BIFOTO 2020 A MILANO, DEDICATA ALLE IMMAGINI DELLA SARDEGNA

di SERGIO PORTAS

La verità
È che ti fa paura
L’idea di scomparire
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire
La verità
È che non vuoi cambiare
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
A cui non credi neanche più

Così canta Brunori Sas, e sembra che ce l’abbia con i tempi che stiamo correndo in realtà la canzone è uscita nel 2017), comunque sia è lei (la canzone) che ha ispirato il duo Stefano Pia e Vittorio Cannas a intitolare la manifestazione di quest’anno del Bìfoto 2020 dedicata alla fotografia in Sardegna, che già da una decina d’anni si tiene a Mogoro. In genere si svolgeva in primavera ma quest’anno l’inaugurazione è stata per in autunno, usando come l’edizione scorsa, a cornice delle foto, le vie del centro storico, “en plair air”, cosicché se voleste avere un’idea di “Quale verità è nascosta nella borsa di una donna” (foto di Laura Wilhelm, una delle vincitrici) dovreste fare un salto in via Fratelli Cervi. E così via per gli altri 12 espositori. L’unico fotografo espositore presente all’inaugurazione, Marco Valle (con “Mare Mostrum”in via Gramsci), ne dice un gran bene: “Secondo me è una bellissima iniziativa, proprio perché è fatto una realtà come quella di Mogoro, un Paese con 4000 abitanti che apre le porte alla cultura dell’immagine a livello mondiale; ho visto delle mostre di fotografi da vari parti del globo, con una qualità molto alta. È come una finestra che si apre su diverse realtà e lo si fa in un ambiente, che non è abituata, parlo specialmente delle persone più anziane, a vedere determinati tipi di immagini e permette loro di aprirsi ad altre realtà. Apre la mente ed obbliga ad interpretazioni personali sulle mostre esposte, spesso con immagini diverse dai soliti canoni e spesso discusse” (Cfr. Marco Valle su Sardegna Reporter).

Nell’intento di allargare il numero di visitatori e di far conoscere anche in continente una realtà così di nicchia, i due fondatori hanno pensato di proporre le foto di Luigi Corda: “Centenari”, anche esse presenti a Mogoro, all’interno del 15° Photo Festival di Milano che quest’anno titolava: “Scenari Orizzonti Sfide, il mondo che cambia”. Allo spazio Raw di Porta Ticinese.

Nel ricco catalogo che dà conto di oltre cento cinquanta eventi sparsi per ogni parte della città così hanno voluto rappresentare il lavoro del fotografo cagliaritano: “Un progetto fotografico che mescola il ritratto alla storia. Corda racconta, attraverso un lavoro attento e curioso, cento centenari sardi. Il ritratto e la fotografia sociale si caricano di uno sguardo antropologico: i ritratti “close up” in bianco e nero cercano di svelare attraverso uno sguardo, un sorriso, un gesto, l’identità del centenario, arricchita da un racconto sulla sua vita, le abitudini, la dieta, i ricordi, i racconti e le curiosità. Le fotografie mostrano la straordinaria vitalità di queste strepitose persone, portando allo stesso tempo l’attenzione sulla senilità e sulla vita dell’anziano oggi”. Non è una prima volta in verità per i “Centenari” di Corda a Milano, c’erano già stati nel febbraio del 2014 (la mostra si chiamava: “A Kent’Annos”) e nella sede del Sardegna Store di piazza Diaz, l’allora presidente sardo Ugo Cappellacci, in previsione dell’Expo 2015, che aveva l’incredibile finalità di “Nutrire il pianeta”, presiedé l’iniziativa che mirava a far conoscere i segreti della regione con il maggior tasso di centenari al mondo: i prodotti di qualità della Sardegna. E in quell’occasione Luigi fu così gentile dal regalare al vostro cronista il suo “librone”, Silvana Editoriale, presentazione di Giulio Angioni. Scrive l’autore nella premessa: “D’inverno li trovi seduti davanti al camino, intenti a osservare il fuoco con la stessa meraviglia che si legge negli occhi di un bambino, mentre d’estate stanno seduti in giardino, a contemplare i mille colori della campagna: è questo il quadro che mi si è presentato la maggior parte delle volte durante le mie visite…”.

Un vero peccato che il virus che sapete abbia drasticamente limitato i viaggi aerei, fatto sta che né Luigi Corda né nessun altro di Bìfestival sono oggi presenti all’inaugurazione, oggi nove di ottobre, per lo spazio Raw c’è Matteo Deiana, che col festival sardo è uso collaborare, nato a Milano, il babbo di Ardauli e la mamma di Modolo (non so se arriva a 200 abitanti, a un passo da Bosa, ovunque filari di malvasia). È lui che spiega ai presenti le modalità di scelta delle 15 fotografie (sulle 100 del libro) che sono state esposte alle pareti. Scendendo giù per una stretta scala scura, in una sorta di cantina per nulla illuminata, scorre un video in cui alcuni dei centenari di cui sopra raccontano, in sardo, le loro esperienze di vita. Le medesime che sono riportate sotto i loro ritratti, con una sinteticità persino offensiva.

Uno per tutti, ziu Boriccu, al secolo Salvatore Spano, di Serdiana, che pare fissarti negli occhi, i capelli bianchi che si mischiano ai baffi e ad una barba davvero rigogliosa. Ti guarda dall’alto dei suoi centouno anni (il libro è stato finito di stampare nel 2009), lui è nato nel 1907, dice la didascalia: sposato nel 1934 ha avuto 10 figli, 25 nipoti, 23 pronipoti. Era viticultore, bracciante, operaio. Un giro in bicicletta ogni giorno che dio ti manda. Cosa che gli ha permesso di ritornare al suo paese, quando lavorava a Cabras per la bonifica, tutti i sabati, per poter lavorare i suoi campi. Sempre a cavallo del suo biciclo. E con le strade di allora non doveva essere stata una passeggiata. Un’altra cosa che fa ogni giorno è bere un bel bicchiere di vino rosso, gli piace abbinarlo con una testina d’agnello o un piatto di fegato. In televisione ama guardare i quiz e i balli sardi. Che sono tra i suoi ricordi più belli quando ballava, ballava, ballava. Ha fatto viaggi in Italia e in Germania, sospetto in visita di un qualcuno di quei suoi dieci figli. Che debbono essersi sparpagliati per il mondo. Non tutti comunque, che segreto di ognuno di questi centenari è quello di vivere in famiglia, di ignorare persino il significato della parola ospizio, forse in sardo neppure esiste. Quando ero piccolo sentivo dire che quel tale era finito “al ricovero”. Ed era vergogna per la sua famiglia. E il pensiero corre da sé a quei “ricoveri” dove il virus ha mietuto come la falce il grano maturo. Che la nostra modernità lì, all’ospizio, fa finire i nostri vecchi. E non si fa fatica a capire come il non poter neppure avere una visita dai parenti sia tra le maggiori pene che debbono aver patito in tempo di pandemia. Ah se queste foto potessero tutte parlarci! Una comunque lo fa anche a me, a pag.82 del libro c’è “zia Ersilia”. Sono i Ruggeri “di mamma”. La sorella di mamma, zia Nera, una Cherchi, aveva sposato tale Silvio Ruggeri, avrebbe avuto bottega di sartoria all’inizio di vicolo Montevecchio, alla fine del quale sono nato io e tutti i miei fratelli, tutti guspinesi. “Zietto” Silvio era fratello di quest’Ersilia. Qui è scritto sia nata nel febbraio del 1908, quindi nel periodo in cui mi capitava di andare a far merenda a casa sua aveva una quarantina d’anni, pane e marmellata o pane e burro e anche pane e zucchero. Anche lei come zia Nera aveva fatto la cernitrice a Montevecchio. Il che voleva dire alzarsi nel mezzo della notte e fare a piedi la salita che da Guspini portava al sito minerario, in tasca poco pane e formaggio. Al ritorno, la sera, magari con in testa una fascina di legna per il fuoco. Ricordo ancora che in casa avevano una macchina da maglieria, sempre in azione. E mia cugina Rosaria ci faceva calzettoni e maglioni. Mi pare di ricordare anche che fossero tanto “ricchi” da avere già l’acqua corrente in casa, da noi toccava ancora procurarsela “a marighedda”, e fortuna che “su grifoi” era nella piazzetta antistante la bottega di zietto Silvio. È dalle donne che si mettevano in fila chiacchierando che ho imparato a parlare in sardo, anche le male parole. La “guerra per l’acqua” allora si risolveva in un afferrarsi per i capelli, oggi, tra le nazioni, volano i missili. In questa foto zia Ersilia mi guarda in modo severo, a labbra strette, forse si ricorda di quel coltellino col manico di maiolica celeste che era sparito da casa dall’oggi al domani. Confesso, l’ho rubato io. Allora Guspini era tutta una banda di mocciosi che andavano per il paese giocando a configgere i loro coltellini nelle porte e nei portoni più vecchi delle case. E a me, i miei, di coltellini proprio non me ne volevano comprare…

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