QUANDO LA VOCE E’ L’ANIMA DELLE PERSONE: GISELLA VACCA, ATTRICE, CANTANTE, REGISTA E POETESSA

Gisella Vacca nella foto di Dietrich Steinmetz
di TONINO OPPES

L’emozione di quel giorno la ricorda ancora. C’era stata spesso in città ma, quella volta, il viaggio in macchina con i genitori aveva un altro sapore. Da Ovodda andava a Cagliari per frequentare il Liceo. Aveva 14 anni, Gisella Vacca. Era intimidita dall’avventura che stava per intraprendere ma aveva una certezza: quello era un passo da compiere per andare avanti e realizzare i suoi sogni di adolescente.

Attrice, cantante, regista, poetessa, Sarda fino al midollo: Gisella Vacca è tutto questo, ma forse per capire meglio questa singolare artista bisogna fare una premessa e raccontare un po’ di Ovodda.

Milleseicento abitanti, nel cuore della Barbagia di Ollolai, a 750 di altezza, Ovodda è un paese di grandi fermenti culturali e di sorprendente vitalità. Qui, negli anni 70, si portava Brecht a teatro. Si parlava di cultura come investimento sociale. Paese di artisti, Ovodda è anche conosciuto perché fa coincidere la fine del Carnevale con il mercoledì delle ceneri. Sì, proprio nel giorno in cui ovunque inizia la Quaresima, fatta di preghiere e digiuno, a Ovodda il paese manda al rogo il pupazzo don Contee festeggia fino a notte fonda. Spontaneità, teatro estremo, voglia di rompere gli schemi si incrociano negli sguardi di uomini e donne che si riversano in piazza con il volto imbrattato di fuliggine o dipinto con il sughero bruciato.

Si nutre ancora delle tante emozioni, che profumano di erbe selvatiche, Gisella Vacca quando racconta se stessa.

“Devo molto ai miei genitori. Senza il loro aiuto non ce l’avrei mai fatta, ma non solo per una questione economica. Loro non avevano avuto l’opportunità di studiare. A me l’hanno data. L’istruzione per i loro figli era diventata la cosa più importante. L’unico investimento serio per il futuro. A Cagliari sono andata a vivere con una vedova di Tonara, amica di famiglia, che ospitava due nipoti con cui ho stretto subito amicizia. Una, quella poco più grande di me, mi ha insegnato ad amare il cinema. Con lei ho cominciato a frequentare le rassegne cinematografiche. Quello è stato un periodo di grande formazione e di crescita.”

Lasciare Ovodda e arrivare a Cagliari: come è stato l’impatto con la città?

Debbo ammetterlo: gli inizi non sono stati facili. Arrivare dalla periferia non aiuta. Mi mancava il contatto diretto con la gente del paese, il luogo dove tutti ti sono amici o parenti, mi mancava quel mondo di relazioni in cui ero cresciuta e di cui mi ero nutrita fin da bambina. Non avevo più il contatto diretto con la Natura, i boschi, ma sapevo che non potevo sbagliare.

Cos’è la poesia per te? Come hai scoperto di avere la vena poetica?

Mio nonno materno, Domenico, era un poeta. Lui scriveva sempre in lingua sarda, soprattutto sonetti e ottave per parlare di qualunque cosa o commentare un evento. Mi ricordo che un giorno scrisse un biglietto di condoglianze per un suo amico colpito da un lutto gravissimo. Lo fece in versi usando parole che non ho mai dimenticato. Era poeta anche mio zio Vittorio. Sono stati loro a trasmettermi la passione per la poesia. Però, mio nonno, in qualche modo è stato importante anche per indirizzarmi al canto.Lui aveva una passione particolare per la Lirica. Era un finanziere e spesso faceva servizio nei grandi teatri del Nord Italia. Al suo ritorno a Ovodda aveva portato poche cose con sé: un giradischi e decine didischiin vinile da 33 giri. C’erano le opere che amava di più. Ricordo con quanta cura e pazienza custodiva quel suo piccolo tesoro che spesso gli piaceva condividere con i tanti nipoti. Io ascoltavo incantata e provavo a imitare quelle voci.

Li troviamo le origini del tuo canto?

In effetti ho sempre cantato. Anche da bambina cantavo ovunque. Ogni pretesto era buono, ma la svolta, se cosi possiamo dire, è avvenuta ai tempi dell’Università.  Ci trovavamo alla Casa dello Studente. Una sera mi sente un giovane che non conoscevo. Si avvicina e mi chiede: tu studi canto? No sono iscritta in Medicina. Lui suonava il pianoforte.

Dopo un po’ ho lasciato Medicina, con il grande cruccio dei miei genitori, e mi sono iscritta al Conservatorio. Ora insegno alla Scuola civica di Musica, a Cagliari.

Pentita di aver lasciato Medicina?

No, mi sento realizzata.

Vedo che spesso durante i tuoi spettacoli ti accompagni con alcuni musicisti…

Sì, attualmente i miei compagni di viaggio sono i pianisti Nicola Meloni e Renato Muggiri, l’organettista Pierpaolo Vacca e il violinista Francesco Moneti.

Nella tua vita di artista ha un peso anche il Cinema…

Ho ricoperto ruoli importanti in diversi film e tra questi mi piace ricordareLa destinazione, Jimmy della Collina, Tréulababbu. Sai che parte mi fanno fare, quasi sempre? Quella della madre. Sarà perché mi vedono protettiva, premurosa, quasi materna. Insomma sembro una mater sarda, ma ti confesso che quel ruolo non mi dispiace.

Chiudiamo con il Teatro, l’altra tua grande passione.

Ho sempre sognato di cantare edi recitare. La voce è l’anima delle persone.Ecco perché, per me, cantare e anche recitare è gioia pura.  A teatro ho cominciato dando voce alle poesie sotto la guida di Mario Faticoni, un vero maestro di sobrietà. Devo molto anche a Marco Gagliardo e Claudio Morganti.Che emozione per il mio primo spettacolo al Teatro dell’Arco! Avevo esordito con un monologo in cui ero voce narrante e regista.

I tuoi prossimi impegni?

Continuare con il mio lavoro più recente.Ultimamente sono tornata alle origini, dunque alla poesia, ma con una differenza: ora recito i miei versi. Da alcuni mesi porto in giro lo spettacolo tratto dal mio libro Sulla mia carne morbida. Con questo recital tra poco varcherò ancora il Tirreno per andare a Pisa, ospite del circolo dei Sardi…Chissà come sarebbe stato felice mio nonno Domenico…” mi sussurra, prima di salutarci; e mentre la guardo mi pare di avere di fronte una jana antica e contemporanea. Tessitrice di storie e di sogni, cresciuta tra i boschi di un piccolo centro situato nel cuore di un’Isola ancora piena di magia.

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