IL MIO CANTO PER BERGAMO: IL TENORE NUORESE PIERO PRETTI, CHE VIVE A MILANO, ALLA COMMEMORAZIONE DELLE VITTIME DEL COVID

ph: Piero Pretti

di LUCIA BECCHERE

«Cantare il Requiem di Donizetti davanti al cimitero monumentale di Bergamo, luogo simbolo della tragedia della città, è stato un momento di forte emozione. Nel Coro e nell’Orchestra molti erano gli amici e i parenti che avevano perso i propri familiari e sulle note del bergamasco più illustre il dolore era palpabile nell’aria».

Questo il ricordo di Piero Pretti protagonista della commemorazione solenne in omaggio alle vittime del Covid che si è tenuta il 28 giugno scorso alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella trasmessa in diretta su Rai 1. Nuoro, con orgoglio, vanta i natali di questo grande tenore che oggi a 49 anni, calca i più importanti palcoscenici del mondo.

Come è nata la passione per la musica? «Forse proprio per caso. Frequentavo l’Istituto d’Arte quando Franco Ruiu, padre del mio amico d’infanzia Fabrizio, che aveva frequentato la Polifonica Porrino suggerì ad entrambi di fare un’audizione con il direttore del Complesso Vocale Nuorese Franca Floris che ci accolse nel coro. Ricordo che fin da bambino il canto sprigionava in me una così forte emozione da farmi librare nell’aria al pari delle note, inoltre sentire un tenore o un coro nei vicoli della vecchia Nuoro era abbastanza usuale perché il canto è nel dna dei Sanpietrini».

Da chi ha ereditato questo talento? «Non saprei. A mio padre piaceva cantare come ogni buon nuorese, ma niente di più».

Chi e che cosa ha determinato le sue scelte? «Ho conosciuto Antonietta Chironi, presidente e fondatrice dell’Ente Musicale di Nuoro e ispiratrice della Scuola Civica di Musica cittadina che collaborava con la Porrino e su indicazioni di Franca Floris che forse aveva colto in me del talento, mi chiese di iscrivermi alla scuola civica. A 18 anni Antonietta mi ha fatto fare le prime audizioni nel Coro del teatro lirico di Cagliari e l’anno successivo feci le prime stagioni come aggiunto nel coro».

E poi? «Antonietta voleva che uscissi dal coro per dedicarmi allo studio, ma quando lei è venuta a mancare per un male incurabile, io ho avuto una sorta di crisi musicale. Avendo perso in quegli anni anche mio padre, abbandonai il canto per far rientro a Nuoro lavorando come disegnatore presso studi tecnici e coltivando anche altre esperienze lavorative. Per circa un anno ho gestito il circolo culturale “Zemero” sede abituale di artisti genialoidi di ogni genere e dove anche il Maestrale presentava molti libri, mentre con altri musicisti provenienti da tutta la Sardegna facevo serate col piano bar nelle piazze. Si trattava di musica leggera, un po’ di rock e un po’ di etno rock. In questo modo ho ripreso la mia vecchia passione».

Com’è avvenuta la svolta definitiva? «A Sassari ho incontrato il tenore Gianni Mastino, il maestro che mi ha insegnato tanto dal punto di vista tecnico e vocale. Dopo aver fatto un’audizione per una agenzia austriaca, per tre mesi mi sono esibito in tutta Europa debuttando nella Bohème.Esperienza dura e faticosa che mi ha fatto capire che avrei potuto fare questo mestiere e così ho cominciato a cogliere ogni opportunità lavorativa. Rientrato a Cagliari nei primi anni duemila, per circa dieci anni sono rimasto stabile nel coro del teatro lirico, a 35 anni mi sono licenziato per intraprendere la carriera da solista. Oggi vivo a Milano da diversi anni con mia moglie Antonella e mio figlio Michelangelo di un anno appena».

Sua moglie fa parte del mondo della musica? «Mia moglie è attrice e ballerina di danza contemporanea. L’ho conosciuta al mio primo spettacolo in Scala, attualmente insegna teatro in una scuola “Montessori” a Milano».

Il ricordo del debutto? «Ho iniziato a studiare canto a 16 anni e il mio primo concerto di musica colta è stato il Gloria di Vivaldi e il Confiteor di Pergolesi in cui Antonietta Chironi era solista».

L’emozione del bambino di un tempo è rimasta la stessa? «L’emozione è sempre molto forte, oggi è soltanto diversa perché la vivo con maggiore consapevolezza, non solo da fruitore ma da artista che col suo canto stilla musica composta da altri e la esegue secondo forme e canoni estetici che rispondono al suo strumento vocale e alla sua sensibilità proiettandola in un teatro universale e facendola rivivere secondo un personale stile esecutivo. Insomma, sono soltanto lo strumento che la veicola».

Cosa ha comportato la sua scelta? «Una vita di sacrifici, rinunce, studio e grande determinazione. Non mi sono mai arreso alle prime porte chiuse in faccia. Ho camminato tanto per costruire il mio futuro e ogni piccola tappa del mio viaggio ha contribuito a formare l’uomo e l’artista che oggi sono diventato».

Ritorna spesso a Nuoro? «Si, appena posso. C’è mamma, tanti amici e parenti. Al mio bambino vorrei presto far conoscere la mia città».

Cosa si porta dentro? «Tutto mi è rimasto dentro. Mi manca la piazza del Rosario teatro dei miei giochi. Ovunque andassi, quello era il mio passaggio obbligato».

Quali progetti? «A breve uno spettacolo su Strauss (traduzione di Quirino Principe) per il Festival della Valle d’Itria proprio qui a Martina Franca dove mi trovo per una breve vacanza. Per questioni di limitazione Covid sarà breve, senza coro, l’organico ridotto, una forma semiscenica. Questo per dare un po’ di speranza anche al nostro settore che al pari dei teatri e dei cinema è stato il primo ad essere chiuso e forse sarà l’ultimo ad essere aperto. Forse bisognerebbe interrogarsi sulla funzione della musica, dell’arte, del cinema, dello spettacolo e della lettura che in questo lockdown di tre mesi sono stati di grande aiuto».

Dove ha trascorso il lockdown? «A Milano. Quando in Italia è scoppiato il picco della pandemia ero impegnato al Metropolitan di New York dove stava cominciando a diffondersi. Sono riuscito a prendere uno degli ultimi voli prima della chiusura degli aeroporti».

I prossimi impegni? «Da marzo i programmi sono saltati tutti. Da New York è arrivata la disdetta del concerto di dicembre in quanto rimane chiuso il teatro. A Macerata avrei dovuto debuttare la Tosca, a Venezia l’Aida, dopo un Trovatore, ma tutto è saltato per ovvii motivi. A settembre dovrò essere a Parma a fare Ernani di Verdi in forma di concerto all’aperto e dopo non si sa, dipenderà dall’evoluzione di questo virus. Tutto quello che adesso si riesce a fare è una navigazione a vista».

Augura a suo figlio un futuro nella musica? «Ho sempre sostenuto che conoscere un altro linguaggio come quello della musica, può soltanto arricchire una persona. Sicuramente gli proporrò la conoscenza della musica che respira in casa e sembra già averne istinto. Ama giocare con la chitarra, col pianoforte e quando canto resta in ascolto e già imita i suoni, ma se da grande farà il chirurgo e conosce anche la chitarra e il pianoforte, credo solo che possa essere un uomo migliore. Voglio solo che sia felice e che faccia quello che gli piace».

Un messaggio ai giovani nuoresi? «Di custodire sempre la ricchezza della propria identità. Pur avendo la possibilità di vivere in altri contesti, di non rinunciare mai ai valori dei padri, a quel bagaglio umano e culturale che Nuoro ha sempre avuto e che ha lasciato ai suoi figli».

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

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