TRA CIELO E TERRA: BERNARDETTA OLLA, L’ARTISTA DI QUARTU SANT’ELENA CHE DIPINGE PER ROMPERE CON IL PASSATO

ph: Bernardetta Olla

di ANNA MARIA TURRA

Bernardetta Olla, che vive a Quartu Sant’Elena tra il mare e il parco naturale del Molentargius – che si estende su un territorio di circa 1600 ettari nel Sud Sardegna – è pienamente convinta di vivere in un paradiso terrestre: realizza i suoi ritratti sulla spiaggia in un legame tra cielo e terra.

«E’ straordinariamente in grado di leggere nelle mie opere Domenica Puggioni, storica dell’arte grazie alla quale, col mio gruppo d’arte, esponiamo alla Cattedrale di Cagliari, – dice Bernardetta Olla – è una potenza incredibile e sa dire di me cose che a volte non vorrei neanch’io conoscere».

Collezionista di piante, Bernardetta Olla è amante della casa e dei viaggi e sostiene che l’arte pittorica sia un rifugio bellissimo. Nei suoi quadri, come nelle sue stanze di vita, appaiono come scatti fotografici i fiori di cera appartenenti alla vasta famiglia delle hoya, una specie infinita di succulente originarie dell’Asia meridionale. Temeraria al punto da mettere al mondo una figlia alle soglie dei 50 anni, Bernardetta Olla si racconta con l’estrema classe di chi sa di aver ricevuto in dono qualcosa di fragile e di estremamente prezioso. Più che una ricchezza sfacciata, la sua storia avvinta al suo talento, a lei pare come una fortuna immeritata.

«Io non ci credevo. Eppure, me l’avevano predetto in diverse occasioni poi un giorno, nel corso di un viaggio in Egitto, davanti al dio Scarabeo e alla sua enorme scultura, mi hanno detto che avrei avuto la terza figlia femmina. Dopo due anni in cui mi credevo in menopausa e con una diagnosi di tumore in corso, senza alcuna risposta scientifica: il tumore sparisce e mia figlia oggi ha 14 anni».

Una marea di donne gravita intorno alla forza di Bernardetta Olla, alla sua pittura che catalizza un’energia che trascende il reale. La sua casa e la sua vita parlano un linguaggio fitto di competenze tramandate da generazioni di donne che le hanno precedute. Uno spazio dove la suggestione del matriarcato sardo, per molti storici praticato soprattutto tra le donne in Barbagia, prende corpo nella solidità del tessuto di certe relazioni femminili. Ragazze di ogni età che insieme trascrivono un presente, concentrate su una progressione dei tempi che ha a che vedere con la scoperta, la cura e con la conservazione. Sembrano ignorare il passato ma onorano la bellezza di una terra che hanno ereditato, madri e figlie, amiche e compagne di strada, avanzano a grandi falcate in giardini dove i fiori sono talmente incantevoli da sembrare finzioni. Nei quadri di Bernardetta Olla anche la bellezza dei ritratti si confonde con la realtà di un nitore fotografico.

«Mia nonna mi diceva “quando nascerà la tua prima figlia sono sicura che le darai il mio nome: Francesca”. Poi quando nacque io non riuscii a darglielo, proprio poco prima mia nonna aveva letteralmente deciso di smettere di cibarsi; sono sicura che lei avesse deciso, tenendo chiusa la bocca, di tagliare con questa vita ed io ero troppo addolorata. – racconta Bernardetta Olla – Ma diedi il suo nome alla secondogenita che peraltro le somiglia tantissimo, ha la sua stessa ironia, la postura, è davvero impressionante: ha anche quel suo stesso modo di muovere le mani. Mia nonna era una donna talmente determinata da aver deciso anche il momento preciso in cui andarsene».

Le sue piante grasse da collezione sono miracoli d’ingegneria della natura, prevalentemente si tratta di globose, astrophytum o ferocactus. «Alcune hanno l’età di mia figlia altre le ho ereditate da mio padre, grande viaggiatore. Con lui continuo a far crescere qualcosa che non so raccontare. Le piante grasse restano il nostro dialogo migliore» Uno scambio non verbale che prosegue e si nutre di tempo, si prende lo spazio e la forma necessaria. E germoglia perché da qui nascono le tecniche più efficaci della sua narrazione artistica, la sua ricerca si concentra sulla fibra di opuntia dalle cui trame Bernardetta viene trasportata in un mondo sconfinato e difficile: esattamente al di là dell’Inferno dove, senza smarrirsi, si orienta perfettamente; come se, con la materia di piante secche e rovi bruciati negli scempi incendiari della Sardegna, celebrasse la solennità di antichi riti propiziatori.

«Nel cuore della notte un giorno ho sentito un colpo e un dolore fisico ingiustificato, Silvia la mia primogenita alle 4 di notte viene coinvolta in un incidente d’auto. Per quattro giorni rimane in bilico tra la vita e la morte, poi vivrà ma il dolore fisico provato da quella notte in poi è stato in tutto identico a quello della perdita di mia nonna. Non riconoscere in ospedale tua figlia è un’esperienza devastante. Non la riconobbi, dolore e perdita sono elementi essenziali della vita. Ma si sopravvive oltre certe spine taglienti. In quel nero di certi miei acquarelli c’è tutto questo e non lo posso mostrare, né lo voglio diffondere – continua a narrare e più che una madre appare tutte le madri del pianeta insieme, un’unica quercia secolare – Uscita dall’ospedale mi chiese lo specchio, mia figlia era sopravvissuta all’impatto ma ora doveva guardare in faccia la realtà. Le feci promettere che non si sarebbe spaventata, ma 48 punti di sutura sul volto di una donna sono superiori a qualsiasi promessa. Svenne ed è stato come perderla di nuovo».

Nostra Signora di Bonaria è il titolo con il quale la Chiesa cattolica venera la madre di Gesù, raffigurata nel simulacro custodito nell’omonimo santuario di Cagliari, un luogo in cui le grazie si chiedono con la naturalezza con cui si venerà una sovranità.

Nello stesso identico modo Bernardetta si concede una possibilità di racchiudere e circoscrivere un dolore, di tenerlo a bada isolandolo dal resto della sua vita, finisce in una collezione pittorica scura, come gli abiti delle anziane donne sarde, una produzione che resta confinata nel seminterrato della sua casa. Sono quadri in ostaggio che non vedranno mai la luce, opere sepolte vive tra le mura di una memoria millenaria: quella della specie. Mentre circola la sua serie di numerosi fiori e ritratti, una collezione pittorica allegra e feconda come una festa di primavera che è sotto gli occhi di tutti e gira costantemente tra mostre ed eventi. Lo storico Giorgio Grasso la presenta su Sky arte in appuntamenti quotidiani e, in una selezione di acquarelli che rappresentano geishe o iris, alcuni dei suoi lavori vengono esposti al Museo di Matera.

«Ho avuto occasione di vedere le pale essiccate dell’opuntia, famiglia di cui fa parte il più noto fico d’India, in alcuni terreni completamente arsi di un paese trafitto dal fuoco e ne sono rimasta affascinata – spiega Bernardetta Olla – con la tecnica di essiccazione lavoro le fibre con procedimenti naturali: le lascio in ammollo per almeno due notti. Si devono asciugare accuratamente ed infine pulire. Spesso, per non rovinare le trame più delicate, procedo ad un lavaggio più accurato separandole da tutto il resto. Pulita e sagomata questa strana ragnatela ricorda i pizzi dei costumi tradizionali sardi e nell’opera può diventare ciò che più mi piace»

Inizia con la pittura a olio snobbando l’acquarello poi amiche e maestre d’arte, le aprono un altro gioco in cui nella prima stesura i colori se ne vanno in giro da soli nell’incanto di una leggerezzache per lei ha senso sperimentare.

Nasce per caso e da un potenziale sterminato la sua opera Vibrazioni d’anima che nel 2016 decreta il suo successo. Verrà contattata da galleristi e critici d’arte per partecipare a selezioni ed eventi, vince un concorso e la sua prima mostra monografica a Roma. Antonio Maria Masia sceglierà una sua opera come premio ispirato alla tradizione sarda consegnato alla giornalista Tiziana Grassi, scrittrice premio internazionale Giornalisti del Mediterraneo e premio Nelson Mandela.

«Il mondo dell’arte pittorica con le sue regole e i suoi cataloghi non riesce ad incuriosirmi anche perché fatico a staccarmi dalle mie creazioni. Per esempio, ho venduto un quadro che adesso mi manca da morire, come se mancasse una parte di me. Alcuni lavori mi hanno aiutato ad uscire da un dolore e quindi mi ricordano quella forza. Forse la rappresentano – precisa Bernardetta Olla – Ora sto facendo di tutto per riprendermelo, era un dipinto dedicato alla madonna di Bonaria, che ho voluto realizzare senza corona: secondo me non le donava. Ma la verità è che odio le corone, fino a qualche mese fa non sapevo il perché».

Bernardetta Olla come una pianta che si rende temporaneamente indipendente dalla disponibilità di acqua nel suolo, procede contro vento, senza voltarsi tra gli scarti inspiegabili della sorte, rimargina il dolore con il colore diluito in lacrime che da sole decidono la direzione. Oltre ogni spina tagliente lei rivela l’onnipotenza delle dee madri che insieme possono muovere gli astri, alzare le maree e trovare in ogni mattino sul mare, la complicità di un altro azzardo, una nuova linfa per tirare dritto, anche quando questa è insufficiente o difficilmente assorbibile come nei terreni fortemente salini.

https://www.costasmeralda.it/

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