SECONDA PARTE DELLE SINTESI DELLE RELAZIONI SU AUTORI SARDI CHE HANNO SCRITTO SULLA FRANCIA E DI AUTORI FRANCESI CHE HANNO SCRITTO SULLA SARDEGNA (CONVEGNO DI LA CIOTAT, 19 MAGGIO 2019, IN RICORDO DI DOMENICO ALBERTO AZUNI)

La Ciotat, 19 maggio 2019. Un’immagine dei lavori del convegno
resoconto a cura di PAOLO PULINA

Con riferimento a quanto pubblicato in questo sito (si veda:  

http://www.tottusinpari.it/2019/05/22/conclusa-con-successo-a-la-ciotat-la-giornata-internazionale-di-studi-nel-ricordo-di-domenico-alberto-azuni-1749-1827-rassegna-di-autori-sardi-che-hanno-scritto-sulla-francia-e-di-autori-f/ ) si dà qui di seguito la seconda parte delle sintesi delle  relazioni su autori sardi che hanno scritto sulla Francia e di autori francesi che hanno scritto sulla Sardegna presentate al convegno di La Ciotat (vicino a Marsiglia), 19 maggio 2019, in ricordo di Domenico Alberto Azuni.

Jean-Yves Frétigné (Università de Rouen, Maître de conférences en Histoire contemporaine), ha illustrato una relazione intitolata “Una raffigurazione della Parigi imperiale nel Diario politico di Giorgio Asproni: un giudizio politico e morale sulla Francia”.

«Il discorso verte sulle pagine del Diario politico di Giorgio Asproni durante il suo soggiorno a Parigi, città nella quale arriva il 13 maggio 1855 all’una e mezza pomeridiane e dalla quale riparte sei settimane dopo per Londra, il 1° luglio alle dieci di mattina. A quest’epoca, Asproni ha rinunciato al canonicato da sei anni, è deputato da tempo della terza Legislatura e la sua cultura politica è già bene strutturata, non direi fissata perché continuerà ad evolversi sempre attenta alle impalcature della società del suo tempo. Ma è già su una linea antipiemontese e regionalista insieme con una convinzione unitaria molto radicata. È chiaramente sulla questione politica come su quella sociale un mazziniano a modo suo.

Questa cultura politica di matrice mazziniana si verifica e si illustra nelle sue impressioni che nascono durante il suo soggiorno in Francia. Ogni giorno, annota, con precisione ma senza fioriture di stile, ciò che ha fatto, ciò che ha visto, ciò che ha ascoltato a Parigi e ci propone, quasi sempre, una breve interpretazione di ciò che ha fatto, visto e ascoltato. In trentacinque pagine, dalla pagina 204 alla pagina 239, del suo Diario politico pubblicato da Giuffré –  e sull’importanza del quale rinvio agli Atti del convegno internazionale Giorgio Asproni e il suo ‘Diario politico’ (Cuec, 1994), svolto a Cagliari nel dicembre 1992 –,  il Sardo disegna un ritratto preciso, informato, sottile, ma anche politicamente impegnato di Parigi all’epoca della fête impériale.

Seguendo le impressioni del Nostro, risultano due ritratti di Parigi, quello della modernità industriale e quello della decadenza politica e soprattutto morale. Due ritratti in apparenza opposti, perché il discorso sulla decadenza è spesse volte centrato sui danni dell’industrializzazione della società, ma che sono, sotto la penna di Asproni, piuttosto complementari perché il filo rosso della sua lettura della modernità decadente della capitale francese nell’età del Secondo Impero poggia sul contrasto tra il presente della Francia e il futuro sperato, ma anche sognato, dell’Italia rigenerata».

Gilles Bertrand, docente di  Storia  moderna presso l’Università di Grenoble Alpes, ha dedicato la sua esposizione ai “rapporti fra Auguste Boullier e la Sardegna”.

«Auguste Boullier è l’autore di due libri sulla Sardegna, riuniti nel 1865 sotto il titolo L’Île de Sardaigne. Il primo riguarda il dialetto e le canzoni popolari della Sardegna, il secondo è una descrizione della sua storia, delle sue produzioni, dei suoi costumi e del suo stato sociale. Unico figlio di un commerciante di ferro sindaco di Roanne (nella Loira) dal 1860 al 1870, il giovane appassionato di viaggi e di libri sull’Italia che fu Boullier (Roanne, 1832-1898) fece una concreta ma breve sosta in Sardegna nel 1857 e vi soggiornò poi nel 1862. La corrispondenza con gli studiosi sardi Pietro Martini e Giovanni Spano dimostra che aveva in programma di tornarvi nella seconda metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, ma il suo fragile stato di salute lo deviò verso le cure termali, prima che il suo impegno politico alla fine del Secondo Impero lo portasse a rallentare l’acquisto di libri e il suo progetto di scrivere una storia di Venezia.
La biblioteca sarda di Boullier è limitata a una cinquantina di opere in italiano, fra le quali dominano quelle di Martini e Spano, e a tre titoli in francese su un totale di 3.149 titoli, che riguardano tutti l’Italia. Tuttavia, la sua corrispondenza con Spano dal 1863 al 1872 conferma il ruolo singolare che Boullier attribuisce alla Sardegna e la sua preoccupazione di considerarla da due punti di vista opposti mentre il Regno d’Italia era appena stato creato. Infatti, se da un lato, a suo avviso, l’isola era chiamata a sperimentare il progresso sociale ed economico, dall’altro si presentava come il ricettacolo di tradizioni arcaiche. A questo riguardo, gli antichi manoscritti sardi, anche se contraffatti (le dimostratesi poi false “Carte d’Arborea”), cosa che Boullier inizialmente ignorava, suggerivano che l’isola occupava un posto centrale nel cuore del Mediterraneo.
L’interesse per la lingua e le canzoni sarde corrispondeva alla passione dell’epoca per l’“antiquariato provinciale” e questo spiega perché L’Île de Sardaigne di Boullier fu celebrata dalla stampa parigina e lionese a metà degli anni Sessanta del XIX secolo. Tuttavia, c’è un leggero senso di impotenza nella vita e nell’opera del giovane notabile del dipartimento della Loira, che rivela le ambivalenze dell’attrazione francese nei confronti dell’Italia nel Risorgimento. All’amore per la Sardegna congelata nelle sue tradizioni corrisponde un misto di interesse e preoccupazione per l’inserimento della nuova Italia nel concerto delle grandi nazioni europee. Al di là del caso personale di Boullier, la natura stessa della sua integrazione nelle reti scientifiche sarde ci aiuta a individuare una forma di relazione complessa che non ha perso la sua rilevanza nell’era del turismo di massa».

Patrizia De Capitani, docente di Lingua e Letteratura italiane (secoli XV-XVI) presso l’ Università di Grenoble Alpes, si è occupata di “André Pieyre de Mandiargues (Parigi 1909-1991) e ‘La Caletta’. Rileggendo Le Lis de Mer

«Le Lis de Mer (Il Giglio di Mare), romanzo breve o racconto lungo di André Pieyre de Mandiargues (Paris, Robert Laffont, 1956), narra una vicenda di iniziazione erotica che ha come teatro Santa Lucia di Siniscola, piccolo villaggio della costa orientale sarda. Protagonista del racconto è Vanina (non a caso la traduzione italiana del libro, a cura di Pietro del Giudice, pubblicata da Lerici editore nel 1961, ha il semplice titolo Vanina),  da  giovane turista svizzera dal nome stendhaliano, venuta a trascorrere qualche giorno di vacanza con l’amica Juliette, in una Sardegna selvaggia, non ancora contaminata dal turismo di massa. Il breve romanzo, dedicato a Bona de Mandiargues, giovane moglie dell’autore, è l’occasione per parlare di erotismo e di natura, due tematiche essenziali nella poetica di André Pieyre de Mandiargues. L’erotismo è qui presentato come un sacrificio rituale completamente orchestrato dal soggetto femminile ed al quale accetta di sottomettersi il personaggio maschile ridotto al ruolo di semplice comparsa. La scrittura di Mandiargues, pura e cristallina, come l’acqua che lambisce la sabbia candida di Santa Lucia, esprime un’empatia rara e moderna nei confronti della natura del luogo di cui registra tutti gli aspetti dai più insignificanti ai più grandiosi. L’amore, rappresentato nel libro come una forza vitale che s’impone momentaneamente alla morte, è simboleggiato dal giglio di mare, fiore profumato e tenace che prospera sull’arida sabbia».

Nota. La prima traduzione italiana  di Le Lis de Mer, a cura di Pietro del Giudice, è stata pubblicata da Lerici editore nel 1961, con il semplice titolo Vanina, che rimanda al nome della protagonista del romanzo.  Una più recente traduzione, a cura di Loredana Fundarò, è apparsa nel 2000 presso la casa editrice nuorese  Poliedro con il titolo rispettoso dell’originale: quindi  Il giglio di mare.

Nota finale su due assenze.

UNO. Il programma  prevedeva anche una intervista di Sébastien Madau (giornalista, nato a La Ciotat nel 1980, figlio di un emigrato di Ozieri) con il giovane ma già affermato  scrittore Michael Uras, nato nel 1977, di padre sardo (originario di Ittiri, in provincia di Sassari). Purtroppo, per cause di forza maggiore, Uras ha dovuto improvvisamente rientrare in famiglia. Sébastien Madau ha presentato il romanzo su cui in particolare avrebbe dovuto essere incentrato il dialogo: il romanzo di Uras intitolato La maison à droite de celle de ma grand-mère [La casa a destra di quella di mia nonna], Paris, Editions Préludes,  2018, non tradotto in italiano

Giacomo, da poco  divorziato, vive a Marsiglia  e fa il  traduttore. Originario della Sardegna, vi ritorna  quando sua nonna  è in fin di vita. È persuaso che il suo soggiorno  durerà poco tempo, inoltre a casa lo attende un impegnativo lavoro di traduzione e un editore che non gli lascia tregua, eppure si ritrova nell’incapacità di lasciare l’isola e il suo piccolo paese, al quale lo legano tanti ricordi.
Durante queste settimane in cui è bloccato nell’isola, dato che sua nonna non sembra avere nessuna intenzione di morire, Giacomo ripercorre i suoi ricordi, affronta il suo passato, apprezza i piccoli momenti della vita quotidiana, si rende conto di aver lasciato dietro di lui, nel paesino sardo,   un dolore che gli impedisce di andare avanti.

Il romanzo è una galleria di personaggi ben costruiti. Tanti sono gli aneddoti, le situazioni improbabili che solo un piccolo paese tagliato fuori dal mondo, in quanto collocato in una parte dell’isola ben poco frequentata e frequentabile dai turisti, può offrire.

Giacomo potrà ripartire dalla Sardegna?

Questo romanzo (dalla scrittura avvincente) è una vera dichiarazione  d’amore per l’isola. Ma è anche una ode ai piccoli piaceri  e alle gioie semplici della vita.

Il libro è stato finalista del Prix Marcel Aymé 2017 e del Prix Méditérranée 2019.

DUE. Per concomitanti impegni professionali (è musicista e animatore artistico e culturale) Dimitri Porcu, figlio del poeta e traduttore Marc Porcu (10 dicembre 1953-13 giugno 2017), non ha potuto essere presente al convegno. Per gli Atti preparerà una relazione sui rapporti del padre con la Sardegna. Ecco la scheda biografica di Marc scritta dal figlio Dimitri.

«Nato in  Tunisia da padre sardo e  madre siciliana, viveva a Lione.

Insegnante  di sostegno per  giovani in difficoltà, poeta e traduttore franco-italiano, ha dedicato  la sua vita agli altri e alla  poesia avendo come motto la frase del poeta Gerald Neveu: “La poesia è uscire di sé per farvi entrare gli altri”. Ha pubblicato una ventina di raccolte di poesia, e partecipato a numerose opere collettanee.

Ha  diretto per vent’anni  la rivista  “Les cahiers de poésie-rencontre”.  Per vent’anni impegnato nell’ “ambiente poetico”, era amico e membro di  “L’Espace Pandora” e di Arald.  Marc ha sempre  mescolato la poesia alle altre pratiche culturali e ha  lavorato con  pittori, attori, danzatori, musicisti, in particolare con suo  figlio  Dimitri, con il quale ha formato il duo “Saxevoce”. Ha tenuto le sue perfomance  in  numerosi festival di poesia in Francia e all’estero. Ha animato numerosi  laboratori  di scrittura in  Francia e in  Italia rivolti a tutti i pubblici (centri sociali, prigioni, ospedali, ecc.).

Ha ottenuto  numerosi premi di poesia tra i quali, a Pisa, il Premio Europa di poesia nel 1991 e, in Sardegna, nel 2014, il  prestigioso premio  “Navicella d’Argento”, per il suo  lavoro di traduzione delle opere di autori sardi  che ha permesso di farli scoprire in Francia:  è diventato  così  uno degli specialisti  della  letteratura sarda contemporanea in Francia. Ha tradotto numerosi autori, poeti e narratori sardi e italiani (Joyce Lussu, Italo Rossi, Eugenio Montale, Gigi Dessì, Bruno Rombi, Sergio Atzeni, Giovanni Dettori, Francesco Abate, Luciano Marrocu, Flavio Sòriga, Mauro Macario, Vladimiro Polchi, Claudio Pozzani).

“Le mie traduzioni di autori sardi  mi hanno permesso di ricostruire l’itinerario dei miei e di riprendere possesso della cultura sarda” (Marc Porcu)».

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