I SARDI ED IL MARE: L’ISOLA E LO SVILUPPO AUTOCENTRATO

di Benedetto Sechi

Uno dei luoghi comuni, difficile da sfatare, sarebbe il pessimo rapporto tra i sardi ed il mare. Tuttalpiù, ripercorrendo a ritroso l’antica storia della Sardegna, si racconta che non è sempre stato così, che il popolo nuragico fu comunque popolo di naviganti, interagente con gli altri popoli del Mediterraneo. In realtà penso che i sardi siano sempre stati in rapporto con il loro mare seppure, a ragione, sapevano che questo non era sufficiente a proteggerli.

Ma oggi, in che rapporto siamo con il “nostro mare”? Possiamo considerarlo, aldilà del turismo balneare, della fin troppo decantata Costa Smeralda, che dovremmo abituarci a chiamare con il  suo vero nome ,“Monti di Mola”, una inestimabile ricchezza ed una formidabile leva di sviluppo autocentrato?

Oltre 1400 km. di costa, circa 10.000 ettari di stagni e lagune, un ambiente in gran parte ancora integro è, certamente, un valore in se, che può fare della Sardegna un’eccellenza, non solo dal punto di vista turistico, ma anche delle produzioni marine.

In Sardegna sono state istituite sei Aree Marine Protette, una è prossima ad essere avviata, a Santa Teresa Gallura; due parchi nazionali, l’isola dell’Asinara e l’Arcipelago della Maddalena; il Parco Internazionale, delle Bocche di Bonifacio, sono aree protette indicative di quanta ricchezza e di quale sia il reale valore aggiunto, che il mare regala alla Sardegna.

Purtroppo non vi è consapevolezza politica di tutto ciò. L’insieme del quadro politico, ma anche  gli operatori socio- economici, ne sottovalutano le potenzialità e gestiscono lo status quo limitandosi, a fine anno, alla conta delle presenza turistiche. Ci cura poco del fatto che tali presenza abbiano soggiornato qui, consumando prodotti importati da altre regioni o nazioni, attraverso la GDO.

Il FLAG Nord Sardegna o Gruppo d’Azione Costiera, che mi onoro di rappresentare, è un organismo di diritto pubblico, previsto dall’Unione Europea, deputato a disegnare strategie di sviluppo, attraverso la valorizzazione delle attività del mare ed in modo particolare, della pesca e dell’acquacoltura sostenibile. La sostenibilità sta ad indicare le attività umane che si pongono il limite di non mutare l’equilibrio dell’ecosistema.

I FLAG, in Europa, operano, prevalentemente, con i fondi europei (FEAMP ed altri), mettendo in essere azioni a vantaggio degli operatori ittici e delle comunità costiere.

La Blue Economy, o Economia del Mare, come preferisco chiamare è, al pari della Green Economy, la capacità di mettere in atto politiche di sviluppo, che possano creare ricchezza e soprattutto “lavoro”, nel rispetto dell’ambiente, della cultura e delle tradizioni del territorio.

Saper trarre vantaggi dal mare o dalle lagune della Sardegna non è neppure cosa difficile. Abbiamo adeguate professionalità tecniche e scientifiche e molti giovani potrebbero trovare attraente questo settore. Un settore che certo necessità di innovazione, ricerca e capacità di commercializzazione. La Sardegna, lo ha dimostrato anche recentemente una azienda che produce e vende nella grande distribuzione italiana con il marchio Niedditas, da un formidabile valore aggiunto ad ogni suo prodotto.

E’  quindi soprattutto il comparto agroalimentare che può sostenere  la nostra economia nel futuro.

Anche Il settore ittico, sia nel segmento dell’acquacoltura, che nella più tradizionale pesca marittima, può evolversi, se venissero varate adeguate politiche di valorizzazione, che garantiscano il consumatore, con processi di tracciabilità e qualità del prodotto. La ristorazione, ma l’intero settore turistico, senza porsi  necessariamente l’obiettivo di esportare grandi volumi di prodotto, ne avrebbero indiscutibili vantaggi.

Tutto ciò richiede più attenzione da parte dei decisori politici. Pianificazione nello sviluppo delle filiere; questa è la strada da intraprendere con decisione. Rendendo disponibili aree di produzione a mare, per la pescicoltura non intensiva, risolvendo le pastoie burocratiche che limitano il sistema delle concessioni demaniali.

Lo sviluppo passa anche attraverso la cura dei litorali, della manutenzione degli stagni e delle lagune, che debbono conservare la loro naturale ossigenazione delle acque. Andrebbe adottato un piano per la molluschicoltura, che pur senza grandi investimenti pubblici, potrebbe fare della Sardegna l’eccellenza in Europa nelle produzioni di mitili, arselle e soprattutto di ostriche.

La trasformazione i prodotti ittici non pregiati, ma assolutamente importanti dal punto di vista nutrizionale ed organolettico, sarebbe la naturale evoluzione che completerebbe lo sviluppo della filiera ittica.

Dunque, torniamo al nostro mare, non una barriera allo sviluppo, ma un’opportunità che altri non posseggono, si tratta solo di crederci e rimboccarsi le maniche.

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