UN FILO DIRETTO TRA BANARI E L’ASIA: CON GIUSEPPE CARTA IL VIAGGIO IN CINA LUNGO I SENTIERI DELL’ARTE

ph: Giuseppe Carta

di Tonino Oppes

Giuseppe Carta è appena rientrato da Pechino. Mostra con orgoglio le foto della sua ultima scultura: cinque peperoncini rossi, alti sette metri, colorano la grande piazza di Chongqing, uno dei più grandi agglomerati urbani del Mondo, con i suoi 40 milioni di abitanti. Poi mi parla delle mostre di Pechino e di Chengdu, dell’expo di Milano, e delle altre grandi iniziative che lo vedranno protagonista, non solo in Cina, anche nel 2018. Prima di tutto in Italia e, ancora una volta a Pietrasanta, a pochi chilometri da Lucca, luogo caro agli artisti di tutto il Mondo, da Fernando Botero al grande scultore polacco Igor Mitoraj.

A Pietrasanta, città che diede i natali a Giosuè Carducci, l’artista di Banari è stato invitato ancora una volta a esporre le sue opere dopo lo straordinario successo dell’estate del 2017 quando, con la regia di Alberto Bartalini, le sue sculture e i suoi dipinti sono stati ospitati, per oltre due mesi, in piazza Duomo e nella vicina chiesa di sant’Agostino. La sua mostra, ben 120 opere, è stata visitata da oltre 53 mila persone: in assoluto è il numero più alto rilevato negli ultimi anni nella città che da tempo convive con l’arte.

Giuseppe Carta è conosciuto e apprezzato come pittore iperrealista.

Osservate le ceste di limoni, i vassoi carichi di cipolle, le zucche, le brocche d’acqua, le cassapanche, i libri accatastati, oppure i bicchieri di cristallo. Il loro equilibrio precario come metafora della fragilità della vita: vetro contro vetro, uno sull’altro, poggiano su tovaglie candide, le vecchie tiazas di un tempo, quelle che le nostre nonne usavano nei giorni di festa. Tutto in un magico gioco di luci e ombre, nel solco di un commovente realismo.

Ma il suo figurativo si esalta con i ritratti. Sono da ammirare soprattutto quelli realizzati per Mario Draghi, commissionato dalla Banca d’Italia ed esposto nella galleria dei Governatori, e per Andrea Bocelli con il quale ha avviato da anni una intensa collaborazione nata nel 2012 quando l’artista sardo fu protagonista al Teatro del silenzio di Lajatico con la sua imponente melagrana (alta 9 metri) al centro della scena.

Finissimo pittore, Giuseppe Carta non è arrivato per caso alla scultura.

“Ho sentito un forte richiamo interiore al quale non ho saputo resistere” dice mentre, nella sua abitazione di Banari, mi conduce nella grande sala delle sculture che realizza con l’antica tecnica della fusione a cera persa e che nascono con il nome di Germinazione. C‘è una mela di bronzo davanti a noi. Ha colori soffusi che mischiano verde, giallo e rosso. 

L’artista accarezza la sua opera e spiega: “Nei quadri, ogni cosa che dipingo è davanti ai miei occhi, la vedo crescere dal primo all’ultimo istante. Con il pennello definisco anche il più piccolo dettaglio. Quando il lavoro è completo, osservo l’opera ma non la posso toccare. Ecco, questo invece è possibile con la scultura.”

Così Giuseppe Carta va al cuore della materia, cercando il dialogo diretto con ciò che realizza. E, come nella pittura, i soggetti sono quelli di sempre: tanta frutta e qualche ortaggio, tutto ciò che produce una campagna generosa come quella sarda.

La sua casa museo, immersa nella campagna logudorese, in provincia di Sassari, racconta il percorso di un artista famoso, che ha conosciuto l’emigrazione, la sofferenza e il successo prima di lasciare la Penisola e fare ritorno nella terra d’origine. A Banari, appunto, il paese della trachite rossa, da dove era partito, alla fine degli anni Cinquanta, quando aveva dieci anni.

Il giardino di palazzo Tonca – nome antico della sua dimora – e le sale del museo mettono in mostra, accanto alle tele ad olio, gli ultimi lavori realizzati su bronzo policromo. Anche con la scultura la gara artistica con la realtà prosegue. C’è continuità tra le due forme d’arte quando il legame è costruito sulla bellezza e sulla semplicità.

E’ emozionante muoversi tra dipinti e sculture. Osservo e mi fermo un attimo davanti alla melagrana, simbolo di fecondità e passione. Come nella grande opera in bronzo, esposta per la prima volta proprio al Teatro del silenzio di Lajatico, il frutto è aperto, non riesce a trattenere i suoi 600 chicchi rossi. La germinazione è in atto, la vita continua.

Il sogno del realismo scultoreo si completa con la ciliegia, la pera, la mela, la cipolla, i peperoncini rossi tanto cari ai Cinesi e agli Australiani e che lo hanno avvicinato al mondo di Eataly di Oscar Farinetti. Infine le fragole e l’uva che fanno parte della sua produzione più recente. Ma non si ferma qui la grande sfida di Giuseppe Carta che prolunga, senza soste, il suo cammino nel fantastico mondo dell’arte.

2 risposte a “UN FILO DIRETTO TRA BANARI E L’ASIA: CON GIUSEPPE CARTA IL VIAGGIO IN CINA LUNGO I SENTIERI DELL’ARTE”

  1. Conosco e amo le opere di Giuseppe, mi informo sulle varie tappe che scandiscono il suo tempo, a volte mi ci perdo,non rammento più i diversi impegni. Tonino, nel suo articolo, mi rammenta i sentieri percorsi dall artista ma ancor di più, nella descrizione delle sue opere, mi fa rivivere le sensazioni ed emozioni che si provano ammirandole. Grazie Tonino per questa escursione e grazie Giuseppe perchè ci emozioni con le tue creazioni!

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