“IL VENDITORE DI METAFORE”: I RACCONTI DI SALVATORE NIFFOI, RUBANO L’ANIMA

di SERGIO PORTAS

Non smetto mai di stupirmi quando, in ogni dotto convegno in cui si disquisisca della letteratura sarda contemporanea, c’è sempre un qualcuno che al nome di Salvatore Niffoi non abbia da obiettare un qualche ma, questione di gusti, direte voi, e questo può anche passare, che il lettore sia in ultima analisi anche giudice dell’opera è un luogo comune tanto abusato quanto fallace, come è per definizione ontologica il giudizio degli umani tutti, almeno per quelli che, da Popper in poi, sanno che il concetto di falsificabilità è necessario alla salute della verità, comunque essa sia intesa. Ma non toccatemi Niffoi. Dopo Marcello Fois, anzi a pensarci bene insieme, di gran lunga il maggior scrittore sardo in circolazione. Come scrive Niffoi? Mi verrebbe da dire che tra le righe dei suoi scritti risuona poderoso il dialetto (la lingua) di Orani con cui infiora e intercala un italiano sontuoso e lirico, ma nello stesso tempo efficace e acuminato come una rasoia. Le storie che racconta sono in genere ambientate in una Sardegna dei nonni più che dei padri, lui è del ’50, “contos de foghile” verrebbe da dire e del resto lui non ha mai nascosto quanto debba del suo immaginario narrativo, ai racconti che si facevano una volta davanti a “sa ziminera” quando non solo internet e la televisione, ma persino la radio erano al di là da venire, tablet e telefonini neanche nella più sfrenata narrativa di fantascienza. Il nonno di Salvatore, lui è noto come Karrone, a Orani si viaggia ancora con in tasca il soprannome al posto della carta d’identità, possedeva anche un certo numero di libri, sopratutto roba francese, Balzac ( papà Goriot) e Zola ( teresa Raquin) in testa, e quando il nostro eroe scopre che il testo scritto fine può scatenare un immaginario persino più colorito dei primi poveri fumetti che andavano allora per la maggiore, se ne abbuffa e innamora. Tanto da fargli prendere, da grande, una laurea a Roma con una tesi sulla poesia dialettale sarda, relatore Tullio De Mauro. Tempi di grandi utopie quelli di fine ’70 e se tuo babbo, da piccolo, ti ha portato a vedere come lavorano i minatori in fondo alle miniere, anzi ti ha prospettato che quello potrebbe essere il tuo futuro se solo non avessi studiato a sufficienza, come non aderire a “Potere al popolo” e formazioni politiche di quel tipo? Ora che sappiamo come è andata a finire la lotta di classe che allora stavamo per vincere se ne può anche sorridere ( e intanto è da dire che la lotta di classe è ben lungi dall’essere finita) ma per i sardi provenienti da una terra di povertà estrema quale era la Sardegna del primo dopoguerra, era scelta obbligata, naturale come il respirare. Come era naturale, per i giovani di allora, girare il mondo, che allora era ancora l’Europa, praticando l’autostop ( chi non ha visto così la Scozia partendo da Edimburgo fino al Loch Ness e ritorno non sa di cosa parlo) e quindi via dall’ Italia per Londra e Parigi, e poi la Romania e tutta la Jugoslavia, e oltre. A Roma si facevano gli incontri più inverosimili, spesso si tirava tardi con Fabrizio De Andrè ( ne “La leggenda di Redenta Tiria”, il libro che lo ha reso giustamente famoso la dedica recita: “ A un amico fragile che la Voce si è portato via”) fino a scoprire con enorme sorpresa che il mondo tutto, per grande che sia, lo si vive meglio e più intensamente dai posti in cui sei nato e cresciuto, la Barbagia di Orani, dove tutto ti parla in una lingua che è la prima che hai succhiato col latte materno, quella che ha dato forma alle cose che tocchi, che mangi, che senti. Niffoi torna a casa, insegna lettere ai ragazzini delle medie, praticamente non esce da Orani se non per andare a Nuoro e a Cagliari, ma  in trent’anni per contare quante volte bastano due mani, mette su famiglia, arrivano quattro figli, e si mette a scrivere. Antonietta Dettori ( università di Cagliari) dice della sua scrittura: “ Niffoi muove da una concezione del plurilinguismo del repertorio italiano odierno come risorsa da utilizzare liberamente, senza chiusure o pregiudizi puristici contrapposti. Italiano e lingua locale- ma anche lingue straniere funzionali al discorso narrativo- si intrecciano e si contaminano. L’italiano di base della scrittura niffoiana è una lingua esuberante con risalite a registri e a varietà funzionali-contestuali elevati e aperture a registri bassi e popolari, con frequenti concessioni alla crudezza espressiva e a forme triviali. Italiano e sardo si confrontano da posizioni paritarie e interagiscono senza differenze significative…”. Questa scelta narrativa salvatore Niffoi la fa sin dai suoi primi libri ( “Il postino di Piracherfa”, “Cristolu”, “ Il viaggio degli inganni”, tutti Maestrale, tutti primi anni 2000) e la mantiene coerentemente per i “capolavori”: “ Redenta Tiria”, “La vedova scalza” con cui vince il “ Campiello”, targati “Adelfi”. Come pure “Collodoro”, “Ritorno a Baraule”, “Il lago dei sogni”, “Il pane di Abele”, “Il bastone dei miracoli”. Poi con Feltrinelli: “ Pantumas” e “ La quinta stagione è l’inferno”. Sono, fidatevi, uno più bello dell’altro. Matteo Fais è d’accordo con me, anche per questo ovviamente lo cito, anzi lo copio tutto quando su Pangea scrive: “…Niffoi merita ogni singola parola di elogio che gli è stata rivolta, non fosse altro perché, a ogni pubblicazione, riconferma la sua abilità come narratore. “Il venditore di metafore” (l’ultimo libro di cui voglio dirvi, Ndr) uscito per Giunti qualche mese fa, ne è l’ennesima prova. Per chi non lo conoscesse, Niffoi, è insieme a Savina Dolores Massa ( nasce a Oristano, Ndr) , uno dei massimi rappresentanti a livello regionale del cosiddetto realismo magico, o fantastico che dir si voglia, in letteratura. Lo è da tutti i punti di vista, ovvero nella forma e nelle tematiche. La sua Sardegna è un luogo sospeso fuori dal tempo….E’ una terra di miseria economica, pettegolezzi di paese, magia e superstizione, in cui il popolo è animato da un’idea di dignità campagnola del tutto diversa da quella che appartiene ai costumi degli inurbati. Lo è a livello stilistico. Pur descrivendo un qualcosa di vero, o almeno che è stato vero, egli lo fa avvalendosi di figure retoriche facenti capo a un immaginario surreale. Basti leggere anche solo le prime pagine: “ Nacque in un lividoso pomeriggio d’aprile, quando il vento sapeva di rabbia e sale e tirava calci alle porte, graffiando i vetri con artigli d’astore”. Il neonato è Agapito Vasoleddu, noto Metaforu, che sceglierà di guadagnarsi il pane per vivere, girando a raccontare storie paese dopo paese dopo che una “carestia manna” aveva desertificato il paesaggio natale, su di un carro tirato da buoi, in compagnia di un cane. Ne dice Nadia De Pascale (Libri in Libreria): “ I monti, gli alberi, i fiumi e le fattucchiere lo sapevano da sempre che un giorno sarebbe arrivato il “contacontos”, l’uomo che avrebbe campato vendendo storie di paese in paese, di casa in casa”…ma dietro alle diverse narrazioni che si alternano nel testo, c’è la ricerca di una forma letteraria per rendere un mondo che non esiste più, ma che continua ad essere parte di noi…Il “contacontos” porta il lettore in un mondo premoderno, sospeso in un passato indefinito in cui povertà e ricchezza si misuravano con il numero delle pecore e gli ettari di terra posseduti, in cui la vita e la morte dipendevano dalla natura e Dio guardava dall’alto le azioni dell’uomo- e lo stesso facevano i compaesani dalle loro finestre, punendo chi non seguiva le regole…”. Niffoi, glielo sentito dire più volte , è grande lettore dei latino-americani, in specie di Mario Vargas Llosa, il peruviano già premio Nobel per la letteratura 2010 , impossibile non conosca il suo “Il narratore ambulante” (Rizzoli 1989), anche Vargas Llosa ha il vizio di saper scrivere solo libri belli, e questo anche lo è: il “contacontos” che vi agisce va narrando storie tra una sperduta tribù dell’ Amazzonia: “…Grazie ai raccontatori, i genitori sapevano dei figli, i fratelli delle sorelle  e grazie a loro venivano informati dei morti, delle nascite  e degli altri avvenimenti delle tribù…Ho l’impressione che il parlatore rechi non solo notizie attuali. Ma anche del passato. E’ probabile che sia, pure, la memoria della comunità. Che svolga una funzione simile a quella dei trovatori e giullari medievali. (pag.81). Di Silvia Cardinale Pelizari, che da una decina d’anni vive a Panama trovo una articolo ( già uscito su “Finzioni”) che grida: Juan Rulfo e salvatore Niffoi: il nostro Messico è la Sardegna:” La lingua di Salvatore Niffoi è ricca e essenziale insieme. Il suo è un lessico familiare che mescola l’italiano più alto con la semplicità del sardo, non sempre di facile comprensione…Le sue sono storie barbaricine, piene di tradizioni, superstizioni, povertà e leggende, molte sofferenze e altrettanta felicità. Perché i sardi, dice, vivono le emozioni senza mezze misure. “O grandi felicità, o grandi sofferenze. Non conosciamo la malinconia”… Rulfo era un uomo solitario ( il suo “Pedro Paramo” è un piccolo libro-capolavoro, Ndr), che non amava la mondanità. Leggenda vuole che trovasse i nomi dei suoi personaggi leggendo le lapidi di Jalisco, lo stato messicano in cui era nato. E non è credo un caso se nelle sue storie i morti hanno la stessa presenza scenica dei vivi, e addirittura riescono a confondere le carte, mostrandoci che vita e morte possono essere molto simili, o quantomeno stare nella stessa inquadratura”. Vi ricorda qualcun altro? “Pensando a Rulfo ho cominciato a vedere la terra arida, i contadini, i fantasmi e la vita semplice, le donne con il velo sulla testa che pregano insieme, il latrare dei cani al vento, a una terra che si perde a vista d’occhio…Ho inclinato la testa e ho pensato a Orani, un piccolo paese della Barbagia non lontano da Nuoro, e a un uomo il cui padre era abile con le pietre e che un giorno portò il figlio tra i minatori, per mostrargli come sarebbe stata la sua vita se non avesse studiato. Quell’uomo ha imparato tanto dalla terra e poi ha deciso di fare lo scrittore. La sua rivalsa sono state le Lettere”. Anche Cristina Nadotti ( “la Repubblica”, 4 novembre 2017) scrive di stare attenti ai  racconti del “venditore di metafore”, vi rubano l’anima. Il più grande affabulatore di Sardegna, parlando con Antonella Loi, di “Lacanas”, che gli chiede  ci sia l’esigenza di salvare la lingua, proteggerla dall’italianizzazione risponde: “Ite cherimus achere sos proibizionistas? Sa limba est in evoluzione, bene venios sos neologismos cando servini pro arricchire su patrimoniu de tottus…A mimme m’aggradana sas commistiones e sos innestos, su metticciau linguisticu er bellu meda. Bastet chi no si vortet in istragnas, in bagassumine”.

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