DA GILLEBERT D’HERCOURT AD ALFREDO NICEFORO, LA SARDEGNA CRIMINALE

di ROBERTA CARBONI

L’Ottocento è stato un secolo intenso, ricco di cambiamenti e scoperte. E’ stato il secolo del Positivismo, dell’avanzata industriale, della borghesia e della scienza. Ma è stato anche un secolo affascinante e pieno di contraddizioni. La Sardegna, che in questo secolo vive pienamente il cambiamento sotto l’egida dei Savoia, è il cuore del complesso e delicato processo di unificazione italiana nel quale Vittorio Emanuele II – da ultimo re di Sardegna – diventa primo re d’Italia.

Ma come si presentava l’isola agli occhi dei contemporanei? La Sardegna nell’Ottocento veniva considerata una terra intrisa di misteri, fascino e contraddizioni. Spesso gli scrittori e gli intellettuali guardavano a questa terra con curiosità e interesse, e chi ci era stato la ricordava con meraviglia e stupore. Altri ancora sembravano averla snobbata affidandosi a pregiudizi e stereotipi che – fin dall’epoca di Cicerone – sembravano aver classificato la “razza sarda” come ostile, gretta e selvaggia. Ma sicuramente la Sardegna era percepita come una terra antica, plasmata da secoli di storia che portava i segni di numerose etnie e dominazioni: fenici, cartaginesi, romani, bizantini, arabi, spagnoli e così via.

La nascita dei nazionalismi in tutt’Europa aveva portato ad un graduale processo di omogeneizzazione dei vari mix culturali con l’intento di riunire le differenti tradizioni, etnie e manifestazioni culturali entro un confine geografico preciso, coincidente con quello dei confini istituzionali degli stati nascenti. In quest’ottica universalizzante le differenti espressioni culturali rappresentavano un elemento di grande ricchezza e vivacità, ma al tempo stesso, per alcuni scienziati, venivano interpretate come variazioni razziali capaci di generare comportamenti criminali.

Non è un caso che molti intellettuali europei fossero convinti che i sardi appartenessero ad una razza inferiore, selvaggia e delinquente. Le motivazioni per ritenere valide queste assurde convinzioni erano di presunta natura antropologico-scientifica.

Ma da dove avevano origine queste convinzioni? Nel 1850 l’antropologo Gillebert d’Hercourt pubblicava il suo “Rapport sur l’anthropologie et l’ethnologie des populations sardes”. Le sue osservazioni, unite a misurazioni, disegni e fotografie, si collegavano anche a riflessioni di tipo etnografico e geografico quali la bassa densità di popolazione, il clima, l’agricoltura e le metodologie di coltivazione e produzione, l’isolamento, la vita pastorale, la malaria, i costumi e le tradizioni, ecc. Tutte caratteristiche che furono giudicate positivamente, ma al tempo stesso mettevano in luce una componente selvaggia e marcatamente identitaria.

Queste riflessioni furono nuovamente sottolineate durante un convegno che l’antropologo tenne a Parigi 32 anni dopo, il 20 aprile del 1882, nella sede della Société d’Anthropologie. Nel convegno egli presentava una relazione frutto di un suo viaggio appena compiuto in Sardegna. Era un momento fondamentale che aveva appena visto la nascita della nuova antropologia positiva ( o “Positivismo”). Questa traeva fondamento dalla fiducia nel progresso e nell’affermazione della scienza e del metodo scientifico applicabile a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana. Gli antropologi che effettuavano viaggi nei vari continenti si muovevano con gli strumenti del mestiere, utili per rilevare e misurare in termini scientifici alcuni dati utili per formulare le varie teorie antropologiche sulla base di misurazioni antropometriche: topometro, stereografo, compasso di spessore, goniometro mandibolare, compasso scorrevole, ecc. D’Hercourt parlò in modo particolare dei risultati delle misurazioni craniometriche effettuate su 48 esemplari umani defunti e delle misurazioni cefalometriche di 99 esemplari viventi. Tali risultati furono pubblicati in un volume dal titolo “Ethnologie de la Sardeigne. Resumé des misurations craniométriques et cephalométriques” che riassume un giudizio nel complesso positivo verso il popolo sardo, e porta ad emergere una serie di caratteristiche “sociali”: i sardi sono piccoli di statura, fisicamente sani e intelligenti, sebbene inclini all’indolenza. Il loro isolamento rispetto a tutto ciò che avveniva nel Continente avrebbe ostacolato l’avanzare o il distinguersi di uomini illustri sia nel passato sia nel presente.

Questa tesi fu condivisa da molti altri scienziati, tra cui Charles Letourneau, il quale asseriva che, in virtù della mancanza di uomini illustri nella storia della Sardegna, i sardi erano tra i pochi popoli europei ad essere stati del tutto assenti dal processo di costruzione della civiltà occidentale. E pensare che poco tempo prima, grazie alla questione delle “Carte d’Arborea”, la Sardegna e la sua storia avevano tenuto tutti gli ambienti accademici europei con il fiato sospeso. Ad ogni modo, anche grazie a Letourneau, emerse un’immagine dei sardi come “popoli primitivi” che non faceva che evidenziare la classificazione in una scala di valori di tipo culturale e razziale.

Lo stereotipo del sardo primitivo e poco intelligente, seppur avesse preso piede a partire dagli studi antropologici francesi, fu presto condivisa anche negli ambienti accademici italiani. Tra tutti, emerse con forza la posizione dell’antropologo Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare, considerato il padre della criminologia. Positivista convinto, Cesare Lombroso fu fortemente influenzato dalla fisiognomica, dal darwinismo sociale e dalla frenologia.

Le sue teorie si basavano sul concetto del “criminale per nascita”, secondo cui l’origine del comportamento criminale era insita nelle caratteristiche anatomiche del soggetto criminale, le cui caratteristiche fisiche, ma soprattutto fisiognomiche, differivano per anomalie e atavismi da quelle di un individuo non criminale. Tali anomalie, secondo Lombroso, erano responsabili di un comportamento socialmente deviante. Di conseguenza la criminalità era una patologia ereditaria e l’unico approccio utile nei confronti del criminale era quello clinico-terapeutico. Solo nell’ultima parte della sua vita Lombroso prese in considerazione anche i fattori ambientali, educativi e sociali come concorrenti a quelli fisici nella determinazione del comportamento criminale. Ad ogni modo Lombroso cominciò ad elaborare queste convinzioni a seguito di alcune esperienze che segnarono profondamente la sua vita e la sua carriera: dapprima il suo ruolo di medico volontario nel corpo sanitario dell’esercito regio, che nel 1862 lo portò per qualche mese in Calabria per debellare la guerra contro il brigantaggio. Fu un’esperienza fondamentale per i suoi studi e per la sua vita che confluì nel 1864 nella pubblicazione di “Genio e follia”. Altra esperienza fondamentale fu la direzione del manicomio di Pavia. In questi anni si trovò ad esaminare il cadavere del brigante Giuseppe Villella, settantenne, datosi alla macchia sui monti. L’autopsia del brigante rivelò delle deformazioni delle ossa craniche. Tali alterazioni spinsero lo studioso a ritenere che quelle determinate caratteristiche ossee avessero una certa influenza sull’attività del cervelletto. Grazie a Villella, il medico iniziò a ritenere che potessero esistere casi di mancata evoluzione, o d’involuzione, a causa della presenza nel cranio della fossa mediana, presente solo in primati e gorilla. In quel contesto si fece largo la teoria della predisposizione biologica al crimine.

Questa scoperta diede inizio all’antropologia criminale, che possiamo far risalire al 12 gennaio 1871, quando furono resi noti i risultati dell’autopsia. Dagli anni Settanta, gli studiosi esperti di psicologia criminale e i medici specialisti in malattie mentali cominciarono ad essere chiamati “alienisti” e i colpevoli dei crimini “alienati”, in quanto proprio alla loro condizione di alienazione dalla natura umana era dovuta la patologia criminale.

Poco dopo l’autopsia del Villella, Lombroso fu incaricato di eseguire una perizia psichiatrica su Vincenzo Verzeni, il contadino denominato “lo strangolatore di donne”. Partendo dalla conformazione del cranio e dalle caratteristiche del volto, quali mandibole e zigomi pronunciati ed occhi piccoli, diagnosticò gravi forme di cretinismo e necrofilia. Con lo studio del caso Verzeni, Cesare Lombroso trovò la definitiva conferma alla teoria del “criminale per nascita”. Nel 1876 fu pubblicato su questa scia “L’uomo delinquente”, cui fecero seguito “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” e “Grafologia” che a lungo ebbero notevole influenza nello studio della criminologia.

Sebbene a Lombroso vada riconosciuto il merito di aver tentato un primo approccio sistematico allo studio della criminalità, tanto che ad alcune sue ricerche si ispirarono anche Jung e Freud, la maggior parte delle sue teorie sono oggi destituite di ogni fondamento. Al termine di un controverso percorso accademico e professionale, Lombroso fu anche radiato, nel 1882, dalla Società italiana di Antropologia ed Etnologia.

Gli studi di Alfredo Niceforo e Paolo Orano

Le teorie di Cesare Lombroso ispirarono un altro antropologo, Alfredo Niceforo che, nel 1897, pubblicò un saggio dal titolo “La delinquenza in Sardegna”. L’opera traeva fondamento da un’esplorazione compiuta due anni prima, nel 1895. In quell’anno lo studioso siciliano aveva visitato l’isola insieme all’amico Paolo Orano, del quale, nel 1894, era uscito il saggio“Psicologia della Sardegna”.

Niceforo sosteneva anzitutto che ogni specifico territorio della Sardegna avesse una propria forma di criminalità. In particolare egli individuava nella zona compresa tra la Barbagia, l’alta Ogliastra e il territorio di Villacidro una “zona delinquente” nella quale gli individui sono geneticamente predisposti a commettere atti criminali quali il furto, la rapina e il danneggiamento. Da questa zona avevano origine, secondo Niceforo, vari batteri patogeni responsabili di irradiare nelle altre regioni sarde il sangue e la strage. Alla radice di questo stato patologico stava la particolare forma del cranio dei sardi, indizio sicuro di un arresto sulla via dell’incivilimento. Il cranio dei sardi era dolicocefalo dei sardi, cioè a forma di botte, più piccolo rispetto al cranio normale, e dunque capace di contiene meno cervello e perciò meno possibilità di migliorarsi.
Secondo Niceforo, la “zona delinquente” si era a un certo punto distaccata dal cammino evolutivo della civiltà umana, atrofizzandosi. L’uomo “barbaricino”, in sostanza, era portato a ripetere comportamenti e credenze formatisi in tempi remoti, dovuti, questi, al suo bagaglio biologico e razziale. Ovvia a questo punto l’identificazione del “reo barbaricino” col pastore barbaricino, dedito all’abigeato e una catena di delitti che portava all’omicidio. Cesare Lombroso difese strenuamente la posizione del Niceforo che, infatti, avallava in pieno la tesi del “criminale per nascita”.

Ma non era tutto. Rispetto a Lombroso, Niceforo individua anche un’altra causa, oltre alla forma del cranio, per determinare la propensione dei sardi a delinquere: l’etnia. La varietà etnica dei sardi sarebbe stata frutto di un particolare mix celtico e mediterraneo. La varietà mediterranea, più pronunciata nei sardi, sarebbe stata portatrice di “caratteri psicologici tendenti ai reati di sangue”.

Fin dalla sua prima pubblicazione, il libro di Niceforo suscitò innumerevoli proteste, non solo in Sardegna. Gli ambienti accademici e scientifici confutarono spesso le teorie del Lombroso e del Niceforo, ritenendole semplicemente frutto di sterili argomentazioni razziali. Tuttavia, emerge con fermezza la posizione di Grazia Deledda, tra le poche sarde a non indignarsi e che, come una voce fuori dal coro al Niceforo dedicò “La via del male”. Senza mai apertamente appoggiare le idee di Niceforo e Orano, tuttavia, la Deledda sosteneva che il male non è un’entità facilmente riconoscibile o circoscrivibile. Il male è contagioso e pervade lo spirito, toccando tanto i cattivi quanto i buoni, senza lasciare intatto nessuno.

Gli echi delle teorie lombrosiane trovarono seguaci anche negli anni a venire. Un esempio è la posizione assunta da Giuseppe Sanna Salaris, algherese e primo direttore del Manicomio Provinciale di Cagliari “Villa Clara” dal 1896 al 1928, anno della sua morte. Scegliendo cento fra gli arrestati più famosi, egli cominciò ad effettuare varie misurazioni craniche, a indagare sul loro carattere, a farsi raccontare la loro storia, a tracciare il loro profilo psicologico.

Queste riflessioni, misurazioni e tesi raccolte dal Sanna Salaris confluirono nel volume “Una centuria di delinquenti sardi. Ricerche analitiche e comparative sui banditi e sui loro parenti prossimi” pubblicata nel 1902.
Qui sono riportati i dati delle scrupolose misurazioni utili a definire anche numericamente i caratteri del bandito sardo: uomini tra i 21 e i 30 anni – con l’eccezione di un giovane di sedici anni, tre volte omicida dietro pagamento -, altezza compresa fra 1,56 e 1,65 e pastori di professione (il 60% circa). Tra i cento figurano poi i 25 casi più interessanti, legati a nomi di banditi allora famosi, dagli orunesi Dionigi Mariani e Giovanni Moni Goddi, tra loro acerrimi avversari, a Giuseppe Budroni, “celebre per malvagità e crudeltà”. Le descrizioni sono accompagnate da foto di ex latitanti eseguite con grande precisione di dettagli per l’epoca. A corollario del documento, interessante è la piccola sezione antologica dedicata alle “canzoni criminali sarde”, poesie in lingua composte da banditi, tra cui “Nugoro bella zittade abitada”.

https://www.meandsardinia.it/

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