IL PATRIMONIO FORESTALE DELLA SARDEGNA

di DARIO DESSI'

E’ di questi giorni la notizia che negli ultimi 10 anni 54.000 ettari di foreste hanno contribuito ad aumentare la superficie boschiva della  Sardegna. E’ decisamente una buona notizia, anche perché occorre  ritornare  all’epoca feudale per scoprire  la cura  con cui i boschi dell’isola erano  conservati, quando erano utili a svolgere  funzioni protettive dai pericoli di erosione, di frane e di tracimazione  delle acque.

La Carta de Logu di Eleonora d’Arborea, una delle prime moderne costituzioni europee, in vigore sui territori rurali della Sardegna dal 1421 al 1827, prendeva in esame la piaga degli incendi così come i provvedimenti severissimi contro chi li provocava.

La Sardegna in tempi preistorici era un isola verde ricca di vegetazione di foreste e boschi, destinati, purtroppo a scomparire in un paio di secoli per sopperire alle necessità di carbone e di traversine ferroviarie, soprattutto nel Nord Italia. Ma ancor prima occorre attribuire  ai fenici, ai romani e ai cartaginesi la distruzione delle foreste sarde nelle aree pianeggianti; questo allo scopo di appropriarsi del legname e per adattare il terreno alla semina di cereali e soprattutto  di grano. Non per niente La Sardegna era considerata il granaio di Roma, non per niente gli alberi maestri delle navi da guerra e onerarie romane provenivano dai  fusti altissimi e resistentissimi delle querce abbattute nell’isola. Spesso, soprattutto in Barbagia, i romani incendiavano le foreste ad arte per evitare che diventassero rifugio di ribelli e fuggitivi (da cui proviene il termine imboscati). Ma fu soprattutto con i piemontesi che l’opera di distruzione, a partire dal 1740, ebbe ad aumentare, quando in cambio di una esigua quantità di minerali fu concesso alle industrie estrattive, non certo sarde, di prelevare il legname e il carbone necessario alle fonderie.  Dalle industrie estrattive della zona mineraria del Sulcis e dell’iglesiente  il minerale grezzo veniva inviato alle fonderie di Villacidro, che inizio la sua attività nel 1774, Masua, Funtanamare, Bonaria, Domusnovas e Fluminimaggiore, permettendo così la fusione dei minerali con  il carbone vegetale ricavato dalle foreste della zona. Alcune foreste erano piantare e mantenute ad uso esclusivo delle miniere, i cui profitti non andavano sicuramente ad arricchire i sardi. Altro legname proveniente dalle foreste della provincia di Nuoro veniva trasportato dai treni che percorrevano la linea delle Ferrovie Secondarie Sarde Isili – Villacidro. E pertanto è indiscutibile  che il  considerevole e deplorevole disboscamento della Sardegna sia da attribuire alla attività mineraria. I Savoia, avevano intrapreso una politica di gestione e di sfruttamento del territorio, obbligando addirittura  i comuni interessati a rifornire le fonderie del legname necessario alla fusione dei minerali. Gramsci in un articolo sull’Avanti del 1919 scrisse” “L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa al suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi, alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionali, l’abbiamo ereditata allora”.

Quando la Compagnia Reale delle Ferrovie Sarde, costituita a Londra il 2 giugno del 1863, iniziò la costruzione delle ferrovie nell’isola, ebbe in concessione dallo stato italiano ben 200.000 ettari di terreni boscosi o cespugliosi, a questi occorre aggiungere altri 20.000 ettari di terreni ricchi di alberi veri e propri, andati distrutti nel corso dei lavori.

Fu dunque con l’Unità d’Italia che il patrimonio forestale della Sardegna ebbe  ad assottigliarsi ulteriormente e notevolmente  grazie all’operato “criminale” di italiani, inglesi, francesi e belgi che non esitarono a trasformare immense distese di alberi secolari in traversine per le ferrovie, in  travature per le miniere, o semplicemente per ottenere la legna da utilizzare per la fusione dei minerali. La distruzione di splendide e primordiali foresteper un l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, era da attribuire anche a coloro che, usando degli appositi coltelli, prelevavano la scorzadai tronchi e dai ramidi elci, di querce marine e di querce comuni per spedirla ad alcune  industrie continentali che provvedevano a produrre il tannino necessario alla conceria delle pelli e alla realizzazione di varie tinture. Cosi ridotti gli alberi, erano destinati a morire e pertanto con i piccoli rami si produceva carbone vegetale,  mentre i tronchi venivano bruciati sul po­sto e dalla cenere si estraeva il carbonato di  potassio, usato nella preparazione del vetro. Il terreno privo di alberi  appariva  nudo, deserto, brullo, biancheggiante. Eppure l’isola aveva ancora tanti boschi quando alcuni industriali toscani ne ottennero lo sfruttamento per pochi soldi contribuendo ad aumentare la degradazione del territorio boschivo dell’isola. Ma, ancora  verso la  metà dell’ Ottocento, un quinto della superficie della Sardegna era ricoperto da dense selve ghiandifere, che davano alle popolazioni dei villaggi l’alimento per il bestiame e la legna da ardere. Al giorno d’oggi, agli occhi di chiunque volesse visitare  i cosi detti Supramonti della Barbagia appare ancora qualche  albero enorme e vetusto con le radici ben radicate in profondità, a testimoniare  l’esistenza di foreste impenetrabili alla luce del sole che ricoprivano vaste zone della Sardegna. Ed infine, in tempi recenti è iniziata la piaga degli incendi boschivi dovuti soprattutto a cause di dolo. La Sardegna che ha una superficie territoriale di circa 2.400.000 ettari,  una popolazione di oltre un milione e seicentomila abitanti e una  superficie forestale, ivi comprese le macchie, corrispondente a circa un milione di ettari con un indice di rimboschimento pari al 45%, dal  1971 al 2003 ha subito in media oltre 3.000 incendi boschivi e rurali all’anno. Ma oltre a calcolare le perdite in termini di superfici boschive, bisogna tener conto anche della morte dolorosa di vite umane.

Ogni anno, nella lotta contro gli incendi più impegnativi, spontanei o dolosi, oltre alle numerose squadre di guardie forestali, sono stati impiegati un elicottero CH47 (Chinook) dell’Aviazione Leggera dell’Esercito, con un recipiente rovesciabile da 5000 litri e gli aerei ad ala fissa G222 Aeritalia e C130 Hercules dell’Aeronautica Militare dotati di modulo MAFFS (Modular Airborne Fire Fighting System) rispettivamente da 6000 e 11.000 litri.

AERITALIA  G. 222

Velivolo da trasporto costruito dall’AERITALIA nel 1970. Nel 1982 fu prodotta una versione di questo aereo da utilizzarequalemezzo di lotta antincendio. Con delle apposite modifiche il vano di carico del G222 fu trasformato in un capiente serbatoio che aveva una capacità di 6.800 chili e conteneva una miscela ritardante, composta da acqua, polvere e bisolfato di ammonio. Da un altezza di cinquanta metri l’aereo spargeva quel liquido sulle zone non ancora colpite dalle fiamme. Purtroppo l’Aeronautica Militare Italiana ha subito, nel corso dell’intensa attività di volo di questo aereo 5 perdite gravi, con la morte degli equipaggi.

Per una di queste ogni anno viene ricordato a Laconi (OR) il sacrificio di quattro aviatori dell’Aeronautica Militare. Il 29 agosto 1985, un aereo G 222 (LUPO 92) appartenente al 98° Gruppo della 46° Brigata aerea, impegnato in una missione di soccorso antincendio, Dopo aver scaricato il liquido estinguente, mentre stava virando per allontanarsi dal luogo dell’incendio, a causa di un improvvisa turbolenza, andava a sbattere con la coda in una roccia sottostante, precipitando al suolo.

Nell’incidente morì l’intero equipaggio: il Maggiore Tarasconi Fabrizio, il Tenente Capodacqua Paolo, il Maresciallo Sc. Luzzi Lido, i Maresciallo 1°cl. Ferrante Rosario

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