“LA PRIMA VOLTA CHE HO VISTO IL MARE”. LA PAURA DELL’IGNOTO NELL’ULTIMO LAVORO DI GIANNI LOY

ph: Gianni Loy
di MANOLA BACCHIS

 “La prima volta che ho visto il mare”, titolo dell’ultimo lavoro di Gianni Loy, suscita una sensazione di immensità, di bellezza e di… paura dell’ignoto. Sì perché il mare, che qui diventa sfida, evoca sentimenti variegati e talvolta opposti.

Docente universitario di Diritto e giornalista pubblicista, Gianni Loy, in questa sua pubblicazione, racconta storie di migrazioni di ieri e di oggi che, nelle loro unicità, si incontrano nello spazio infinito del tempo.

Il libro di sviluppa in due fasi temporali.

La prima ci riporta ai primi del Novecento: si emigra alla ricerca di un futuro migliore. Il luogo di partenza è Seui, paese di emigranti, come i protagonisti: Afineddu Loi, classe 1883, e Arremundiccu Loi, classe 1914, rispettivamente padre e figlio. Il luogo di arrivo non è definito. La valigia di cartone è il simbolo di chi parte, spazio in cui riporre l’abito, quello buono e unico, piegato con cura da mogli e madri che tremano al pensiero del viaggio dei loro cari verso terre lontane e sconosciute. Le donne aspettano, pazienti, il ritorno di mariti e figli, poco più che bambini, e chissà se torneranno! E, quel vaglia – 50, 100 o 1000 lire con i risparmi di un lavoro senza fine – da poter spedire in Sardegna, diventa simbolo di speranza.

Il tempo di ricordare ed eccoci ai primi anni del Duemila. Un salto di un secolo e ancora sequenze di immigrati in fuga alla ricerca di un futuro migliore: il luogo di partenza stavolta è il Nord-Africa; quello di arrivo è una meta ambita: la Sardegna. Sbarcano a centinaia nelle banchine del molo del capoluogo sardo. Li vedi, non hanno neppure una valigia di cartone. Donne con in braccio bambini piccoli e altri appena più grandi, sembrano impauriti. Ma sono soprattutto uomini giovani quelli che arrivano. Coperte dorate e argentate, luci blu e rosse dei soccorsi, illuminano il mare. E, poi, file interminabili alla Caritas in attesa di una vita più dignitosa. Altri vaglia da spedire, in euro questa volta. Altre mogli e altre madri attendono.

I protagonisti delle storie di migrazione sono in viaggio lungo l’asse del tempo. Le immagini si accavallano e i ricordi prendono il sopravvento. Maria e Giovanni si fanno portavoce dei migranti di ieri e di oggi.

Solo la presenza saltuaria dello speaker riporta al presente e, allora, a predominare sono le riflessioni sui luoghi comuni, sui tanti perché, sui sentimenti di impotenza e talvolta di commiserazione.

Sono tutte vicende personali, passato e presente si intrecciano, e la loro storia segue il moto delle onde del mare, un flusso perpetuo e misterioso.

Così nella narrazione a più voci, pare di rivivere la forma teatrale dell’opera rappresentata a Seui nel febbraio del 2018, di cui, in appendice, ritroviamo una ricca galleria fotografica di Salvatore Carboni.

Gianni Loy, La prima volta che ho visto il mare, Domus de Janas, 2018, pp. 64: ill. (8 euro)

https://www.lacanas.it/

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