IL REGNO DI SARDEGNA SUBITO DOPO LA PACE DI UTRECHT


Primo stemma del Regno Sabaudo di Sardegna.
In uso dal 
1720 al 1730.
di DARIO DESSI'

Dopo la guerra di successione spagnola, l’8 agosto del 1720 il trattato di Londra sanciva la definitiva assegnazione della Sardegna all’Austria,  nello stesso giorno però l’Austria la cedeva a Vittorio Amedeo II di Savoia in cambio  della Sicilia. All’inizio i Savoia furono riluttanti ad accettare l’isola, tuttavia la Sardegna, pur essendo più povera e arretrata  della Sicilia era più facile da difendere da eventuali attacchi provenienti dal continente e pertanto il sovrano sabaudo accettò tale scambio con la consapevolezza che il Piemonte non era preparato a svolgere un ruolo di nazione mediterranea talmente potente da riuscire a garantire il possesso della Sicilia.

Il 2 settembre di quello stesso anno Felice Pallavicino, barone di Saint Remy, venne nominato viceré e da quel momento i Savoia assunsero il titolo di re di Sardegna che mantennero  sino al 1861. In realtà l’isola che era diventata una colonia piemontese, veniva governata da Torino e tutto era stato organizzato in modo che i sardi non dovessero rendersi conto di nessun cambiamento  rispetto ai costumi, alle abitudini, e alle leggi in uso durante i quattrocento anni di governo spagnolo.

E fu così che da quel momento continuò inesorabile e progressivo il depauperamento dell’economia  sarda, anche perché la maggior parte degli abitanti  apparteneva a un ceto sociale inferiore costituito da agricoltori, proprietari terrieri, servi e artigiani, in maggioranza analfabeti

Le rendite regie stimate in un milione di lire sarde (una lira sarda equivaleva a 1,92 lire italiane) derivavano da:

> Le tasse fondiarie pari a 60.000 scudi (uno scudo sardo valeva lire  4,80).  
> Il sale che veniva quasi tutto esportato in Piemonte, a parte quello acquistato dagli svedesi, che rendeva anche 30.000 scudi.
   
> Il monopolio del tabacco, che arrivava a rendere anche 80.000 scudi.  
> La dogana o gabella per cui la nobiltà godeva di franchigia completa.  
> L’esportazione del grano, cosi come era sempre stato sin dai tempi dell’antica Roma. L’isola continuava a produrne in abbondanza.
   
> La tassa sulla pesca del corallo.  
> La tassa sulla pesca dei tonni.  
> La tassa sul sigillo circa 3.000 scudi.  
> Gli appannaggi che derivavano: dal servizio postale attivo a partire dal 1767, dai villaggi che il re possedeva e dalle miniere della Sardegna.  

I tribunali sardi avevano la facoltà di applicare quattro differenti codici:

La Carta de Logu ovverosia la Carta Locale, che era stata dettata in lingua sarda da Eleonora d’Arborea.

I Capitoli delle Corti in lingua catalana, ovverosia le ordinanze del Regno.

Le Prammatiche in lingua castigliana con la dovuta considerazione al fatto

che queste leggi applicavano, dopo che erano state  migliorate e adattate ai

tempi, quanto era contenuto nella Carta Locale e nei Capitoli.

Altri editti regi e particolarmente i Pregoni (dallo spagnolo pregon = bando) che erano soprattutto ordinanze del Viceré. 

Questi avrebbero dovuto costituire un’innegabile testimonianza della premura con cui i re spagnoli avrebbero dovuto  favorire il rifiorimento dell’isola.

Le corti infine erano le adunanze degli ordini del regno che si componevano della nobiltà, delle città e del clero, ovverosia dell’estamento militare, regio ed ecclesiastico. 

Pur tuttavia l’isola continuava a essere cinicamente abbandonata al ladrocinio

dei viceré e dei feudatari.

Ancora agli inizi del XX secolo, in Sardegna,  chi sapeva leggere e scrivere era considerato un letterato, ma i sardi rimanevano,  purtroppo, del tutto divisi, riluttanti a socializzare e ad allearsi tra di loro e in gran parte supinamente indifferenti al proprio destino. 

La legislazione giudiziaria prevedeva pene da eseguire in pubblico, cosa oltremodo   indegna per un paese civile:

++++++++++ Attanagliamento con ferri roventi (forcibus igneis)
da praticare prima  dell’ultimo supplizio.
Abbruciamento. Squartamento dei cadaveri in quattro parti da esibire in quattro punti distinti della città. Conficcamento della testa sui patiboli. Cremazione e dispersione delle ceneri al vento. Bacio della forca. Berlina. Passaggio sotto la forca col remo in spalla
per i condannati alla galera. Marchio. Fustigazione. P.S. Chi baciava una donzella in pubblico veniva
condannato a morte anche in caso di matrimonio
riparatore.  
  Le tariffe spettanti al Ministro della Giustizia così come erano state applicate dai Savoia a partire dal 1703 consistevano in :  
Per tagliare la testa oppure per semplice impiccagione.    
L. 24                       L.
Per tagliare la testa e squartare                                            L. 36                      L.
Per tagliare il pugno.                                                           
L. 36                      L.
Per mettere alla ruota.                                                          L. 36                       L.
Per tagliare e squartare.                                                       L. 16                        L.
Per frustare.                                                                        
 L. 16                        L,  
Per mettere alla berlina.                                                  L.   2                         L   
Per dare alla corda.                                                          
L.  6                         L   
Per frustare.                                                                                  
L. 16                            
In Sardegna tutto questo avveniva in una situazione di costante depressione economica, dovuta alla mancanza di strade, alla desolata condizione delle coste, alla scarsezza di capitali, al misero andamento dell’agricoltura, alla conduzione deficitaria del commercio e dell’industria, all’ignoranza, alla delinquenza e al conseguente avvilimento dei vassalli nelle campagne. Bisogna inoltre considerare:   > I cattivi raccolti verificatisi negli anni 1804, 1805, 1810, 1811, 1812, 1815, 1816 e  1821. > L’infeudamento del commercio a genovesi, livornesi, napoletani, siciliani e francesi. > La mancanza di industrie che avrebbero potuto sviluppare uno spirito di aggregazione e di iniziativa, eliminando qualsiasi forma di deleteria psicologia individualistica e favorendo la crescita della ricchezza e della cultura nell’isola. I proprietari terrieri sardi ritenevano il commercio disdicevole, mentre solo i continentali riuscivano a intraprendere con successo qualsiasi iniziativa di lavorazione e trasformazione delle materie prime.  L’ordinamento feudale con ampie prerogative tributarie e giurisdizionali e i relativi provvedimenti annonari e finanziari ricalcava le norme spagnole. Questo periodo tremendo di vassallaggio, di ferocia, di sventure, di torbide passioni, di oppressioni brutali e di povertà fece ripiombare la Sardegna ai livelli più infimi raggiunti durante  la dominazione spagnola. La Sardegna fu grettamente amministrata dal viceré Carlo Felice, che permetteva  ai feudatari di sentirsi completamente liberi di angariare i contadini, i quali, oltre ad essere oppressi dalle carestie e dalle incursioni barbaresche, erano costretti a lavorare la terra come bestie. Giuseppe de Maistrè, che era stato per tre anni  Cancelliere Reale a Cagliari, cercò da Pietroburgo di persuadere il sovrano sabaudo sulla necessità di cedere la Sardegna all’Inghilterra. Egli sapeva che il Piemonte non sarebbe mai stato in grado di risollevare i sardi, a proposito dei quali andava sentenziando:   “Ils sont lache sans obéissance et rebelles sans courage”. Sono vigliacchi senza ubbidienza e ribelli senza coraggio.   E a proposito di Cagliari:   “Cette atmosphére est pestilentielle; c’est un’ espéce d’intempérie morale qui attaque tous les tempérements”.  Quell’atmosfera è pestilenziale; sussiste una specie       d’intemperie   morale che aggredisce qualsiasi indole.   Finalmente il principe ereditario Carlo Alberto sembrò aver preso coscienza delle condizioni di umiliante degrado in cui versava la Sardegna dopo quattrocento anni di dominazione aragonese e spagnola e dopo oltre un secolo di malgoverno sabaudo. Abolì i diritti feudali, fece del suo meglio per imprimere impulso all’agricoltura e al commercio e avviò riforme in termini di pubblica amministrazione, di giustizia, d’istruzione, di finanza di economia e di comunicazioni.  CCarlo Emanuele III di Savoia Torino 1701  –  1773, for­ ffse l’unico sovrano del casato dei Savoia, che meriti rispetto e rie riconoscenza da parte dei sardi, aveva rifondato le Universi tà tà di Cagliari e di Sassari e aveva creato i monti granatici. IlIl monte granatico o frumentario non era altro che un u magazzino, dove venivano accumulate quantità di granaglie, c che  permettevano di anticipare  ai contadini, privi di quattrini, q quanto era  necessario per la semina. I i cereali ricevuti venivano restituiti al momento del raccolto e si si eliminava in tal modo  qualsiasi forma di usura. LLongu che s’annara mala:  Lungo come un annata cattiva era U un detto una volta assai ricorrente in Sardegna.    Per un lungo periodo di tempo non era esistita un’unione tra gli stati sabaudi: la Liguria, la Savoia e il Nizzardo, e l’isola che era poi il Regno di Sardegna.  Avvenne allora, di fatto, una fusione tra i territori savoiardi  e la Sardegna e fu in quel momento  che a qualcuno venne in mente di chiamare quel  nuovo  stato  Regno Sardo  –  Piemontese, così come era sempre risultato anche da certi testi scolastici. Tuttavia per le  antiche origini e per i trattati scritti e debitamente firmati dalle Grandi Potenze qualsiasi altro nome, che non fosse Regno di Sardegna,  era da considerare  improprio ed arbitrario. Intanto, nonostante la parvenza di un minimo benessere, si acuiva il dislivello tra l’economia dell’isola e quella di alcune regioni del nord, alle quali il governo, con benevolenza, concedeva  lauti investimenti ed esenzioni fiscali.  Lo sfruttamento delle risorse in Sardegna era alquanto deficitario a causa delle condizioni d’ignoranza e di arretratezza in cui gli abitanti erano stati costretti a vivere  nei secoli addietro. I consumi erano limitatissimi, i bisogni ristretti al minimo indispensabile per la sopravvivenza, l’esportazione dei prodotti agro alimentari fallimentare, condizionata com’era a dismisura dai prezzi di mercato gestiti altrove e dai rari e costosi trasporti marittimi, mentre i prodotti importati erano proibitivi a causa dei tributi imposti che non differivano da quelli pagati nelle regioni ricche, tra le quali la Lombardia e il Piemonte. Con Vittorio Emanuele III le cose non sembrarono cambiare:  Nel 1904; nell’iglesiente, a  Buggerru, le truppe spararono contro i minatori che avevano incrociato le braccia.  Fu un vero eccidio. Per la prima volta però i sardi si resero  conto di non essere più isolati: i sindacati nazionali reagirono proclamando uno sciopero generale. Nel 1906, per reprimere certi moti di ribellione contro l’aumento dei costi di certi viveri a Cagliari, Quartu, Selargius e Pirri, nell’Iglesiente, nel Sarrabus, nel Gergei, il governo Sonnino, considerando la Sardegna alla stessa stregua di un Irak o di una Cecenia, inviò un vero corpo di spedizione composto da carabinieri, fanteria e bersaglieri con l’appoggio di una squadra navale.  Chissà quali furono i costi di tale operazione, anche se molto probabilmente, oltre ad essere stata programmata per ristabilire l’ordine nell’isola, aveva forse anche un ruolo non indifferente nel contribuire all’addestramento e all’affiatamento delle ancor troppo giovani e inesperte Forze Armate Italiane. E questo indubbiamente col pensiero rivolto a eventuali  future operazioni militari  necessarie per trasformare l’Italia in  una potenza coloniale e portarla così al pari di certe altre nazioni europee.  Nel 1909 Gabriele Gavino, compositore, nato a Tempio, scriveva nel periodico Fiorentino “ La Voce “ sulle condizioni d’abbandono in cui si trovava l’isola:   “ Qui non si tratta di madre patria ma di protettorato sfruttatore e succhione, che non ha voluto introdurre un industria nuova o migliorarne una vecchia; che ha lasciato l’agricoltura in titillamento dell’adamitico aratro chiodo; la manifattura del cacio alla dispersione del siero a alla infinità molteplicità di tipi; le industrie del sughero e della radica in un primitivo dirozzamento; gli allevamenti del bestiame e lo sfruttamento di calamina e di piombo argentifero nelle mani di stranieri” .   Ecco, però,  pochi anni dopo nelle trincee del Triveneto, per la prima volta assieme, i pastori della Barbagia, i contadini dei Campidani, i minatori del Sulcis e gli ufficiali subalterni delle classi medio -piccole che imparavano a familiarizzare tra loro. Erano stati  chiamati e arruolati per combattere il nemico sul Carso Isontino, sull’ Altipiano di Asiago e lungo le sponde del fiume Piave. All’inizio della Grande Guerra qualcuno di essi avrebbe trovato inconcepibile riconoscere nell’austriaco, che combatteva contro di lui, il proprio nemico e questo con la convinzione che il suo vero nemico si trovasse in Sardegna, magari  a Orune o  a Bitti.  In passato comunque tra pastori, contadini e minatori  non c’era mai stata tanta armonia! Alla fine della guerra, però, l’oneroso tributo di caduti, di dispersi e invalidi (il più ingente in assoluto se paragonato in percentuale a quello delle altre regioni italiane), il  depauperamento  del  patrimonio zootecnico regionale per le esigenze dei Commissariati Militari e il degrado di tutte le imprese agricole, a causa della mobilitazione dei contadini, avevano completamente stremato la Sardegna. Dalle interviste di Giuseppe Sotgiu si legge nel Risveglio:  “Ma nelle grandi ore della storia avvengono i miracoli”.  Chi sono i vittoriosi della Brigata “Sassari” ?  Sono i malarici…, la giovinezza sarda denutrita e analfabeta, i delinquenti nati di Alfredo Niceforo…, gli agricoltori senza terra e senza sementi, i servi pastori vissuti nella disperata solitudine delle tanche!   Da questi sardi, da questi giovani verrà la nuova Sardegna.  Una Sardegna che deve saper sfruttare tutte le  sue risorse.  La Sardegna sarà redenta dai sardi”.   Il Nicefoto addirittura nel 1898 aveva asserito che i Sardi erano geneticamente predisposti a commettere delitti efferati  e che gli abitanti della provincia di Nuoro avevano una naturale predisposizione al crimine. Tanto tempo prima, Cicerone aveva definito i sardi “mastrucati latrunculi, inaffidabili e disonesti, in quanto africani”. A detta di tanti, però le previsioni di Giuseppe Sotgiu devono ancora avverarsi; anche perché la maggior parte dei giovani sardi, piuttosto che realizzare una nuova Sardegna,  preferiscono andare altrove in cerca di sicure e immediate affermazioni.        

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