VANESSA ROGGERI, LA SCRITTURA E L’AMORE PER I LIBRI: LA PUREZZA DELLA LETTURA PER CONTRASTARE LE DERIVE DEL MONDO

ph: Vanessa Roggeri

di PIER BRUNO COSSO

Anche quando la notte fa paura, il tuo cuore conosce la strada.

Queste parole le trovo scritte sulla copertina del tuo secondo romanzo Fiore di fulmine (Garzanti 2015). Le ho lette, le ho rilette, e sono rimasto un po’ lì a pensare. Significano tanto, e forse ancora di più in questa situazione, di quarantena da pandemia. Le hai scritte cinque anni fa quando non si poteva proprio immaginare… Ma le parole sono trasversali alle epoche, e vivono in emozioni diverse. Anzi le portano in dote. E si arricchiscono in nuove sensazioni, pur con un significato scolpito sulla carta.

Allora ritornando alla tua bellissima frase della copertina, ti chiedo che significato aveva quando l’hai scritta, e che significato potrebbe avere ora, per la notte che stiamo attraversando: Queste parole condensano alla perfezione la storia di Nora Musa, la protagonista del libro, che a 11 anni ha la forza di resuscitare dalla morte e con coraggio di superare le tenebre della vita in cerca di luce e amore. È stata di ispirazioni per molti lettori, specialmente lettrici che stavano attraversando momenti delicati della propria vita in cui sarebbe stato facile cadere e non rialzarsi più. Averne consapevolezza mi ha fatto capire prima di tutto che le storie non sono mai delle semplici storie che muoiono con l’ultima pagina, ma hanno il grande potere di illuminarti il cuore e la mente proprio quando ne hai più bisogno. I libri ti cambiano, ti scavano dentro, e a volte di danno una ragione per andare avanti. In quanto autrice sento di avere una responsabilità nei confronti dei lettori, soprattutto ora che la pandemia ci sta spingendo a riconsiderare il significato stesso dell’esistenza.

Interessante… sul peso delle parole, fondamentale per chi scrive, ci torniamo tra un attimo; intanto ti voglio ringraziare per esserti resa disponibile per TOTTUS IN PARI. Ti presento: siamo con Vanessa Roggeri, affermata scrittrice di Cagliari che ha al suo attivo già tre romanzi di grande successo, Il cuore selvatico del ginepro (Garzanti 2013), Fiore di fulmine (Garzanti 2015), e La cercatrice di corallo (Rizzoli 2018).

Ovviamente, dato il momento, il nostro incontro è virtuale, con scambi di mail da lontano, senza quegli incontri personali, diretti, dove si vedono sorrisi, sguardi, e inflessioni della voce che arricchiscono un’intervista. Però con te vorrei fare un passo più in là nel virtuale e spingerci fino ad immaginare di trovarci per un caffè insieme, seduti al tavolino di un bel bar.

A Cagliari, scegli tu il posto, ma a Cagliari, che è la tua città che ami tantissimo. A Cagliari, perché ne sono innamorato perdutamente (strano per un sassarese…), dove mi sento accolto come a un punto d’arrivo dopo aver attraversato un po’ di tormento. Non come arrivare a casa, un po’ diverso, ma di più, forse come arrivare a destinazione. Cagliari si raggiunge, non ci stai soltanto.

Ecco, proponi un locale e andiamoci insieme ai nostri lettori. Chiudete gli occhi e immaginate questa grande città di mare e di sole, col tepore che ti abbraccia d’inverno e con la brezza marina che ti ridà vita d’estate, e poi tutta quella luce che spesso devi strizzare gli occhi. E il mare dentro casa, che apre la via ai sogni, o i quartieri così diversi e particolari che ognuno è una piccola città nella città.

Visualizziamo tutto questo, e adesso tu, Vanessa, scegli un bel baretto, che ami, e portaci tutti idealmente. Conducici per mano nella via, e con pochi passi nel locale che hai scelto per noi. Chiudiamo gli occhi mentre ce lo racconti… Pier Bruno, ti propongo di sederci a uno dei tanti tavolini di Piazza Yenne perché voglio che tu percepisca in pieno l’abbraccio della mia città. Senti quanta vita palpita intorno a noi! Il traffico dell’ora di punta, il viavai di cagliaritani e turisti: è una girandola di esistenze che si incrociano sul limitare del mare. Dalla via Roma affacciata sul porto, risaliamo il Largo Carlo Felice sotto la cappa indaco delle jacarande in fiore, mischiandoci alla folla di crocieristi che sbarcano a migliaia ogni giorno da tutto il mondo per godere le meraviglie di una città costiera arroccata su sette colli di bianco calcare. Una città cosmopolita ancora a misura d’uomo, da sempre crocevia di razze e culture, abituata per tradizione ad accogliere i viaggiatori. Non la cambierei con nessuna metropoli. Sai, non mi stupisce affatto che tu la senta come approdo destinato, la risoluzione di una ricerca inconscia. Penso sia una sensazione che si lega in modo imprescindibile allo spirito generoso dei suoi abitanti. Ecco, sediamoci qui. Sai che da questo punto inizia la SS 131 che conduce fino a Porto Torres? La statua di Carlo Felice che svetta sulle due edicole ci indica la via opposta, forse lo fa per dispetto, ma tu non ti crucciare di lui: diventa simpatico solo quando i tifosi del Cagliari, a fine campionato, lo cingono di sciarpe e bandiere rosso-blu.

Ah, finalmente seduto, dopo questa breve camminata. Ma che bello qui; non lo conoscevo. «Scusi, cameriere! Cosa prendi Vanessa? Per me un caffè macchiato e una naturale fresca, grazie, oppure tu mi consigli qualcosa di caratteristico?». Il caffè va sempre bene. Io prendo un latte macchiato, grazie. Quando viaggio per presentare i miei libri, soprattutto fuori Sardegna, bevo litri di latte macchiato.

Che meraviglia, che bella idea che hai avuto. Allora, stavamo parlando del senso delle parole. Tu come scrittrice che rapporto hai con le parole? Ne sei dominata? Nel senso che alcune ti affascinano così tanto che appena puoi corri da loro e le racchiudi dentro una bella frase, oppure le domini scegliendole esclusivamente per essere al servizio delle tue sensazioni?Un autore schiavo delle parole è destinato alla frustrazione. Il rischio di essere perennemente insoddisfatti dei propri scritti è elevato, sempre alla ricerca di una perfezione che non esiste, della limatura che levighi all’infinito, come un cabalista ossessionato dalla permutazione dei lemmi divini. Ma per quanto le parole abbiano un peso specifico e la loro scelta debba avvenire in maniera accurata e consapevole, penso che uno scrittore padrone del proprio mestiere agisca per buona parte d’istinto, secondo un sentire che unisce il talento innato all’esperienza. Una parola non vale l’altra, ma ciò che conta è l’armonia e la forza comunicativa prodotte dalla pagina nel suo complesso, l’innesco della suggestione che è capace di suscitare sul lettore. Per quanto mi riguarda, smetto di intervenire sul testo quando, rileggendo a voce alta, “sento” che “funziona”.

Un po’ lo immaginavo che avresti risposto che entrambe le cose… Si capisce dalla tua scrittura, che è sempre con una cifra molto alta. Anzi, mi incuriosiva, visto che in tante interviste tue che ho letto, prima o poi arriva la domanda col paragone a Grazia Deledda, ma non ti spiazza? Voglio dire, certo che un confronto con una grandissima autrice, per di più Premio Nobel, è sempre lusinghiero, ma lo trovo deviante come paragone. Tu hai un tuo stile, con una sua precisa identità, ed è la forza della tua scrittura, perché mai dobbiamo raggruppare generi letterari, associare scrittrici e chiuderle dentro la stessa scatola con un’etichetta che non va bene né a una né all’altra? Alla fine è un confronto anche lusinghiero, ma che ti riduce un po’ a uno stereotipo? Questo lo soffri o no?All’inizio, un accostamento così immenso mi ha molto stupita. Non ho mai preteso di emularla, anzi, non ho mai pensato ai suoi romanzi prima, dopo o durante la stesura dei miei perché ero del tutto concentrata sull’atto creativo e sulla mia personale interpretazione della Sardegna. Una personale versione che evidentemente conteneva un’universalità per me inaspettata ma che i lettori hanno saputo riconoscere. Oltre lo stupore c’è il piacere del complimento, non potrei mai soffrirne, ma è anche vero che tra me e la lusinga pongo sempre un margine di distanza che tendo a colmare con una buona dose di lucidità e pragmatismo, giusto perché il mio ego non si ringalluzzisca troppo. Mantenere i piedi ben piantati a terra è nella mia natura e ritengo sia fondamentale averli per non cadere in ridicoli narcisismi.

Sì, lo so, la Deledda ci deve andar bene perché siamo sardi. Perfetto! Ma andiamo avanti! La stessa autrice di Nuoro avrebbe voluto vederci andare avanti. E non può essere deleddiano tutto quello che è ambientato, e più che ambientato, radicato, in Sardegna. Tu sei più avanti, e non sei la sola, vogliamo iniziare a parlarne senza che sia considerato blasfemo? Penso non ci sia blasfemia se con onestà ammettiamo che la nostra letteratura è inchiodata a un cliché fermo nel tempo, a un’immagine di Sardegna capace di contemplare – nell’immaginario del lettore non sardo – solo ambientazioni agropastorali e personaggi aspri, sconfitti dalla vita e perciò votati al pessimismo. Negli anni mi sono resa conto che fuori dai confini isolani a dominare è la supposizione di una Sardegna arcaica, priva di evoluzione e sofisticazioni moderne, vera forma di esotismo che affascina ma che a ben vedere crea un limite concettuale. Sia chiaro: noi siamo anche questo, ma ridurci solo a questo è fare un torto alle nostre mille sfaccettature e complessità letterarie.

Però è vero che la Sardegna è nel Dna della struttura dei tuoi romanzi. Ambienti, angoli, e soprattutto personaggi respirano Sardegna: è una scelta che ti vincola, che ti chiude in uno spazio stretto, o è il territorio aperto di caccia alle tue emozioni? Ho dedicato il mio terzo romanzo alla mia isola, fonte inesauribile di ispirazione, a significare che la mia scrittura non viene influenzata tanto dalla magia dei panorami, dalla storia e dagli spunti culturali e antropologici, quanto da un particolare “sentire” che appartiene a questa terra: affonda le radici in un terreno confortevole e vola alto, senza confini. Nella mia mente non vi sono spazi ristretti.

Le donne e la Sardegna. Come se le donne avessero in sé la grande forza dell’isola, e l’isola si coniugasse soprattutto al femminile (almeno nella letteratura…). Le donne nei tuoi libri sono meravigliosamente complesse: forti, magiche o madonne, e protagoniste senza volerlo essere, e a volte guerriere per rispondere a una chiamata. Le trovi così fantastiche nell’intimo della ispirazione, oppure se ti guardi intorno non vedi altro che ragazze, nonne, madri, figlie e amiche così meravigliosamente autentiche? Ho conosciuto donne che sanno essere meravigliosamente autentiche nel loro essere fantastiche sempre, tutti i giorni della loro vita. In Sardegna abbiamo esempi di donne così straordinari che non ho bisogno di mistificare la realtà con la mia fantasia: basta saperla raccontare con obiettività. Ciò che a me interessa è descrivere la forza delle donne nel bene e nel male, pregi e difetti della loro natura, lontana da presunte apologie femministe.

In quanto autrice donna pensi di aver dovuto faticare di più per arrivare al successo? Al tempo della Deledda una scrittrice era guardata con diffidenza e sospetto, spesso astio. Adesso ce l’abbiamo fatta? Dico, almeno nella letteratura… All’epoca della Deledda una donna non aveva il diritto di sognare, ancor meno di realizzare se stessa secondo le proprie inclinazioni. Moglie e madre: questo era l’unico destino ammesso. Grazia Deledda ha soverchiato uno status quo, si è ribellata alle imposizioni sociali e da vera rivoluzionaria si è conquistata un meritato posto in un mondo ad esclusivo appannaggio degli uomini. Spesso, quando sognavo di diventare una scrittrice e pubblicare il mio primo romanzo, mi ripetevo: se è riuscita a farcela Grazia Deledda, con tutte le limitazioni del suo tempo, a maggior ragione posso farcela anch’io, che sono figlia di un’epoca disposta a concedere un’opportunità a chiunque abbia abbastanza coraggio per tentare la sorte. Il suo esempio di donna è stato per me molto più importante delle sue stesse opere, e con questo sono io a non voler essere blasfema, bensì semplicemente grata. Ciò che oggi le donne in letteratura (e non solo) faticano ancora ad ottenere è la credibilità, la giusta considerazione delle proprie opere e pensiero che sia pari a quella dedicata alle opere e pensiero degli uomini. Il pregiudizio in questo senso è in piena fase di demolizione.

Oh, ecco il cameriere con il vassoio per noi. Facciamo una pausa, il lusso di una pausa dovrebbe essere un bel regalo da farci più spesso. Non ti pare? Distolgo lo sguardo dall’espressione amichevole di Vanessa per versare mezza bustina di zucchero nel caffè, e girare piano piano col cucchiaino. Una leggerissima voluta di fumo che sale e la resistenza dei granelli bianchi che si squaglia. Giro, e poi giro ancora: si sciogliessero così anche i problemi… La parità di genere? Risolta, disciolta nel liquido nero… Giro ancora; e la pandemia? Che svanisca all’alba come l’umido che evapora col sole. Giro, e giro ancora. È una mia ossessione: passo molto più tempo a girare il caffè che a sorseggiarlo. E tu a che pensi in questi momenti, ti lasci andare a qualche mania, o sei perfettamente razionale? Direi che con questa pandemia la pausa ce la siamo presa nostro malgrado. In verità ho pochissimi riti maniacali. Abitudini sì, specie col cibo. La tua ossessione assomiglia molto alla gestualità del mago.

Ma che bello, non ci avevo pensato. Il cielo o il mare? Mare. Perché nel mare è contenuta l’immensità mutevole del cielo.

Bella risposta: è da segnare e registrare tra la mente e il cuore. Invece, mi incuriosisce molto l’ambiente in cui scrivi. Cosa vedi fuori della tua finestra? Si vede il mare, o il maestrale te ne porta il profumo? Ma soprattutto hai qualche gesto propiziatorio? Ad esempio, il silenzio: te lo crei intorno per viaggiare nella tua ispirazione? Usi scalette? Scrivi con metodo, tipo rigoroso rispetto degli orari? Magari vedessi il mare dalle mie finestre! A volte la notte sogno di avere una distesa blu per giardino. Abito in una tipica casa campidanese ristrutturata e scrivo nella stanza al piano rialzato che 90 anni fa veniva usata per stipare il grano, la cosiddetta stanza “de su lori”. La scrivania è rivolta verso una finestra che incornicia le chiome di un limone e di un carrubo; oltre le cime verdi, il margine abitato e vasti campi coltivati. Sono rigorosa nell’organizzare il romanzo, non inizio mai prima di aver fatto settimane (a volte mesi) di ricerche; proprio durante questo periodo preparatorio la storia matura e la trama si snoda nelle sue parti principali, ma anche in molti dettagli. Ho bisogno di tracciare uno schema dei capitoli, di vedere fisicamente il loro sviluppo per organizzare nella mia mente un lavoro equilibrato. È come costruire una casa: senza un progetto sapiente la struttura crollerà. Soprattutto nella prima fase della creazione, quando in un flusso libero “vedo” le scene o immagino i dialoghi, ho necessità di silenzio. Possiamo paragonare questo momento a uno stato di leggera alterazione della coscienza, di proiezione dentro una realtà che è frutto della mia fantasia, le interferenze esterne sono a dir poco deleterie. È stato così per la stesura dei miei primi tre romanzi, mentre per il quarto è andata in modo diverso: durante la scrittura la musica mi ha aiutato a stare dentro le atmosfere della trama, a dimostrazione che ogni storia è unica, tanto da influenzare le esigenze dell’autore. Comunque sia, se seguo l’ispirazione sono sicura di non sbagliare.

E gli animali? Non è vero che ci fanno compagnia, sarebbe riduttivo, abbiamo così tanto da imparare da loro… ti danno qualcosa che potrebbe essere vicino alla creazione? Gli animali nella mia vita sono stati e sono tuttora importanti al pari dei famigliari stretti. Cani, gatti, oche, galline, un cincillà, un merlo, tartarughe, conigli, cocorite, canarini… L’elenco è lungo, e ogni volta che li ho amati, accuditi, protetti ero io a entrare nel loro mondo fatto di istintività, per cercare di capirli, per sforzarmi di diventare un po’come loro: ovvero, priva per quanto possibile di quelle sovrastrutture artificiose che offuscano l’autenticità dell’anima.

La cultura in generale, e i libri in particolare, fortificano l’autonomia di pensiero per resistere a quella superficialità purtroppo così dilagante. In questo momento di sbigottimento che ruolo dovrebbero avere i libri? Come ti accennavo prima, i libri dovrebbero rappresentare un’ancora di salvezza. Io mi ci aggrappo, sia a quelli letti che a quelli che ho scritto e che ancora devo scrivere. Lo faccio sapendo che rappresentano uno spazio puro in un mondo alla deriva. Non posso maturare un pensiero ponderato se prima non mi confronto con altri punti di vista illuminanti, altre esperienze, altre culture, altre storie che aprono la mente. I libri sono l’ultimo baluardo contro l’omologazione social di massa, contro la dominazione globale del pensiero becero, violento e superficiale che prolifica nel web.

Ma, più dei libri, oggi l’impegno degli scrittori, degli intellettuali, che senso ha? Non mi dire che non ne ha, altrimenti ti lascio da sola in questo tavolino e corro a bruciare tutti i libri peggio che in fahrenheit 451. Anche se… non credi che virtualmente stia succedendo? Non temi che questo mordi e fuggi culturale con sovraesposizione da social, che queste verità trascendenti che trascendono solo dalle panzane di bassa lega, sia un po’ come bruciare i libri? Lo scrittore deve esporsi, esprimendo il proprio punto di vista, solo se ha qualcosa da dire. Guarda, non è scontato dirlo, perché molti aprono la bocca solo per esserci a tutti i costi, per farsi pubblicità e raccattare “like”, non perché hanno reale necessità di dedicare al mondo un pensiero critico e costruttivo. In ogni caso penso che l’immagine dell’intellettuale scrittore non debba mai soverchiare in importanza il valore delle sue parole, dette e scritte. Nella società del selfie questo pericolo è inevitabile.

Mi fa piacere che sia tu a dirlo, in quanto giovane e in quanto scrittrice. Allora ti sfido, so che ce la farai: convinci una persona a lasciarsi affascinare dai libri. Convincine anche una sola, perché se ne convinci una abbiamo vinto tutti. Poniamo che sia un ragazzo, Gavino. Converti Gavino, a leggere e amare i libri, soprattutto i tuoi. Trattandosi di Gavino, un uomo, basterà dirgli di non leggere, di lasciar perdere cose belle come i libri perché non fanno per lui, e allora stai tranquillo che Gavino farà l’opposto. Se fosse stata una Gavina, invece, le avrei semplicemente detto: ti va di condividere un mondo di emozioni coinvolgenti? 

Fantastico. Grazie Vanessa di averci incontrato in questo bellissimo bar. Mi pare che tu debba andare: devi scrivere anche stamattina? Grazie a te, Pier Bruno. Sì, devo consegnare l’editoriale per La Nuova, e poi lavorerò un po’ al mio quinto romanzo. Leggo nei tuoi occhi la domanda che stai per farmi: e il quarto libro? Con piacere ti rispondo che arriverà molto presto.

Ah benissimo. In bocca al lupo. Grazie davvero della tua disponibilità e della magia delle tue parole. Un incontro davvero ricco. Vado alla cassa a pagare così andiamo. Hai già pagato tu? Grazie. No, non c’entra la parità, perché non è il gesto di pagare, è molto più importante che sia considerato normale! Grazie, la prossima invito io, magari capitasse davvero, e non nell’immaginazione come ora. Di nulla. Mi fa piacere poter offrire un caffè a un amico.

Note Biografiche: Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. Nel 2013 inizia la sua carriera di autrice con la pubblicazione del suo primo romanzo “Il cuore selvatico del ginepro”, edito da Garzanti; segue nel 2015 la pubblicazione del secondo romanzo “Fiore di fulmine”, anch’esso edito da Garzanti. Nel 2018 pubblica il terzo romanzo, edito da Rizzoli, “La cercatrice di corallo”; il libro ha vinto nel 2019 il Premio nazionale di letteratura e giornalismo Alghero Donna. Sempre nel 2018 inizia l’attività di editorialista per La Nuova Sardegna; per lo stesso quotidiano, cura anche la rubrica delle lettere dei lettori.

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