“ASSANDIRA”, UN NOIR SARDO TRA FUTURO E TRADIZIONE: IL FILM DI SALVATORE MEREU PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

ph: Gavino Ledda

di GIANMARIA TAMMARO

Assandira di Salvatore Mereu, al cinema con Lucky Red e presentato fuori concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è un film antichissimo e allo stesso tempo nuovissimo. Parla di innovazione, di futuro, di figli. Ma parla pure di tradizione, di passato e di padri. Ed è proprio nell’eterna lotta tra padri e figli, tra quello che è stato e quello che vuole essere, quello che vuole insegnare e quello che, invece, pensa già di sapere, che trova la sua massima espressione.

È un film compatto, granitico, pieno di volti e di voci straordinarie: ogni attore è un quadro in movimento, con i suoi spigoli, le sue forme, i suoi occhi. Ogni scena è carica di tensione, di chiaroscuri, di tanti, piccoli dettagli.

È un noir in lingua, parlato in sardo (con poche incursioni di italiano e di tedesco, e qualche frase in inglese), e che punta tutto sulla tensione. Si comincia dalla fine e poi, lentamente, si torna all’inizio. Sappiamo già che cosa succederà, e in un certo senso siamo già preparati al peggio: alla pioggia e all’incendio che devasteranno l’agriturismo in cui il film è ambientato. Ma siamo anche preparati al senso di sconfitta e di perdita che si trascinerà nel corso del racconto. Quello che conta, anche qui, è il viaggio: e quindi seguiamo un magistrato nelle sue indagini, mentre prova a capire perché è successo quello che è successo. Mereu non ha fretta, e fa benissimo: lascia respirare il film e lascia sedimentare e lievitare l’atmosfera tesa e contorta della storia. In Costantino, interpretato da un bravissimo Gavino Ledda, trova un protagonista responsabile e capace di farsi carico di ogni momento, con la voce o con un’occhiata, nello scatto di un gesto o nella repressione di un sospiro. Sulla sua pelle, scurita dal sole e segnata dal tempo, c’è una mappa infinita di segni e di rughe, di forza e di testardaggine. E a un certo punto, più o meno a metà di Assandira, diventa interessante provare a seguire la narrazione affidandosi completamente al suo corpo e a quello che dice (di più: al modo in cui lo dice). Il sardo, qui, è un altro personaggio: è musicale, coinvolgente, è un ringhio o un gioco di consonanti.

La storia, ispirata al libro di Giulio Angioni (Sellerio), potrebbe svolgersi in qualunque parte del mondo, in qualunque terra di confine in cui nuovo e vecchio si scontrano, e potrebbe avere qualunque voce. Invece, ambientata in Sardegna, riesce a essere anche una storia italiana – con le sue contraddizioni, e con il suo scontro generazionale. E una storia europea – i giovani che viaggiano, che rientrano, che cercano la loro fortuna dove non pensavano di poterla trovare.

In Assandira c’è la fine del mondo contadino; o almeno, c’è la fine di quello che era. C’è l’estinzione del pastore, con la sua vita solitaria, dura e difficile; e c’è pure l’apertura alla novità, a quello che arriva e che può essere un’occasione – e non per forza, come pensa qualcuno, una maledizione. «Ai vecchi», dice Costantino, «non conviene discutere con i giovani: hanno sempre ragione loro». E così si piega alla decisione del figlio di tornare, di rimaneggiare la loro casa, la loro vita, e di farne un’attrazione per i turisti; si lascia ammaliare dalla nuora, lei tedesca, che sbircia e spia in continuazione, e da cui spesso si lascia addomesticare. Anche tra le persone – tra padri e figli, tra moglie e marito, e tra vicini – resiste una dimensione bestiale, come se tutto fosse ridotto al minimo, spogliato di qualunque accortezza o gentilezza. Le parole vengono lanciate come pietre, e incassate come pugni. E la fatica di ogni giorno diventa un piacere scomposto, ricercato, familiare e, a tratti, rassicurante. La Sardegna di Assandira non è la Sardegna del mare, della costa bianchissima, né degli hotel e dei resort; è la Sardegna pietrosa e incontaminata, quella che sembra ancora intoccabile e uguale; quella che sopravvive con poco, e che ha un’anima ancestrale. Il noir, le indagini, la ricostruzione dei fatti: sono l’ossatura del racconto, ma non la sua sostanza; la cosa più bella di questo film è la confessione silenziosa, sussurrata dalla voce narrante, di Costantino, è il suo viaggio nei ricordi ed è il testamento che lascia, da vecchio, da padre, da pastore, a chi vuole ascoltarlo.

(vanityfair)

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