USSASSAI IL PIU’ PICCOLO BORGO DELLA BARBAGIA DI SEULO, PAESE DI VITA PASSATA E TESTIMONIANZE DI VITA AGROPASTORALE

di RITA CODA

Esistono luoghi dove più che altri la coincidenza di imponenti e particolari fenomeni naturali ha portato alla creazione di opere meravigliose che destano profondo stupore all’occhio umano. Ne è un esempio incomparabile Ussassai, il più piccolo borgo della Barbagia di Seulo con meno di 600 abitanti, ubicato nella Sardegna centro-orientale in provincia di Nuoro. Tutto quello che lo sguardo riesce ad abbracciare affascina qui per bellezza e magnificenza; le tonalità delle colorazioni assunte all’alba e al tramonto, dalle rocce dei bastioni calcareo-dolomitici del Monte Arcuerì e dai colori iridescenti delle splendide formazioni geologiche dei “tacchi” ogliastrini, che come grandi scultori: il vento, l’acqua, il tempo hanno modellato, creando delle vere e proprie sculture naturali. Ne è un esempio lo spuntone denominato “Dante” perchè il profilo ricorda così bene il “Sommo Poeta”. Le continuità verticali e frastagliate delle pendici rocciose sono interrote a tratti da una vegetazione abbarbicata sulla roccia, composta dalla macchia mediterranea, nella quale oltre ai lecci e alle querce, sono presenti i corbezzoli, i castagni, il cisto, i lentischi, gli olivastri. Territorio ricco di sorgenti e di foreste incontaminate come una parte di Montarbu, confinante con il paese di Seui, una delle foreste più incantevoli della Sardegna dove trovano rifugio daini e mufloni, l’aquila reale, il falco pellegrino.

Ma ben altre piacevoli sorprese e meraviglie offre Ussassai, come le case in pietra che si trovano nella parte bassa del paese. Strade che portano verso un piccolo borgo di antiche origini, agropastorale, strade  che si dileguano dietro pietre che trasudano di storia, sofferenze e testimonianze di vita e vento di maestrale. Più che strade sembrano, a volte, sentieri selvaggi, in mezzo alle rovine di un vecchio borgo ricco di storia  e percorrendo questi sentieri, ti senti rapito, ti senti come quel borgo, ti senti come quelle pietre che ammassate creano un nuovo immaginario di te stesso universalmente e oggettivamente spassionato.  Ed è il profumo del pane appena sfornato,  la gioia dei bambini, la sofferenza di schiene piegate per il duro lavoro della montagna che comunicano con il vento, il silenzio,  in mezzo a quei “tacchi”, tra i tuoi pensieri, in mezzo ai sentieri, quelle rocce che ti portano sempre  a girovagare qua e là tra le scene e tra gli abitanti del passato, come a voler simboleggiare una crescente passione che verrà appagata, come una specie di mantra che ci ricorda di dover far qualcosa di importante ma poi per chissà quale motivazione lo dimentichiamo, e ci addentriamo in qualcosa che non ha nulla a che vedere con quello che ci eravamo prefissati di fare. Il borgo di Ussassai  è così: non ti porta mai dove vorresti andare, ma decide lui dove portarti. E ti porta alla scoperta di ciò che viene segretamente celato dalle mura delle case, dalla facciata di pietre lavorate a mano. Il borgo ti porta dietro quel muro che le persone si costruivano pietra dopo pietra, per proteggersi  dalle intemperie del tempo, e nel portarti laddietro ti fa vedere tutto, senza mezzi termini, senza veli, ti rende partecipe dell’umiltà delle persone e della povertà di una volta dei suoi abitanti. Un luogo che parla, si racconta e si colora dei murales presenti nella parte alta del paese con le case dalle facciate affrescate con colori soavi, che ricordano le sfumature delle mele “a guancia rossa”, prelibatezze che si possono degustare a fine ottobre con la sagra delle mele. Il campanile della chiesa di San Giovanni Battista che come bastione di difesa, sembra voglia vegliare su tutto il paese, chiesa che custodisce un prezioso ostensorio del 1625. Un paese con dei fiori che qua e là si spargono a filo con l’orizzonte color cremisi. Un orizzonte timoroso di espandersi e di risuonare tra la folla festante qua e là, quando a fine settembre a pochi chilometri dal paese si festeggia San Salvatore e San Gerolamo, nel santuario campestre di San Salvatore, risalente al XII secolo di stile romanico-bizantino, incastonato tra le piccole casette in pietra disposte a ferro di cavallo. Un paese  che ti lascia divisa in  due, strappata in due come una foto in bianco e nero, foto vecchia, stantia, foto ricordo.

Paese di vita passata e testimonianze di vita agropastorale. Ecco di cosa è fatto Ussassai. Ricordi del passato tramandati verbalmente dagli anziani. Elementi della vita che insieme creano, donano, ampliano, senza lasciare spazi vuoti. Un paese  che accoglie che si apre al  ricordo che penetra profondo, per far rivivere il seme da lunghi inverni assopito, stantio, immagini evanescenti che con la prima brezza serale non  svaniscono dietro all’orizzonte infuocato, anzi le rendono tue.

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