“ANIME INVISIBILI” DI CRISTIAN SANNA E VALENTINA SPIGA: UN LIBRO ISPIRATO DAI MURALES DEL VILLAGGIO MINERARIO DELLA MINIERA DI ROSAS

ph: Valentina Spiga e Cristian Sanna

di CARMEN SALIS

Cristian Sanna e Valentina Spiga sono due giovanissimi scrittori e sceneggiatori; il libro, Rosas – Anime invisibili (edizioni Amicolibro) precede l’uscita del film che il regista sardo Ignazio Vacca ha tratto dal romanzo.

La miniera è la vera protagonista del vostro romanzo. Non solo la miniera ma anche e soprattutto chi ruota intorno alla miniera. L’importanza delle miniere è sempre legata all’industrializzazione e al cambiamento che hanno determinato a livello sociale, con lo spostamento di interi nuclei familiari nei villaggi nati intorno ad esse.  Noi però abbiamo voluto analizzare la parte sociale, la vita che ruotava intorno al villaggio di Rosas negli anni ’50 del secolo scorso. Abbiamo voluto osservare il tutto cercando di mostrare le difficoltà che caratterizzavano la vita di miniera, i diritti calpestati, la dignità della persona umana, sia essa uomo, donna o bambino. Perché la crescita esponenziale dell’industria mineraria in Sardegna è avvenuta anche grazie agli operai che lavoravano dentro quelle strette gallerie. Operai che molto spesso hanno dato la vita per poter garantire un futuro alla propria famiglia. Visitare la miniera non è solo conoscerne la storia o l’evoluzione degli strumenti e macchinari utilizzati per l’estrazione, ma è anche immaginare che quegli stretti cunicoli polverosi e soffocanti sono stati scavati con fatica e sudore nel corso di tanti anni che hanno visto succedersi intere generazioni. I loro passi hanno scandito lo scorrere del tempo e le loro voci si sono perse nel vento, lasciando solo delle figure quasi invisibili che non hanno un volto.

Raccontare di un lavoro duro come quello del minatore è necessario per non dimenticare e per fare un viaggio nella storia della Sardegna? Le miniere raccontano delle storie che sembrano lontane nel tempo, ma in realtà sono ancora molto vicine a noi. Sono veri e propri musei che custodiscono le testimonianze di uno sviluppo tecnologico che modificò drasticamente la società, che da agropastorale è divenuta industriale. I contadini e i pastori sardi, spesso inconsapevoli di cosa fosse il lavoro in miniera, lasciavano le loro aride terre e le loro piccole greggi spinti dal sogno di uno stipendio dignitoso e di un futuro più roseo. Si ritrovarono invece a svolgere, in condizioni igieniche disastrose, un lavoro durissimo, dove al minimo passo falso si rischiava la morte. Le miniere quindi sono musei antropologici per eccellenza perché raccontano la storia di uomini e donne, di minatori e di cernitrici, di ingegneri e di operai. Sono storie di sofferenza, ma anche di forte solidarietà. È assolutamente necessario raccontare del duro lavoro per poter esporre la realtà dei fatti, così come parlare delle condizioni cui erano sottomessi i lavoratori. Perché tutto ciò che contava era la realizzazione di un profitto, a costo di tutto. Pensare che bambini di nove anni lavorassero assiduamente in miniera ci lascia con l’amaro in bocca, ma consapevoli che in quell’epoca tutti i componenti dovevano contribuire alla loro sussistenza. Non c’era scampo per nessuno. Solo molto più tardi nascerà una coscienza di gruppo che porterà alla lotta per vedere riconosciuti i propri diritti, con le conseguenze che questa presa di posizione ha portato con sé.

Un romanzo che evidenzia le sofferenze dei più deboli e la prepotenza dei potenti. Essenzialmente è la storia di uno scontro tra poteri. Una lotta disumana che vede contrapporsi il cinismo del Direttore della miniera, al coraggio e all’orgoglio dei suoi operai, piegati dal sistema ma mai sottomessi. Da una parte la fredda natura di chi vuole comandare anche a costo di giustificare le angherie e i soprusi nei confronti della manodopera della quale si avvale, dall’altra quella degli operai, che per garantire un pezzo di pane e una vita dignitosa alle loro famiglie, sono disposti a mettere in gioco la propria vita. Purtroppo una storia non tanto lontana dalla realtà odierna, dove molto spesso la prepotenza vince su ogni regola di vita sociale o lavorativa. Dobbiamo essere consapevoli della nostra dignità e pronti a combattere per ottenere il rispetto di ogni vita umana. Una lotta che dobbiamo portare avanti, per rendere migliore il mondo nel quale viviamo.

Un Sacerdote che diventa la voce che chiede giustizia. Don Teofilo è un sacerdote fuori dal comune. Ha un animo nobile e un carattere pacato ma combattivo. È determinato a offrire il suo appoggio ai più deboli e farà di tutto per poter raggiungere questo obiettivo. Nel villaggio capirà tante cose che dava per scontate. Davanti all’iniziale diffidenza di un’intera comunità non si arrende e con cautela cerca di accostarsi alle loro vite. I loro legami e la loro dignità lo affascinano, tanto da spingerlo a riconsiderare i suoi punti fermi e dubitare anche della sua vocazione. La sua permanenza al villaggio lo porta a una continua lotta interiore. A chiedersi molto spesso cosa spinga una persona a mettere da parte se stessa e rinunciare ai suoi diritti fondamentali per dedicarsi a un lavoro così logorante. Ma si sa, il destino è sempre un passo avanti a noi. Ha già scritto tutto ciò che deve accadere, senza chiedere consensi a nessuno. E anche con tutta la buona volontà alcune cose non si possono cambiare.

L’opera è stata arricchita dall’arte di Ielmo Cara. La prima volta che siamo stati a Rosas, siamo rimasti affascinati dai bellissimi murales disseminati per tutto il villaggio. Le opere dell’artista Ielmo Cara, decano dei pittori sardi, conosciuto e apprezzato in tutta Italia, rappresentano la cultura mineraria, che non necessariamente deve essere quella sarda. Le immagini degli uomini a petto nudo al lavoro nelle viscere della terra, il lavoro massacrante delle cernitrici e i bambini all’uscita di scuola che percorrono i sentieri polverosi che portavano al villaggio, fanno parte dei ricordi d’infanzia dell’artista. Figlio di minatori sardi, immigrati in terra toscana per lavorare nelle Colline Metallifere di Gavorrano, nutre sin da bambino la passione per la pittura. All’età di sette anni torna in Sardegna con la famiglia. Vanno a vivere a Carbonia, dove perfeziona e mette in pratica la sua dote artistica. Quelle immagini sono state fonte inesauribile d’ispirazione per il nostro romanzo. Ci è venuto naturale pensare di utilizzare un dipinto dell’artista narcarese per la copertina del libro. Ci siamo recati a Carbonia per chiedere il suo consenso e abbiamo così conosciuto una bellissima persona oltre che un grande artista. Si è dimostrato subito entusiasta del progetto e si è offerto con grande generosità di aiutarci a realizzare il nostro lavoro, dandoci importanti consigli e suggerendoci quali secondo lui sarebbero state le immagini più adatte per impreziosire il nostro libro. Non ci sono parole per esprimere la gratitudine e la profonda ammirazione che proviamo per lui.

Una storia, quella che avete raccontato, che è diventata un film. Tutto è nato dal provvidenziale incontro con Ignazio Vacca. Il regista di Sant’Antioco ci ha chiesto se volevamo partecipare a un suo progetto, scrivendo la sceneggiatura di un film che lui stesso avrebbe diretto. L’argomento trattato ci ha affascinato sin da subito e così non ce lo siamo fatti ripetere due volte. Con entusiasmo ci siamo buttati in questa avventura anche con un pizzico di incoscienza. Ci siamo dovuti documentare parecchio prima di scrivere le prime righe. Abbiamo spulciato negli archivi una quantità enorme di materiale, in particolar modo testimonianze dei minatori. È stato di fondamentale importanza visitare il villaggio minerario di Rosas e scendere in galleria, toccare con mano, sentire l’odore di polvere e umidità nella pancia della terra. Vedere con i propri occhi quei posti ricchi di storia è stato molto coinvolgente ed emozionate. Un salto nel passato che ci ha permesso di immedesimarci nella vita umile dei minatori che, nonostante tutto, hanno portato avanti il proprio lavoro con grande orgoglio. Il villaggio di Rosas è un luogo incantato, un paesaggio montano immerso nella vegetazione dove regna il silenzio e l’aria è fresca e pulita. E poi ci sono loro, gli splendidi murales che raccontano, più delle parole, la dura vita in miniera. Noi ci siamo letteralmente innamorati di questo posto e una volta rientrati a casa abbiamo riversato, come un fiume in piena, pagine d’inchiostro. La storia è rapidamente venuta fuori e la sceneggiatura ha preso subito forma. È stato particolarmente emozionante, una volta terminato il nostro compito, vedere i primi ciak: il set, lo staff, i truccatori e soprattutto loro, gli attori.

Che esperienza è stata scrivere un libro insieme? Un sogno che si realizza. E non vuole essere una frase fatta. Durante gli ultimi anni non abbiamo fatto altro che scrivere anelando verso un traguardo che sembrava non volesse farsi raggiungere. Con determinazione, pazienza e fatica siamo finalmente giunti a questo momento. Sembra tutto troppo veloce e inverosimile, troppo bello per essere vero, ma ora abbiamo le prove! Lo guardiamo, lo sfogliamo, lo annusiamo. Queste pagine odorano di condivisione, perché condividere con la persona che ami una vittoria così significa tanto per noi. Condividere la stessa passione, vivere lo stesso sogno crea un legame nuovo a un altro livello. Ci porta a essere quasi una sola persona che esprime lo stesso concetto. Le parole racchiuse in questo lavoro vogliono sottolineare l’importanza dei siti minerari in Sardegna e di quanto sia importante non far cadere nell’oblio la nostra storia. 

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