PROFESSIONE TATUATRICE: CON REBECCA TODDE (IN ARTE “MOBSCENE”), EQUILIBRI, COLORI E ARTE IN DIVENIRE

ph: Rebecca Todde

di MICHELA GIRARDI

Tortoliese classe 1997, Rebecca Todde (in arte Rebecca Mobscene) ha preso in mano per la prima volta la macchinetta per i tatuaggi quando ancora frequentava le scuole superiori. Armata di talento, curiosità e di una determinazione fuori dal comune, ha mosso i primi passi nel mondo della tattoo art, fino a ritagliarsi uno spazio ben definito nel settore, dove oggi è molto apprezzata e richiesta. Con il gruppo Sonos Tattoo Art, che lei definisce “una famiglia”, lavora in Ogliastra e sogna una vita dove l’arte sia il perno sul quale far girare ogni cosa. Con lei oggi parliamo del suo esordio in questo coloratissimo mondo, di arte, di donne tatuatrici e di equilibri (da ricercare non solo sulla pelle).

Hai iniziato a tatuare giovanissima. Come ti sei avvicinata a questo mondo e come è nata questa passione? La tua famiglia ti ha appoggiata nella scelta di questo mestiere, visto ancora come particolarissimo? Sì ho cominciato quando ancora frequentavo le scuole superiori. Era l’estate a cavallo tra la fine della terza e l’inizio della quarta alberghiero, lavoravo in un locale sulla spiaggia. Ho sempre avuto la passione per le arti a 360 gradi, creavo perline di fimo, ogni tanto qualche scultura col das, suonavo tanto la batteria ma soprattutto disegnavo, disegnavo tanto e di tutto. Mi è stato presentato Gioele Orrù, maestro allora e tutt’ora, e da lì è iniziato tutto: dalle 10 alle 16 cameriera, nella pausa andavo in studio a sbirciare l’operato dei miei attuali colleghi, e dalle 18 a mezzanotte nuovamente in servizio. Ad agosto ho bucato la mia prima “cavia”! Sono stata fortunata ad incontrare persone fiduciose, ho rivisto nel tempo quel tatuaggio: una piccola ancoretta, ed è ancora lì, tutto bello storto ma ricordo di un’emozione indelebile. Quando è finita l’estate sono tornata a scuola, la mattina sui banchi e il pomeriggio in studio. Continuavo ad apprendere e davo una mano con le pulizie, preparavo le postazioni e gli stencil. Ho iniziato a tatuare e con l’aumento del lavoro ho dovuto procurarmi un’agenda. Al quinto anno di scuola ormai avevo ingranato. Mai avrei pensato di trovarmi a lavorare in un mondo così particolare e vario, ma sono sempre stata molto ricettiva e aperta alle arti, e questa mi ha abbracciata avvolgendomi ed entrando a fare parte di me. Ho scoperto, stupendomi io per prima, che era la scarpa giusta per il mio piede. Per quanto riguarda la mia famiglia, all’inizio non mi è stato dato tanto credito. Quando poi a 18 anni sono andata via di casa e la mia unica fonte di reddito era il lavoro in studio, hanno capito che facevo sul serio e che sarebbe diventato il mio lavoro. Accettare l’inchiostro sulla mia pelle, invece, è stato un altro paio di maniche. Figuratevi le nonne! “Rebecca, ma insomma, tutti questi pasticci!”. Addirittura la mia nonna materna mi aveva raccomandato di toglierli per andare a scuola! Con il tempo i miei familiari si sono abituati all’idea di vedermi “colorata”, e ora mi stimano tanto. Mia madre e mia zia, invece, fin da subito mi hanno sostenuta e spronata e mi fanno tutt’ora un sacco di pubblicità. Entrambe tatuate da me, alle quali si è aggiunta anche mia nonna qualche anno dopo, un piccolo tatuaggio sul polso. È stato un orgoglio tatuarla.

Hai uno stile ormai riconoscibile. Come lo definiresti? Diciamo che è uno stile che attinge un po’ da vari generi, potrei definirlo come un Tradizionale Grafico: linee pesanti e stabili da tradizionale, struttura bidimensionale e aggiunta di tanti dettagli e sfumature con varie texture. I soggetti si rifanno molto al mondo del tradizionale, adoro tatuare soprattutto animali o oggetti particolari. Mi piace un sacco rappresentare le mani. Ma soprattutto amo imprimerli con un tappeto di inchiostro nero, totalmente blackwork, con forti contrasti. Quando mi viene chiesta l’aggiunta del colore, che di solito sconsiglio, personalmente come questione di gusti, opto per colori caldi, rossi aranci o gialli, colori che comunque restano stabili sulla pelle anche nel tempo, nella maggior parte dei casi. Un azzurro o un verde tendono a spegnersi invecchiando, ma certo tutto è definito anche dal tipo di pelle che si ha davanti. Come fosse parallelo al tradizionale grafico, porto avanti anche una serie di mandala ed ornamentali, realizzati con la stessa tecnica. Decori armoniosi che valorizzano il corpo, spirali e gocce. Realizzo questo genere di tatuaggi condendoli con un simbolismo tutto mio, spesso vado ad equilibrarli inserendo una parte maschile e una femminile, il sopra e il sotto, il sole e la luna, il bianco e nero appunto. Ricordo il tatuaggio fatto a una cara cliente, cuori che diventano uteri, spirali in primo piano, parte femminile, Giove e Saturno di sfondo a fare la parte maschile.

Perché tatuarsi? Cosa rappresenta per te questa forma d’arte? Ormai i tatuaggi fanno parte di me. Molte volte mi rendo conto di come la gente mi guarda, meravigliata e stupita, per tutto l’inchiostro residente sulla mia pelle. Sarà che ci ho fatto l’abitudine, che li sento come parte di me, ma a volte non mi rendo nemmeno conto di essere tatuata! E questo penso sia il primo segnale del fatto che sono tuoi completamente, non li vedi come un qualcosa di esterno, come dei corpi estranei. Tutti i tatuaggi che ho rappresentano qualcosa, animali e fiori soprattutto. Ho un braccio completamente disegnato, rappresenta il mondo marino che si fonde con l’universo, come a rappresentare la continuità delle proporzioni dei due cosmi opposti e contrari ma tanto affini. Tatuarsi personalmente è un’espressione molto intima di noi stessi, è portare fuori e imprimere sulla pelle un qualcosa che per te ha sacro significato, qualcosa che ti rappresenta. Anche il più buffo dei tatuaggi sotto sotto risulta poi essere qualcosa di più serio e intrinseco. Una volta ho tatuato il grillo parlante in un braccio, sì quello di pinocchio! Potrebbe essere un promemoria come anche un consigliere perennemente sorridente con cilindro e ombrello. Tatuarsi è intimo. Certo una grossa fetta è anche moda, ma quelle passano e cambiano, e comunque nella maggior parte dei casi sono scelte ben ragionate.

Da pratica iniziatica a simbolo di delinquenza a mero “accessorio” estetico. Nel tempo, ha assunto tante valenze: ci regali una piccola panoramica della storia del tatuaggio? Essendo molto giovane e quindi essendo entrata nella scena da relativamente poco tempo, ho notato che, rispetto a prima, questo mondo si è evoluto da tendenza e moda a espressione sempre più artistica. Per gli appassionati la scena è molto varia, si apre uno scenario sorretto da una miriade di stili diversi e sempre in evoluzione. Col tempo quindi si è passati da un aspetto puramente artigianale a uno più artistico.

Lavori con un team di tatuatori, sotto l’etichetta Sonos. Com’è il vostro rapporto? Cosa vi lega? Ci definirei come una famiglia, artistica e lavorativa. Siamo un alveare dove ognuno svolge il suo compito, con tanto rispetto reciproco e voglia di andare avanti. C’è un forte legame d’amicizia sia con Gioele che con Andrea, e ci si vede anche fuori dallo studio. Negli ultimi tempi ci sono state alcune new entry, tutte ragazze, ed è stato molto bello rivedermi in loro. Ciò mi dà la possibilità di imparare dai miei errori tecnici passati. È un gruppo artistico che si fa sempre più grande, che è sempre in espansione.

Nel vostro mondo c’è più collaborazione o competizione? C’è sicuramente una buona dose dell’una e dell’altra, io personalmente ho avuto la fortuna di essere sbarcata in un “mondo” dove tutti sono amici e dove non si lesina l’aiuto a nessuno, e parlo della scena a livello internazionale. C’è un sottofondo di lealtà e di fiducia reciproca molto radicato, è come essere parte di una famiglia enorme dove puoi imparare tanto. Solitamente i nomi più grossi, conoscendoli personalmente, sono anche i più umili. Ho partecipato due anni consecutivi al Contestarte, organizzato da Pallocchini a San Felice Circeo, dove ci si riuniva quattro giorni tra tatuatori per dipingere, disegnare, e scolpire soggetti con un unico tema. Lì mi sono ritrovata in mezzo a tanti nomi grossi, e ho avuto la possibilità di imparare tantissimo, a livello umano e artistico.

Ti sei mai sentita presa meno sul serio nel lavoro in quanto donna? Esiste ancora una certa diffidenza nei confronti delle donne nel vostro ambiente, fino a poco tempo fa popolato solo da uomini? Non mi sono mai sentita presa meno sul serio in quanto donna, almeno personalmente, ma è capitato che mi sentissi screditata da parte di alcuni clienti in quanto tatuatrice molto giovane. Alle volte mi fa sorridere come, dopo aver concordato l’appuntamento per via telefonica, il cliente arriva in studio e si trova davanti a una ragazza. Lì mi piace dimostrare la mia professionalità lavorativa e apprezzo quando questa viene contraccambiata e chi ho davanti si fida molto più volentieri. La scena mondiale è composta da tantissime donne che tengono alto il nome di questa arte, e in generale c’è molto equilibrio tra i due sessi.

Pensi ci siamo ancora molti pregiudizi sui tatuaggi? Fortunatamente vanno appiattendosi sempre di più. È un falso luogo comune quello delle fasce di età avanzate che tendono a puntare il dito sui tatuati. Mi trovo a ricevere anche tanti complimenti da parte di signore, che apprezzano la tavolozza del mio corpo. Tra l’altro ho un carissimo cliente con la moglie di circa 75 anni, lui tatuatissimo e lei che lo segue a ruota. È davvero soddisfacente.

Quali sono le richieste più comuni in questo periodo? Quali sono i tatuaggi che ti rifiuteresti di fare e perchè? Diciamo che il genere di tatuaggi che va di più è uniforme tutto l’anno, quindi molte scritte, simboli o altri piccoli disegni. Sicuramente d’estate si fanno tatuaggi poco impegnativi (perchè si deve eventualmente rinunciare al mare per un lasso di tempo) ma non mancano anche i grossi progetti, che andranno poi a riempire il periodo invernale. Sicuramente tenderei a rifiutare tatuaggi a sfondo politico e tatuaggi situati in zone del corpo molto visibili, per esempio faccia e mani. Il discorso, in questo caso, è differente se il cliente ha già una buona percentuale di corpo tatuato e se e se è sicuro al 100% della sua scelta. Soprattutto per una questione di sicurezza lavorativa.

Ti è mai capitato di avere a che fare con un “pentito”? Capita spesso, c’è chi arriva in studio con la richiesta di modificare o addirittura coprire tatuaggi realizzati in modo poco appropriato, ma anche tatuaggi rinnegati nel tempo come i famosi nomi di ex o amicizie finite. Questo genere di tatuaggi è sicuramente uno tra i più impegnativi perchè per poter creare un disegno sopra il vecchio tatuaggio ci vuole molta più tecnica, occhio artistico e pazienza, in quanto la scelta di soggetti da sovrapporre è piuttosto limitata.

Qual è il tatuaggio che hai realizzato al quale sei più affezionata e perché? Ho fatto tanti tatuaggi dei quali vado fiera e che rimangono bene anche nel tempo, soprattutto dopo aver trovato uno stile che mi rappresenta. Potrei elencarne svariati, realizzati su clienti che col tempo sono diventati amici, ma forse quello a cui tengo di più è un cuore anatomico che ho realizzato sulla mia coscia quando ancora ero alle prime armi. Mi piace tanto adesso quanto allora, il suo significato è tanto forte quanto intrinseco.

Ci sono delle tatuatrici che stimi particolarmente? Quali, invece, ti hanno influenzata? Sono tante le tatuatrici e i tatuatori che stimo, ai quali devo tanto stilisticamente e artisticamente. Sicuramente tra i primi c’è Gioele, che mi ha insegnato tutto da zero, prendendomi sotto la sua ala e svelandomi pazientemente molti segreti di questa arte. Sin dagli inizi ho fatto riferimento a miss Juliet, tatuatrice che ho conosciuto in convention. Apprezzo tanto anche Rossella Battista, in arte RoxHell, con la quale ho condiviso l’esperienza del Contestarte. Tra le amiche c’è anche Roberta Chia, in arte Inyan, sarda nell’anima e residente a Bologna. Mi piacerebbe un giorno conoscere Cloditta, che mi ha fatto innamorare dell’ornamentale. Tra gli amici Giorgio Rabacchin, veloce come una scheggia e preciso come un laser, Andrea Pallocchini, che mi lascia sempre a bocca aperta, Padox con il suo costante cazzeggio che contagia buonumore, Bury e Mirko Contri, che ho avuto il piacere di ospitare più volte qui in Sardegna, dei quali mi porto addosso dei pezzi meravigliosi.

Quali sono i progetti per il futuro e i sogni nel cassetto? Lavorativamente mi vedo tra 10 anni con una bella carriera alle spalle e una a venire piena di sorprese e di opportunità. Amando tutte le arti, so che porterò avanti parallelamente altri progetti a sfondo artistico, affermandomi sempre di più e condividendo la mia passione e la mia tenacia con i più giovani, come è stato fatto con me in passato.

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