IL PATRIMONIO DI CONOSCENZE LASCIATO IN EREDITA’ DA BRUNO PIREDDA, L’UOMO CHE CURAVA IL CORPO E LO SPIRITO CON LE ERBE

ph: Bruno Piredda

di LUCIA BECCHERE

In groppa ad una cavalla angloaraba sarda, Bruno Piredda, ufficiale di cavalleria in licenza, era giunto a Lanaittu per trovare il padre Pietro, un importante industriale impegnato in un grosso processo di deforestazione con i boscaioli toscani che trasportavano il legname a Cala Gonone per imbarcarlo verso la Penisola. Era il 1938 e in quell’occasione il giovane nuorese ebbe modo di ammirare per la prima volta la valle incastonata fra i monti di Oliena e Dorgali, pianificando le prime escursioni che avrebbero sprigionato in lui la grande passione per la speleologia nel fare di quella porzione del Supramonte la sua seconda casa. Nel 1953 con gli amici Giuseppe Cadoni e Federico Ventura fondò il primo Gruppo Grotte denominato PI.CA.VE (detto anche “Speleo Nuoro”) acronimo di Piredda, Cadoni e Ventura, sodalizio che Bruno definirà “la tricuspidata stalagmite umana”, denominazione che ancora oggi campeggia nell’insegna apposta nel rifugio Gruppo Grotte Nuorese di Lanaittu di cui lui fu presidente effettivo e onorario. Colpito da infarto nel 1974, sottoscritta una liberatoria lasciò il letto d’ospedale per curarsi con le erbe. Da uomo libero e anticonformista voleva vivere in campagna, solo e senza condizionamenti. Si rifugiò a Montrìcos – toponimo che deriva da monticheddos cioè piccole colline – località Marreri, la valle ai piedi del monte Ortobene porta di Nuoro verso la Baronia. In quel piccolo fazzoletto di terra incolta – oggi un’azienda di ben cinque ettari – si dedicò allo studio di tutti i prodotti naturali. Prese contatti con gli amici che grazie al Gruppo Grotte vantava numerosi in tutto il mondo e dopo alcuni giorni ricevette da un medico di Johannesburg la risposta tanto attesa: l’erba che andava cercando per curare il suo cuore era presente in Sardegna e per ben individuarla gli inviò anche la foto. Si trattava del marrubium vulgare da noi chiamato “marrubium bianco” che realmente lui aveva a portata di mano. A Montricos fra pietre e cespugli si ergeva una sola quercia da sughero e fra i suoi rami, Bruno Piredda costruì un rifugio primitivo a guisa di palafitta per mettersi al riparo durante la notte. In seguito, accanto alla quercia realizzò una casetta in legno dove visse per quattro anni, fino a quando con l’aiuto di amici e familiari poté disporre di una piccola abitazione in muratura. In quell’eremo si dedicò allo studio di quell’erba, ne scoprì le sue proprietà cardio toniche, disinfettanti del fegato e bronco dilatatorie, per cui cominciò a bere tisane tutti i giorni, affiancando al marrubium altre erbe. Ben presto si avvide che il battito del cuore si andava normalizzando e così pure le sue forze. Quel brutto infarto in ogni caso l’aveva costretto a fare “lo speleologo a tavolino” come lui stesso ebbe a dire: aveva continuato ad andare in grotta senza tuttavia inoltrarsi all’interno.

«Noi familiari – dice Luciana Lapia Piredda oggi vedova di Michele figlio di Bruno – tutti i giorni lo andavamo a trovare per stargli vicino e non sapevamo ancora di aver imparato tanto anche noi, così che in seguito per me, Michele, mio figlio Elia e mia sorella Gabriela, conseguire il diploma di erborista all’Università di Urbino è stato un semplice gioco perché le conoscenze le avevamo acquisite sul campo. Michele è stato il primo titolare dell’erboristeria “Montricos” fondata a Nuoro nel 1993 e che prende il nome proprio dal toponimo dall’azienda. Dalla sua scomparsa avvenuta nel 2005, la titolarità è in capo alla società Piredda-Lapia (Io, mio figlio Elia e mia sorella Gabriela). Oggi con noi lavora anche l’altro mio figlio Bruno che si occupa dell’azienda e la moglie Katia che lavora nel punto vendita».

Come avete vissuto questa pandemia? «L’erboristeria è rimasta sempre aperta perché equiparata alla farmacia e noi a disposizione di chiunque ne avesse necessità e poiché i clienti non potevano raggiungere il negozio, le consegne le facevamo a domicilio. Certo il lavoro era notevolmente ridotto, ma non ci siamo mai fermati. Tuttavia la sofferenza morale e psicologica per questa emergenza sanitaria è stata devastante anche per noi».

Oggi, come vanno le cose? «Abbiamo ripreso a pieno ritmo».

Che lavoro è il vostro? «Il nostro è un lavoro in continua evoluzione perché la conoscenza non ha confini, ma soprattutto di forte passione e di grande empatia con i clienti che si rivolgono a noi perché i nostri prodotti provengono per la maggior parte dalla nostra azienda, alcuni vengono importati ma lavorati nel nostro laboratorio e solo in minima parte arrivano già confezionati».

Quale il vostro cliente tipo? «Prima erano gli anziani adesso anche i ragazzi si interessano alle erbe e frequentano il nostro negozio. Questo è molto bello».

Quali erbe trovano maggior utilizzo nel territorio? «Il marrubio senz’altro, che può essere assunto come tisana, oppure consumato in gocce dopo averne estratto la cosiddetta tintura madre, un’estrazione idroalcolica molto amara come pure la tisana, oppure consumato come digestivo dopo averlo fatto macerare nel vino e che oggi quasi più nessuno indica con il suo vero nome perché per molti è l’erba di zio Bruno».

Chi è per voi Bruno Piredda? «Un faro che ha illuminato i nostri orizzonti sulla conoscenza della natura e della medicina, non soltanto per la possibilità di curare il corpo ma anche la psiche che sottintende l’approccio umano e lo stato di salute nel momento del bisogno».

Che uomo è stato? «Eccezionale. Molto affettuoso, pacato e riflessivo, che aveva sempre cose intelligenti da dire e da raccontare. Un grande affabulatore che catturava l’attenzione dei giovani e dei meno giovani, perché a tutti sapeva trasmettere il fascino della scoperta e dell’avventura, il mistero delle cose ma soprattutto il suo entusiasmo. Inoltre sentiva il valore sacro dell’amicizia e a Montricos accoglieva tutte le scolaresche a cui fino alla fine ha voluto insegnare l’uso e la conoscenza delle erbe».

E in famiglia? «Era tenero e coccolone, io ero per lui la figlia che non aveva avuto. I nipoti con cui aveva un legame particolare, lo ricordano come un nonno speciale. A noi tutti ha trasmesso la passione per lo studio e la cura dei prodotti naturali. Questa è la più grande eredità che ci ha lasciato».

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

8 risposte a “IL PATRIMONIO DI CONOSCENZE LASCIATO IN EREDITA’ DA BRUNO PIREDDA, L’UOMO CHE CURAVA IL CORPO E LO SPIRITO CON LE ERBE”

  1. Verso l’anno 2002 andammo a visitare l’azienda di Piredda a Montricos con l’UTE.
    Assaggiammo distillati di tante erbe.
    A parte i classici ricordo ancora il forte sapore della menta e la leggera asperità del rosmarino.

  2. Ancora una volta mi è d’obbligo intervenire per fornire precisazioni su questi luoghi comuni che hanno fatto di quest’uomo un mito basato solo sui “si dice”, sul suo ego smisurato e su interessi economici di chi continua ad alimentare leggende. Sono il suo terzogenito Marcello e non accetto più di leggere o sentire racconti che nulla hanno a che vedere con la realtà dei fatti. Bruno Piredda, anzitutto, non è mai stato un eremita, avendo passato al massimo qualche notte fuori casa, e per giunta in compagnia di amici o familiari.
    La “casetta” sull’albero era nata da una giocosa scommessa tra me e lui e servì solo, per breve tempo, come ripostiglio di attrezzi da lavoro. Gli unici che ci passarono la notte furono gli animali di passaggio. Non fu un eremo neppure la casa di legno che precedette quella in mattoni; Bruno passava la gran parte delle sue serate e nottate con la famiglia nella sua accogliente casa condominiale di viale Repubblica 3, e gli anziani che ancora vi abitano possono confermare di non averlo mai visto assentarsi addirittura per anni, come l’articolo ed il termine “eremita” lascerebbero intendere. I numerosi amici ed i semplici curiosi che andavano a trovarlo in campagna quasi quotidianamente, non sono che una ulteriore conferma che il termine di “eremo” sia quanto mai fuori luogo. Lui stesso, inizialmente, lo chiamava così per scherzo, ma a furia di ripeterlo divenne per tutti una realtà accreditata, che a lui non dispiacque in quanto se ne glorificava. Per dare ancora più credito a questa sua condizione di eremitaggio non vera, alcuni hanno voluto farlo passare come uomo separato dalla moglie, cosa anche questa assolutamente falsa. Falso, anzi pericolosamente falso, è che dopo l’infarto si sia curato con le erbe. Questo messaggio fantasioso può indurre le persone a fidarsi ciecamente delle erbette anche quando non possono essere risolutive di un problema così serio; Bruno prendeva le sue pillole rosse per il cuore quotidianamente e sempre alle stesse ore, ma poiché si era ormai creato la fama di “mago delle erbe”, per non esporsi in prima persona andavamo noi familiari presso la farmacia Canargiu a ritirargliele. Ci sarebbero altre cose da precisare ma per ora mi fermo sulla frase “questa è la più grande eredità che ci ha lasciato” perché è veramente qualcosa di beffardo: il suo primogenito ha avuto ben altre eredità grazie sia alla sua avidità che alla complicità di un notaio che a suo tempo fu già indagato per atti falsificati. A disposizione per dipanare eventuali dubbi!

  3. Buona sera, ho conosciuto Bruno Piredda tramite suo fratello Italo. Era il 1979 e con il mio compagno Alfredo eravamo in attesa di nostro figlio Loto. All epoca avevamo un laboratorio artigianale di erboristeria in piazza Satta

  4. Un piccolo particolare del quale difficilmente si terrà conto parlando di quest’uomo, è che la prima vera appassionata di erbe medicinali fu sua moglie, Maddalena Saba. Nel 1971 acquistò il suo primo libro, “Uomini Erbe Salute” presso la cartolibreria sotto casa, in viale Repubblica 3, incuriosita dalla figura di Maurice Mességué. Solo dopo qualche tempo se ne interessò anche Bruno, fino a quel momento del tutto indifferente alle cure erboristiche!

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