TETI, DELIZIOSO BORGO DI MONTAGNA, CULLA DELLA CIVILTA’ NURAGICA E SCRIGNO DI TESORI PREISTORICI LEGGENDARI

La parrocchia di Nostra Signora della Neve a Teti (Foto di Zimmi84)
di COSTANZA LODDO

Teti è un centro agro-pastorale che si incontra nella storica regione del Mandrolisai, ai margini della Barbagia di Ollolai. Questo accogliente paesino dalla ricca tradizione gastronomica, è arroccato a circa 700 metri di altitudine e si aggrappa al fianco di Punta “Sa Marghine”, dominando la valle del fiume Taloro che qui scorre, insieme al Tirso e al Tino, in un territorio protetto dalle cime granitiche del Gennargentu, dove tra le dolci colline, svettano rigogliosi boschi secolari. Qui, la natura ha lo spirito della montagna, uno spettacolo visivo per i paesaggi mozzafiato, ma anche sonoro che si esprime in un magnifico canto: è quello intonato dall’acqua, la cui voce si leva soave dalle sorgenti che, a decine, sgorgano fuori dal paese, nel silenzio di una fitta e impenetrabile vegetazione, spettatrice naturale di quel magico canto. La musica della natura si ode anche dall’abitato, dai classici contorni barbaricini, dove tra le tradizionali dimore si snodano le tipiche vie in lastricato che si uniscono nel centro storico e conducono ad antichi luoghi di culto. Questo borgo barbaricino è famoso in tutta l’Isola per essere scrigno di leggendari gioielli preistorici e culla della civiltà nuragica. Nella seconda metà del XIX secolo, infatti, Teti balzò sulle cronache nazionali per una straordinaria scoperta, merito – secondo i racconti degli anziani – di un giovane del posto che, affascinato dalle leggende tetiesi, inseguiva il sogno di scovare quel tesoro (“S’iscusorzu”), nascosto da secoli tra le montagne e custodito da un magico essere chiamato “Su Senoreddu”, a lungo tempo cercato dai pastori locali, “S’Iscusorzus”. E, in effetti, tra quelle cime, un tesoro c’era davvero, lasciato in eredità dall’arcaica civiltà nuragica. È il santuario di Abini – simbolo del borgo e luogo di culto degli antichi sardi – una vera e propria metà di pellegrinaggio dei popoli nuragici, che qui si recavano per svolgere, in comunione, mistici rituali. Altro tesoro di Teti, oltre al noto complesso nuragico di “S’Urbale”, è la statuetta della “Venere dormiente”, l’opera d’arte più antica della Sardegna, realizzata nel 4000 a. C. e oggi conservata nel Museo Archeologico Comprensoriale, sito nel centro del paese. Non solo tesori preistorici, però. Questo paesino montano, infatti, è anche scrigno di ricchezze culturali che giungono dal vecchio mondo agro-pastorale, protagoniste delle mostre etnografiche di Casa Satta e Casa Mereu, due antiche e pregiate abitazioni locali. Teti, infine, è anche custode di una rinomata tradizione gastronomica che genera delle vere e proprie opere d’arte del gusto, regine nelle varie ricorrenze religiose e nei festeggiamenti del carnevale.

Il canto magico della natura, tesori preistorici, l’opera d’arte più antica della Sardegna, ma anche le ricchezze della cultura agro-pastorale e una preziosa tradizione gastronomica: sono numerosi i motivi per fermarsi in questo paese, il cui nome, di probabile origine preromana, ha ispirato varie ipotesi. Secondo alcuni studiosi, il toponimo deriverebbe dalla voce sarda locale “Titione”, con la quale si indicava una pianta tipica della macchia mediterranea, “SmilaxAspera”, che cresce nel territorio. Per altri, invece, Teti prenderebbe il nome dal suo presunto fondatore, “Tete”, il capo degli Illensi, il popolo greco discendente dalla colonia che Jolao, eroe tebano, avrebbe fondato in Sardegna, come raccontano gli storici Dioniso Siculo (I secolo a. C) e Stradone (I secolo d. C.). Non mancano, infine, altre interpretazioni – da ritenere, però, fantasiose – come quella che lega l’etimo alla Dea “Thesis”, alla quale era dedicato un santuario ormai scomparso, oppure al latino “Tecta”, per indicare i tetti delle case, o, ancora, alla voce fenicia “Beth”, con il significato di “casa” o “dimora”.

Costellato da numerosi gioielli preistorici, il territorio di Teti vanta una storia millenaria che comincia nel Neolitico medio (V millennio a. C.), quando le antiche civiltà sarde si stanziarono nella località di Atzadalai: asce in pietra, scarti di lavorazione dell’ossidiana e la magnifica “Venere dormiente”, la più antica statuetta della Sardegna, sono il lascito della prima presenza umana in questo luogo. A narrarci del passato preistorico tetiese ci sono, poi, tombe dei giganti, nuraghi e villaggi come quello di “S’Urbale”, un complesso di capanne circolari, testimoni della quotidianità dell’età del Bronzo. Il territorio tetiese narra anche della sacralità degli antichi Sardi, sfociata tra il VIII e il VII secolo a. C. nel villaggio santuario di Abini, meta di pellegrinaggio e sede di mistici rituali dei popoli nuragici circostanti: proprio qui sono stati rinvenuti numerosi bronzetti votivi, tra cui quelli raffiguranti dei guerrieri fantastici, con quattro occhi e quattro braccia, oggi esposti al Museo Archeologico di Cagliari. Anche i Romani si aggirarono in queste terre, un’area dominata dalle genti Barbaricine che non temettero la dura colonizzazione romana, condotta anche con l’impiego di cani addestrati per la caccia all’uomo: di quei giorni rimangono piccole tracce, sui resti dell’antica strada che collegava i centri di Sorabile (Fonni) e di Austis. È il Medioevo, però, che ci dà certezza sull’esistenza del centro abitato, quando Teti faceva parte del Giudicato di Arborea ed era compreso nella curatoria di Austis. Con la caduta del giudicato, il villaggio fu concesso in feudo a diversi rappresentanti scelti dagli Aragonesi, ma riuscì a conservare una certa autonomia. Il controllo feudale proseguì nei secoli successivi, anche con l’avvento dei Savoia, e terminò solamente nella prima metà dell’Ottocento. In quel periodo Teti era conosciuto e apprezzato specialmente per la bellezza della sua natura e per le sorgenti d’acqua – suo inestimabile patrimonio ambientale -, ma nel 1865, con il rinvenimento del santuario nuragico di Abini, il borgo assurse alle cronache nazionali e conobbe la fama. A quella straordinaria scoperta seguirono successive campagne di scavi che portarono alla luce altri preziosi tesori archeologici, molti dei quali sono custoditi nel museo cittadino, inaugurato nel 1990

Tra natura, storia millenaria e tradizioni culturali, a Teti le attrazioni non mancano e, per un tuffo nel passato preistorico del borgo, i siti in cui immergersi davvero abbondano. Tappa obbligata è il già citato complesso di “S’Urbale”, un villaggio nuragico databile al Bronzo Medio, che ospita cinquanta capanne circolari, costruite in blocchi di granito, con pavimenti in pietra ancora visibili e un focolare quadrangolare disposto sul centro: gli studi sul villaggio hanno permesso di recuperare numerose informazioni sulla vita dei nuragici, perfino sugli aspetti più inconsueti, grazie al rinvenimento di diversi utensili, tra cui antichissimi strumenti di tessitura. Da non perdere è certamente il santuario nuragico di Abini – scoperto nel 1865 e portato definitivamente alla luce nel 1931 – un luogo sacro, un santuario “federale” delle genti nuragiche, dove esse si riunivano in occasione delle festività religiose comuni: il sito conserva una vasta area dedicata ai rituali, delimitata da una cinta muraria che racchiude un pozzo sacro. Come non menzionare, poi, gli insediamenti di “Su Carratzu” e di “Su Ballu”, i nuraghi Alineddu e Turria e le tombe dei giganti di Atzadalai. Per una carrellata sul ricco passato tetiese, inoltre, potete visitare il già citato Museo Archeologico Comprensoriale che, oltre a custodire la celebre “Venere dormiente” e numerosi reperti archeologici del territorio, offre una fedele ricostruzione di una delle capanne di “S’Urbale”. Tra gli infiniti tesori di Teti ci sono, poi, quelli dell’arte sacra, come la parrocchiale di Santa Maria della Neve, festeggiata ad agosto: l’edificio risale al XVII secolo e mostra una facciata rinascimentale, al cui fianco si erge un bel campanile a pianta quadrata. Altra espressione dell’arte sacra è la chiesa di San Sebastiano, la più antica di Teti, che dista circa un chilometro dall’abitato: costruita in epoca medievale in stile gotico-aragonese, è stata più volte rimaneggiata, ma la facciata è impreziosita da un grazioso rosone e sormontata da un piccolo campanile a vela. Intorno alla chiesa sorgono le tipiche “cumbessias”, che ospitano i pellegrini durante le celebrazioni del Santo. Infine, altro tesoro di Teti è la sua cultura agro-pastorale, le cui ricchezze sono celebrate da due interessanti mostre etnografiche,allestite a “Casa Satta” e a “Casa Mereu”: nella prima vi attende una fedele ricostruzione della vita agricola e pastorale, con i tipici utensili, mentre nella seconda si possono ammirare i decori e gli arredi d’epoca, caratteristici delle residenze signorili.

Ricchezza tetiese è altresì la sua sublime natura, meta di passeggiate rigeneranti tra aspre vette, sorvolate dall’aquila reale, dall’astore e dalla poiana, dolci colline, dominate da noci, mandorli e ciliegi, e straordinarie vallate, rifugio di cervi, daini, volpi e cinghiali. Perla naturalistica di Teti è Punta “Sa Marghine”, da cui si può godere di una veduta mozzafiato: lo sguardo spazia dalle vette del Gennargentu ai profili del Supramonte, e, ancora, dalla catena del Marghine al golfo di Oristano. Tra le località più suggestive, spicca la vallata del fiume Taloro, da cui nasce il lago di Cuchinadorza, un bacino artificiale, creato negli anni ’60 del Novecento e arricchito dall’acqua delle sorgenti tetiesi, essenza della natura locale: se ne contano circa duecento; e quelle più vicine al paese rappresentano un’importante fonte di approvvigionamento per la comunità. Altra meraviglia naturalistica sono, infine, i boschi di lecci e sughere, resi impenetrabili dalla folta vegetazione mediterranea: un ambiente ideale per la crescita di pregiati funghi, quali l’ovolo e il porcino.

Altro tesoro di Teti, un vero e proprio “iscusorzu”, è la cucina locale che porta in tavola numerosi gioielli del gusto. Oltre ai prodotti della panificazione, tra cui spicca “su pani ’e fresa”, le carni, i salumi e squisiti formaggi, tra cui “su casizolu”, qui si gustano raffinati dolci caratteristici come “su bastone” e “su bufulitu”. Altro prodotto da provare è il “Mielardente”, l’acquavite con il miele. L’artigianato locale spazia dalla lavorazione della lana alla tessitura, dalla lavorazione del sughero all’intreccio dell’asfodelo.

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