NOVEMBRE 1917: LA DISASTROSA RITIRATA DEL REGIO ESERCITO INIZIATA A CAPORETTO, HA TERMINE SULLA SPONDA DESTRA DEL FIUME PIAVE

Il monumento fu inaugurato nei pressi della sorgente del Piave, in occasione del centenario dell’Unità d’Italia.

di Dario Dessì

Il Piave, fiume Sacro alla Patria, sorge in territorio di Sappada (Monte Peralbanelle Alpi Cadorine) e attraversa il Veneto nei comuni di Sappada, S. Stefano, Longarone, Belluno, Busche, Fener, Nervesa, Ponte Priula, Zenson di Piave, San Donà di Piave sino a raggiungere, dopo 202 chilometri, il mare Adriatico a Revedoli. 

Sino agli inizi del ventesimo secolo il Piave rappresentava un efficiente via di comunicazione. Lungo il suo alveo arrivarono a transitare anche 4.000 zattere l’anno, cariche di legname da utilizzare nell’arsenale di Venezia. 

Negli anni della Grande Guerra il regime era pressoché torrenziale con le massime magre durante i mesi invernali e piene in primavera quando si scioglievano  lenevi.

In genere il fiume Piave era largo tra i venti e i 45 metri, la  velocità dell’acqua era  pari a 2,50 m/s e la sua profondità variava da 1 a 3 metri. Soltanto nel tratto da Nervesa a Ponte di Piave il suo corso procedeva separato in più rami in un letto caratterizzato da cumuli di sabbia e di ghiaia e da isolotti ricoperti da tratti di bosco ceduo. 

Il fiume, non essendo in quel tratto imbrigliato che da qualche argine o muraglione, poteva raggiungere anche una larghezza di tre, quattro chilometri.

Non era guadabile in nessun punto e bastavano poche ore di pioggia per innalzare di parecchio il livello dell’acqua ed aumentarne la velocità anche oltre i 4 metri al secondo. Il Piave, inoltre, come tutti gli altri fiumi e torrenti che attraversano il Friuli e il Veneto, è stato sempre soggetto a fasi di piena improvvise e forti, quando i venti di scirocco contribuiscono a un rapido scioglimento delle nevi accumulate sopra le montagne cadorine e costituiscono un ostacolo al defluire delle acque fluviali verso il  mare Adriatico.  Se poi, si è in presenza di  abbondanti precipitazioni, il tutto concorre a una crescita della massa d’acqua, creata dal disgelo, e a un rapido ingrossamento del  fiume con un aumento progressivo della velocità delle sue acque.

Durante la piena del Piave che occorse  nei giorni  18 e  19 giugno 1918, proprio      mentre era in corso l’operazione Albrecht, (Battaglia del Solstizio) gli austriaci si trovarono impreparati, non avendola prevista, a dover affrontare quella improvvisa piena del fiume, cheaveva provocato l’interruzione e la distruzione di  quasi tutti i loro  ponti e passerelle.

Alle ore 20.00 di mercoledì 19 giugno, gli idrometri, che monitoravano la situazione a Palazzon e al ponte della Priula, indicarono il massimo livello di piena.

A causa delle pessime condizioni atmosferiche i ricognitori italiani non poterono alzarsi in volo per accertare quali e quanti fossero stati i passaggi austriaci sul Piave sommersi e travolti da quella piena. Nel settore a ovest di San Donà di Piave  gli unici ponti indenni  furono quelli di Palazzo Bressanin e di C. Janna.

Dal Le Journal  edizione  Settembre – Ottobre 1917:

 

“Il 24 ottobre 1917 un offensiva  a sorpresa, scatenata dagli austriaci in collaborazione con truppe tedesche, ha portato allo sfondamento del fronte italiano nell’alta vallata dell’Isonzo a Caporetto, Kebarid in lingua slovena. Una disfatta che si è trasformata in crollo. 

L’esercito italiano,disorganizzato, male comandato e demoralizzato è in completa rotta.

300.000 soldati italiani sono morti, feriti o fatti prigionieri. Altri 350.000 sono in fuga o sono da considerarsi disertori. 

Sono stati catturati dal nemico più di 3.000 pezzi d’artiglieria. 

Ritenuto responsabile di uno smacco senza precedenti, il generale Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, ha dato le dimissioni.

Sostenuti dai rinforzi  francesi e inglesi gli italiani si stanno raggruppando lungo il fiume Piave”.

Il Comando Supremo Italiano, subito dopo la tragica disfatta di Caporetto, aveva intanto deciso di schierare una buona parte delle unità, sopravvissute alla travolgente offensiva nemica, lungo la sponda destra del Piave, tra il Monte Grappa e il mare. L’ordine era di fermare il nemico a tutti i costi lungo quel fiume e di impedirne qualsiasi  ulteriore avanzata.

Tra quelle unitàc’era la Brigata Sassari, la quale  venne quasi subito allineata in seno al Corpo Speciale, agli ordini del Gen. De Giorgio, col compito di cercare di fermare o quantomeno  rallentare l’irrompente avanzata del nemico e proteggere in qualche  modo la ritirata dell’intera III Armata. Di là del Piave, intanto un vasto territorio, fra i più ricchi di risorse in Italia, era caduto nelle mani del nemico oltre a un ingente bottino di soldati, di armi e di materiali.   Di là delle acque del Piave c’era l’eterno nemico, calato ancora una volta a depredare le pianure venete e ad angariare la pacifica popolazione con le devastazioni e i soprusi. 

Domenica 11 novembre 1917 Da quel giorno il PIAVE, diventato il nuovo fronte, fu difeso  ad  oltranza per quasi un anno, sino a quando, proprio dalle sue sponde,  ebbe inizio l’offensiva  per la riconquista delle terre occupate e l’annessione di quelle irredente.

Dopo aver combattuto sulle sponde  del Meduna  del Cellina e della  Livenza, la sera del 7 novembre, i gloriosi e laceri avanzi della 33° divisione si schieravano dietro il Monticano, a nord di Conegliano.

La linea del Monticano fu difesa per tutta la giornata dell’8 novembre e alla sera, avendo il nemico occupato Conegliano, la divisione poté sfuggire all’insidia nemica sul suo fianco destro mercé un abile e sanguinosa azione di retroguardia del battaglione Musinu della Brigata Sassari. Il 9 novembre la divisione, estrema retroguardia delle nostre truppe, passava il Piave sul ponte della Priula.  La 33° divisione era lacera e stremata, ma riportava intatto il suo patrimonio di disciplina e d’energie morali, cui dovette, se poté essere ricostituita in pochissimi giorni, non solo completa in tutti i suoi elementi, ma soprattutto mirabile di disciplina e di spirito combattivo.

Essa fu veramente la prima pietra su cui si poteva costruire l’edificio delle risorte speranze della patria.  

“Ponte de Priula l’è un Piave stretoi ferma chi vien da Caporetto”

9 novembre 1917. La brigata Sassari attraversava il ponte della Priula.

Fu fatto saltare il ponte della ferrovia, ma si attendeva ancora per quello stradale.

Il VII battaglione, che nel frattempo aveva ricevuto l’ordine di ritirarsi, era ancora in marcia. Si ritardava il brillamento delle mine mentre sulla sponda sinistra si udivano i primi spari nemici.Passavano le ore nell’ansia crescente, ma ecco finalmente, in lontananza, il reparto avanzare sotto il fuoco nemico:Il battaglione complementare della Brigata “Sassari”, già schierato in azione ritardatrice  sulle alture di Feletto di S. Pietro (TV) – estremo reparto di retroguardia, supera il ponte della Priula alle ore 14 del giorno 9 novembre”.  Sono proprio gli ultimi. Il nemico aveva occupato Collalto.  L’esercito d’Italia finisce con questi prodi.  L’ultimo soldato si trascina un vitello. 

Passate di corsa anche le pattuglie del 215° reggimento di fanteria che guarnivano le teste di ponte, bruciano le micce e dopo sei minuti  crollano le arcate del ponte che diverrà poi storico; lo scoppio delle mine tronca di netto la prima e la seconda arcata del ponte.

Da quel momento, di là dell’acqua, tutto è austriaco. Sono le ore 15 e le porte d’Italia sono ormai sbarrate al nemico invasore.

Il territorio italiano, lasciato in mano al nemico al di là dal fiume Piave, era pari a poco più di 1.250.000 ettari, con poco meno di un milione di residenti all’atto dell’invasione.

Verso sera al di là dal Piave s’incominciarono a scorgere le prime pattuglie nemiche.

Leonardo Motzo, comandante della compagnia d’assalto della Brigata Sassari, ferito tre volte e decorato quattro, così descrisse in un suo libro dal titolo “GLI INTREPIDI SARDI DELLA Brigata Sassari “  la parata dei fanti del battaglione complementare  sul ponte della Priula, poco prima che venisse fatto saltare in aria. 

La colonna finalmente imbocca il ponte, sottogola abbassato, bilanciarm, passo cadenzato. Il battaglione sfila. Il comandante arrivato ultimo si porta in testa.

Una volta giunto all’altezza di un gruppo di generali, il maggiore Musinu grida l’Attenti a Destra; il battaglione rende gli onori”.

 

Questo particolare episodio è ricordato su una lapide con una dedica particolare del  sindaco di Conegliano Veneto.

Alle ore 11.00 del 10 novembre la Brigata veniva assegnata alla 33° Divisione, mentre Il Gen. Di Giorgio, Comandante del Corpo d’Armata Speciale, leggeva l’ordine del giorno:

“Ufficiali e soldati del Corpo speciale, dopo 13 giorni di combattimenti, di travagli ininterrotti, il Corpo Speciale ha ripassato, estrema retroguardia, la Piave.  

A Monte Ragogna al di là del Tagliamento, il 30 e il 31 ottobre; a Lestants e a Sequals,

al di là del Meduna, il 4 novembre; a Folcenigo,  al di là della Livenza, il 7;  sul  fiume Monticano, al di là del Piave, l’8 il nemico urtandosi contro di voi si urtò contro soldati che seppero tenergli fieramente testa e seppero arrestarlo pel tempo al nostro esercito necessario. Nessuno di voi ripiegò dal posto che gli era stato assegnato, se non dietro ad ordine superiore.

In mezzo alla sciagura che si è abbattuta sulle nostre armi e sulla nostra Patria, in mezzo agli orrori fra i quali abbiamo vissuto lo spettacolo della vostra forza, della vostra disciplina, della vostra fedeltà, esalta l’anima mia e deve esaltare la vostra, e ci deve dare a tutti la fede di una prossima, sicura riscossa.

Ufficiali e soldati del Corpo d’Armata Speciale:

E’ per voi, per il vostro valore, che tanta parte dell’esercito ha potuto compiere il suo ripiegamento, è per voi, per il vostro valore che l’onore delle vostre Brigate Sassari, Bologna, Barletta, Lario, Siracusa, Rovigo, Siena, Parma è stato salvato.

E’ per voi, che ricostituitisi attorno a voi con nuovi elementi, i vostri reggimenti riporteranno le loro bandiere sull’Isonzo e al di là, e voi sarete ricordati come coloro che seppero star fermi al proprio posto, contro il soverchiante nemico, quando tanti sciagurati vostri compagni, dimentichi del dovere e dell’onore, vi abbandonavano nel cimento.A tutti voi ufficiali e graduati, a tutti voi, soldati del corpo d’Armata Speciale e più ai valorosi comandanti delle tre Divisioni : Generali Sanna, Ponzio e Barco, il mio saluto riconoscente e l’espressione della mia fiducia incrollabile nel valore italiano, nei destini della Patria. “

 

E quindi rivolgendosi ai fanti della Brigata Sassari:

 

“Ho cercato per comandarvi un Generale del vostro paese, che fosse degno di voi.  L’ho trovato nel generale Sanna che ha un passato di gloria, pari a quello luminosissimo della vostra brigata. Egli parla il vostro stesso linguaggio, ha il vostro stesso intrepido cuore.  La patria attende grandi cose dall’unione di una brigata come la Sassari con un generale come Carlo Sanna”.

In un livido crepuscolo di novembre un raggio di speranza brillava finalmente agli occhi dei gregari della 33° divisione.

La ritirata era così completata e l’inarrestabile avanzata austro tedesca era stata arrestata,  mentre l’esercito italiano si schierava a difesa del nuovo fronte  sulla linea Grappa  Montello  Piave, agli ordini non più di Cadorna, ma di Armando Diaz.

Alla guida del governo, intanto, Paolo Borselli era stato sostituito da  Vittorio Emanuele Orlando.

A Tre Ponti e a Villa del Vescovo, intanto,  la Brigata Sassari era in sosta per essere  rimessa in efficienza, mentre arrivavano dalla Sardegna i giovanissimi “ragazzi del 99”. Per quasi tutte quelle giovani reclute quella fu una buona occasione per rincontrare qualche parente o conoscente anziano. A tutti  erano ormai note le gloriose vicende della Brigata. L’integrazione fu facile e rapida.

Operazione Waffentreu

0ppure XII Battaglia dell’Isonzo

Il drammatico bilancio:

 

Il più grave della storia militare italiana, senza dubbio minimizzato dalle fonti ufficiali:

11.600 morti, 22.000 feriti, 260.000 prigionieri, 300.000 sbandati.                

Abbandonati al nemico: 10.000 tra cannoni e mitragliatrici 5.000 pezzi d’artiglieria, 300.000 fucili, 3.000 mitragliatrici, 73.000 cavalli, 1.600 autocarri, 150 aeroplani, 1.500.000 proiettili d’artiglieria.

E poi un enorme massa di viveri e vestiario, tra cui 5.000.000  scatolette di carne, 27.000 quintali di gallette, 4.900 ettolitri di vino, 672.000 camicie, 321.000 paia di scarpe. 

Enormi quantitativi di materiali abbandonati o distrutti.

Migliaia e migliaia d’uomini, un intera armata, un intero esercito in rotta. 

Di colpo erano andati perduti tutti quei vantaggi territoriali conquistati in due anni di aspri combattimenti. Il nemico che era in territorio italiano, aveva conquistato due province e aveva davanti  solo il simulacro di un esercito, forse neanche quello.

Eppure i soldati in ritirata non sembravano preoccupati di così tanta sventura, anzi sovente, si udivano accompagnare con allegri stornelli il loro camino.

Il mistero di CaporettoLa leggenda di CaporettoLa follia di Caporetto

Oggi è ancora inspiegabile come fosse stato possibile che  oltre 600.000 soldati avessero rifiutato di combattere con la piena convinzione di por termine alla guerra gettando le armi e andandosene a casa. Eppure era fuor di dubbio che i soldati italiani, come si erano battuti prima, si sarebbero battuti anche dopo Caporetto. 

Tutti e tre i corpi l’VIII,  il XXVII e  il VII della II Armata avevano gettato le armi e si erano sbandati. Chi sapeva taceva.

Nella storia dell’umanità, l’offensiva di Caporetto è considerata uno dei più grandi scontri armati avvenuti in territorio montuoso.

Fu anche una delle prime operazioni belliche condotte con alcuni criteri propri della guerra lampo. 

Fu infine l’operazione di sbandamento meglio riuscita nella 1° Guerra Mondiale che segnò la fine di tutti i logoranti e sanguinosi combattimenti svoltisi lungo le sponde del Fiume Isonzo. 

Non esistendo più alcuna  posizione d’arresto, reparti di punta e truppe celeri procedevano d’infilata a bordo di motocarrozzette da inseguimento, armate di mitragliatrice leggere e seguite a distanza da divisioni armate con artiglierie campali.  Da parte italiana era mancata la consultazione di un piano organico di ritirata e pertanto l’esercito italiano, che non era mai stato addestrato alla ritirata, senza istruzioni adeguate, era stato costretto a una rotta precipitosa dal nemico che incalzava da tutti i lati. Chissà? Forse non era stato ritenuto consigliabile insegnare alle truppe come eseguire una ritirata strategica  davanti al nemico, senza compromettere lo schieramento e l’allineamento ordinato degli altri reparti nel resto del fronte . 

Alla sera di quel primo giorno dell’offensiva Waffentreu “Fedeltà d’armi” o 12° Battaglia dell’Isonzo i reparti di una divisione tedesca erano già arrivati al vecchio confine italo-austriaco. In sostanza, tutto il territorio che era stato faticosamente conquistato dal R. Esercito in ben 26 mesi di guerra e nel corso di 11 sanguinose offensive, che erano costate la bellezza di quasi 600.000 perdite tra morti, feriti e dispersi, era stato rioccupato dal nemico in meno di un giorno. E pertanto….

1)“Vengono giù a stormi, urtandosi, frammischiandosi, ondeggiando come un campo di grano frustato dalla bufera, non più soldati, turba, non più uomini, mandria; nelle prime file occhi folli, visi stravolti e disperati, bocche urlanti di terrore, ufficiali, fanti, artiglieri, cavalli, cannoni”.Da un brano di Coda.

2)Bande di soldati passano in mezzo alla devastazione, torvi, silenziosi, guardandosi ai piedi. Gli ufficiali, le divise incatramate di belletta, non si distinguono dai gregari, e appena uno su dieci s’impegna di evitare la dissoluzione”.    Da un brano di Malaparte.

3)“Portavano in trionfo, nude e sconce , acclamando, “le prostitute dei bordelli militari”. Spesso sollevavano sulle spalle insieme con le prostitute, qualche grosso e panciuto ufficiale superiore  –  Bacco e le Ariane  –  mentre l’orgia dei senza fucile scoppiava in risse e canti osceni”.Da un brano di Soffici.

4)          La “santa canaglia” della trincea dilagava verso l’interno, sputando sui falsi simboli e scagliandosi contro il panciuto patriottismo di chi non la capiva e di chi spingeva gli altri a farsi ammazzare”.     

Da un brano di Frescura.

5)          Qua e là autocarri rovesciati, o buttati di traverso, carretti rotolati a valle…fra i carri, fra gli autocarri che attendono da ore senza aver percorso un metro, i soldati s’insinuano, fanti, alpini, artiglieri, senza fine.

Passano senza parlare, con una sola fretta: arrivare al piano, fuggire l’incubo”.   

Da un brano di Gatti.

6)“Tutti gli uomini sono senza fucile e senza cartucce…camminano tranquilli, con le mani in tasca…interrogati gli sbandati rispondono rispettosamente; si mettono sull’attenti, ecc. Dicono tutti che sono indietro perché hanno avuto l’ordine. Da chi? Non si sa: da quegli che era più vicino. 

Il 90 per cento è del sentimento che tutto è finito, che adesso verrà la fine  (Quale? Non ci pensano) della guerra. Il 10 per cento (specialmente corpi speciali) è mortificato o indignato di ciò che è successo.

Mi ricordo di alcuni di quegli uomini sparsi per i coltivati, fissi a speculare la specie di una pianta, di  un erba a loro sconosciuta; raccogliendo e provando fra le dita esperte di contadino la terra di un solco per conoscerne la qualità, con un gesto e un aria che intenerivano..

Sono fatti, immagini, momenti ricordi di Caporetto, della ritirata dopo Caporetto. Migliaia e migliaia d’ uomini, un intera armata, un intero esercito era in rotta: di colpo si erano perduti tutti i vantaggi territoriali conquistati in due anni di aspri combattimenti. Il nemico era in territorio italiano, aveva conquistato due province, davanti a se aveva solo il simulacro di un esercito, spesso neanche questo.  Ciò nonostante, dalla folla dei soldati si levavano allegri stornelli”:

Napoleone Bonaparte così ebbe a dire  a proposito della rotta dei suoi soldati, sconfitti a Waterloo:

“Vi è un momento in cui il panico s’impadronisce dei soldati e allora anche la truppa più agguerrita può diventare una marmaglia”.

Dopo, appena due giorni di offensiva, tutto il territorio conquistato in ventinove mesi e più di guerra, a costo d’immani sacrifici e di gravi perdite, nel corso delle famose 11 battaglie dell’Isonzo  o spallate tanto care al generale Cadorna, era quasi tutto in mano nemica.

A quel punto, chi era caduto nel corso di quelle battaglie non poteva fare a meno di rivoltarsi nella sua  tomba o fossa comune.

E i sopravvissuti? Cosa mai dovettero provare, al sentire quelle notizie?

Naturalmente rabbia, delusione, scoramento e a dir poco voglia di gettare le armi e scappare. Tuttavia la tragedia doveva, ancora,  mostrarsi nella sua più drammatica realtà.

Ora non si vuole attribuire alcuna colpa al parlamento:  Dopo tutto eracomposto di cittadini chiamati a farne parte perché erano i migliori e perciò venivano chiamati onorevoli, cioè uomini d’onore.

Tuttavia, bisogna ricordare che proprio quando il nemico aveva sfondato la porta di casa e vi stava entrando da padrone—e quale padrone—quei trecentocinquanta onorevoli signori stavano sbraitando tra loro, e proprio il 25 ottobre avevano buttato giù il governo per farne un altro più consono alle loro aspettative; dimostrando, bisogna ammetterlo, un certo spirito combattivo, ma lasciando il paese, in quei giorni tanto sconnessi e pieni d’ansie, senza un vero e valido governo.

Affermare che quegli onorevoli signori,  avessero fatto una bella figura, non e proprio il caso, se non con molte riserve. 

Ma il popolo italiano è sempre stato provvisto di gran buon senso e nei momenti difficili ha sempre saputo imboccare la strada giusta.

Anche senza gli onorevoli.

Perciò, bisogna affermare che Caporetto fu una benedizione. 

Però, bisogna anche affermare  che dopo la ritirata dei soldati della II Armata, poco a poco, per inconscio atto di ravvedimento e di costrizione, un’altra ritirata ebbe luogo in tutta l’Italia: quella degli indifferenti, degli ignoranti, degli illusi, dei chiacchieroni e dei rivoluzionari a parole.

Ci volle un po’ di tempo ma,  tutti gli italiani vissero la loro guerra con gli occhi, la mente e il cuore rivolti al Piave, al Monte Grappa e ai caduti sull’Altopiano di Asiago.

E  fu quello per tutti i combattenti e per tutti gli italiani avveduti il vero miracolo di Caporetto.

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