IL CULTO DEL SARDUS PATER: TRA LEGGENDA E STUDI SCIENTIFICI NEL TEMPIO DI ANTAS A FLUMINIMAGGIORE

di ANNA MARIA TURRA

A Fluminimaggiore c’è il tempio di Antas dedicato all’adorazione del Sardus Pater detto Babai, un dio dei Sardi Nuragici. Nel sito archeologico sono state ritrovate piccole lance e giavellotti, ma anche un delfino e una piccola ancora, quasi a voler indicare la natura marinara del dio, ma interessante è il ritrovamento di due piccole statue delle divinità guaritrici Shadraphà e Horon, che indicherebbero la benevolenza del dio verso il suo popolo.

Altri studiosi sostengono che il Sardus Pater sia solo il frutto di una leggenda che intende attribuire a una divinità la fondazione del popolo sardo.

In ogni caso si tratta di un dio eponimo, che derivando dal greco “sopra” più “nome”,  incide su di un luogo, una  città, un movimento artistico e determina nomi di dinastie o oggetti.

Situato nel Sulcis e menzionato dal geografo Tolomeo, il tempio di Antas è sempre stato oggetto di ampi dibattiti che stabiliscono indicativamente la sua collocazione punico romana: nell’ambito di ricerche tra le rovine si trovò un frammento dell’epistilio. Letteralmente “al di sopra della colonna”, l’epistilio è comunemente detto architrave e costituisce la struttura della trabeazione che compone insieme al fregio e alla cornice, l’elemento architettonico orizzontale di raccordo tra i sostegni verticali, cioè tra colonne o pilastri.

Nelle dense pagine di Raimondo Zucca sulla scoperta e il restauro del celebre monumento al Sardus Pater,  nella collana “Sardegna archeologica. Guide e Itinerari” di Carlo Delfino, nell’89 il tempio si tratteggia così: “La ricerca del tempio di Sardus Pater è stata la più appassionante questione di topografia antica della Sardegna. È difficile spiegare il fascino che ha avvinto uomini di tutti i tempi, gettatisi alla ricerca di città o templi perduti: ricordiamo la scoperta di Troia, dopo tre millenni di vane ricerche, ad opera di Heinrich Schliemann, la individuazione di Pompei e la localizzazione delle bibliche mura di Gerico, la città più antica del mondo.”

Ipotesi ardite vennero nel tempo abbandonate e riprese da studiosi classici arrivando al noto generale Lamarmora che si decise a condurre indagini ponendo l’accento sull’importanza che il tempio di Antas oggi riveste.

“Nel 1838, Alberto Lamarmora nelle sue peregrinazioni attraverso l’isola, intento a compilare il Voyage en Sardigne, giunse in una foresta verde cupo di querce assai pittoresca; alcuni di quegli alberi, crescendo in mezzo allo stesso tempio, ne hanno accelerato la distruzione; al primo sguardo, non si vede altro che un ammasso di frammenti di colonne accatastate con i resti di cornici e capitelli; ma esaminando questi resti con un po’ di cura, si riconosce che il basamento dell’edificio è, per così dire, completamente intatto. Il Generale Lamarmora si rammaricò che in quel sito disabitato non potesse trovare un gruppo di persone indispensabili per spostare i pesanti blocchi, onde rintracciare, in particolare, i frammenti dell’iscrizione dell’architrave, solo in parte evidenti, che avrebbero restituito la titolatura del tempio.

L’anno successivo, il Generale incaricò il più prestigioso architetto di Cagliari, Gaetano Cima, di recarsi nella valle di Antas per rilevare il tempio e per sovraintendere alle operazioni di ricerca dei frammenti mancanti all’epigrafe del frontone. La fatica del Cima non fu coronata dal successo e nel 1840, nel secondo volume del suo Voyage, il Lamarmora poté pubblicare, insieme ai rilievi ed alle proposte di ricostruzione del tempio redatti dal Cima, una assai parziale lettura dell’epigrafe, attribuita ad Antonino Pio (138-161 d.C.) od a Marco Aurelio (161-180 d.C.)”

Era il 1954 e lo scetticismo del percorso logico-interpretativo per la riconoscibilità dei luoghi culto preposti ad una eventuale divinità, per la quale vi sia una sostanziale carenza di fonti scritte, viene temperato da una studentessa dell’Università di Cagliari (L. Caboni) nell’ambito delle ricerche per preparare la propria tesi di laurea. Poi altri scavi nel 1966 permetteranno il completamento della ricomposizione del frontone.

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