VOGLIO LA MIA MAMMA! UN ANNO DOPO, L’ANGOSCIANTE VICENDA DI UNA GIOVANE DONNA SARDA A CUI HANNO SOTTRATTO LA FIGLIA

di MAURO PILI

A volte la vita ci riserva dei drammi che nessun tempo potrà lenire. E a ogni dramma corrispondono le definizioni più dure, come scolpite nelle pietre per sempre. Se un figlio perde un genitore diventa drammaticamente orfano, se perdi l’amore di una vita diventi vedovo o vedova. Ad ogni dramma una definizione, una parola che tratteggia il dolore. Non esiste, invece, nemmeno una parola per definire il dramma di una madre che perde la propria figlia.

Sforzatevi di trovarla, resterete in silenzio. E peggio ancora non esiste e non potrà esistere una sola parola se quella figlia è viva e ti viene portata via con la forza. Il vocabolario delle lingue ha escluso quella definizione. E non è un caso. Non ci può essere dolore più profondo di chi vede la propria creatura portata via senza un perchè, senza una logica spiegazione, semmai logica ci potesse essere.

E’ un vuoto profondo, impotenza a piene mani che ti fa riconsiderare tutto della vita.

Un anno fa, erano le 11.30 del mattino, in un piccolissimo e dolce paesino della Sardegna, un blitz delle forze dell’ordine strappa letteralmente dalle braccia della madre la sua piccola di tre anni.

La casa è circondata, sono decine gli uomini in divisa! L’ordine arriva da un giudice del Lazio, una donna!

Ci sono i certificati medici, i primari di neuropsichiatria infantile che hanno intimato al giudice di fermarsi: il trauma del distacco della bambina dalla madre può essere devastante nella psiche della piccola.

Niente da fare, come un sequestro di persona ordinato dallo Stato, la bambina strilla e urla, sta capendo tutto, si aggrappa quanto può alla giovane madre, ma niente può.

Le urla strazianti risuonano come pugnali dalle porte del commissariato di polizia dell’aeroporto di Cagliari.

Un anno fa quella piccola lasciava la Sardegna, per non farci più ritorno. Lasciava il suo paesino dove stava crescendo dopo una separazione burrascosa dei genitori. Lei giovane sarda, disoccupata con laurea in giurisprudenza, brillante, carattere dolce ma deciso e lui, romano, avvocato ricco e potente, arrogante e con molti agganci.

Vince lui, su tutto il fronte, perde lei. Perde la sua piccola per la sentenza di un giudice che ogni corte universale dei diritti umani cestinerebbe senza indugio.

Negli atti processuali si arriva a leggere, traduco: il padre non può sopportare l’onere di raggiungere la bambina in un lontano e sperduto paese della Sardegna.

Povero! Non può viaggiare, mentre, secondo il giudice, lo dovrebbe fare la madre della piccola, costretta a lasciare la casa coniugale dopo vessazioni di ogni genere e denunce ancora in essere.

Il dramma diventa calvario. L’accanimento verso la madre diventa devastante. Costretta ad ogni sopruso pur di vedere la piccola. Prima in uno spazio neutro e poi, dopo qualche mese, dentro una casa protetta.

Ovvero come una madre costretta al carcere duro, come se fosse al 41 bis, filmata e seguita passo dopo passo da due o più assistenti. Tutto questo per rivedere qualche ora la piccola.

Nel contempo, però, le notizie sulla bimba si fanno sempre più delicate. Le assistenti domiciliari che seguono un anziano genitore del padre della bimba parlano, raccontano, e sono parole che tolgono il respiro. Dettagli e comportamenti che non possono restare racchiusi nel segreto di una conversazione occasionale. E infatti finiscono dritti nei verbali delle forze dell’ordine.

Ma non succede niente, come se niente fosse. E vi posso garantire, per averli letti, che farebbero rabbrividire qualsiasi giudice! Eppure niente. L’ambiente è omertoso, e complice.

Arriva il compleanno della bimba. Nella fascia oraria tra le diciannove e le venti, quando nella casa paterna non ci sono assistenti, entra una Mercedes scura, appartenente ad una vicina di casa della giudice che segue il caso! Agisce con fare circospetto ma non si accorge di essere filmata. Il volto non è, però, quello della padrona della macchina. Anzi, sembra tutt’altra. Pongo dei quesiti pubblici. I tratti somatici la riconducono proprio alla giudice. Chiedo di smentire, chiarire. Ma il silenzio avanza. Senza indugio.

Arrivano i primi verbali delle assistenti sociali sugli incontri della bimba con la mamma nello spazio neutro. Sono devastanti. “Ti voglio bene”,… “mi sei mancata” … “io ti aspettavo”.. sei nel mio cuore.. ti faccio un cuore… ti disegno… mi disegni in braccio a te”…

Eppure niente. Ci sono poi le video registrazioni. La piccola che urla a squarciagola, che piange, che si aggrappa con tutte le sue forze alla mamma: non te ne devi andare, voglio venire via con te!

Sono videoregistrazioni agli atti. Indelebili.

E poi ci sono i costi di questa operazione: spazi neutri, case protette e via dicendo. Oneri a carico anche della giovane madre come ha deciso il giudice. Pagare per vedere la figlia.

In questi giorni si fa un gran parlare di genitori, di affidi e via dicendo, di fatti e misfatti. Mai e poi mai vorrei pensare ad un sistema analogo.

Lo dico ora e per l’ultima volta. Questo caso va risolto, ci sono elementi talmente evidenti che impongono che la piccola ritorni subito tra le braccia della madre. Stabilendo semmai le modalità per consentire anche al padre di vederla.

Non c’è peggior dolore per una madre di perdere il proprio figlio, di vederselo portar via. Ma se questo distacco è infinito tutto diventa insopportabile. Infinitamente inaccettabile.

Ad un anno dall’inizio di quella drammatica vicenda oso chiedere un sussulto di legalità, di onestà, di buon senso e senso di responsabilità.

Non si può sottrarre ad una madre la propria figlia solo perchè vive in Sardegna, perchè non vuole sottostare alle vessazioni e non solo, perchè è disoccupata! E non si può, soprattutto, sottrarre ad una bimba di quattro anni la propria mamma. Non si può e non si deve violare quell’intimo legame genitoriale che nessun giudice può minare con decisioni prive di logica e buon senso.

Vorrei poter sperare che dietro questa vicenda ci siano solo degli errori giudiziari. In cuor mio ho paura che non sia così.

Restituite a questa giovane madre la sua piccola, restituite dignità e giustizia, qualsiasi sia la ragione per la quale avete agito!

Quella bambina, un anno dopo quel dramma, continua ad urlare: voglio la mia mamma!

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Un commento

  1. Tu sai cosa stiamo vivendo e questa storia mi devasta…

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