduto dieci milioni di copie. Vedo in giro troppi libri zeppi di refusi, se non di errori. Mi domando quale piacere si possa provare nel vedere il proprio nome sulla copertina di un prodotto editoriale scadente. Credo sia un altro aspetto del “mi piace quindi lo faccio”, anche quando si è privi di talento, di una conoscenza almeno accettabile della grammatica italiana e, soprattutto, della volontà di migliorare prima di proporsi ai lettori.

La domanda – l’ultima – che pongo a tutte le intervistate, quella che più mi piace: cosa significa per te essere donna oggi? Quali i nostri diritti, doveri, peculiarità e limiti? Essere donna è per me sinonimo di autodeterminazione, quella che da sempre, in tanti, cercano di sopprimere. Il diritto che ritengo fondamentale, e che ne racchiude molti altri, è la libertà: di pensiero, di azione, di giudizio. Il dovere che mi sento di citare: essere sempre fedeli a sé stesse e ai propri desideri. Peculiarità: la capacità di risollevarci dopo ogni caduta. Per quanto riguarda i limiti, uno in particolare mi colpisce: la paura della solitudine. Ho visto molte donne accettare compromessi per me inaccettabili pur di avere un compagno o una compagna. Non giudico questa scelta, ma un po’ mi rattrista.

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18 risposte a “DONNA E DETERMINAZIONE: UNA VITA PER IL GIORNALISMO PER ALESSANDRA GHIANI, DIRETTRICE DEL GIORNALE “ANTAS””

  1. Complimenti Alessandra. Quando le persone intorno a te ti elogiano significa che sei veramente eccezionale e dalla profondità delle parole che hai pronunciato un quest intervista capisco perché. Complimenti.😘😊

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