A NE DAZES A SAS ANIMAS? MEMORIA DI UNA TRADIZIONE IMMORTALE


racconto di Caterina Sanna

:-  Giulia, coro ‘e mannedda, portami la confezione di sigari dal secondo cassetto della credenza!-

La bambina con un occhio al canale televisivo corse in cucina e rovistò tra i cassetti della vecchia cassettiera rimessa a nuovo, in un bianco shabby brillante che la faceva sembrare nuova di zecca. Ritrovò, sotto alcune agende e varie scatoline colorate la confezione rossa dei sigari che accuratamente strinse tra le mani e consegnò alla nonna.

:- Cosa sono, manne’? I-L T-O-S-C-A-N-O!- sillabò.

:- Bravissima, Il Toscano la marca preferita da tuo nonno! Stasera glieli facciamo trovare, assieme alle carte da gioco. Mi aiuti a cercarle?

La codina bionda assentì perplessa. :- Verrà il nonno?-

:- Un giorno capirai!- La donna baciò la piccola e la condusse dalla sala da pranzo alla cucina. :- Cerchiamo le carte, vieni!

Il gonnellone nero zia Bustiana non lo aveva mai voluto mettere via, così come la sua lunga treccia accoccolata in una crocchia argentata e in quello chignon sembrava conservasse tutti i suoi ricordi, tutte le persone che aveva lasciato, ma non abbandonato, sui monti freddi della Sardegna.

Il Continente doveva essere assaporato come un barattolo di marmellata tra le mani di un bambino paffutello e ghiotto, non fu così. Lasciò la sua casa in una tiepida giornata di marzo, era domenica, e si ritrovò dopo qualche giorno scaraventata nelle campagne di Civitavecchia. La vita parve assecondarla. Subito l’impiego del suo sposo, come mezzadro in un’azienda agricola di proprietà d’amici, già impiantati nei pressi di Roma, rese il boccone meno amaro. A ventitré anni di cose se ne conoscono, ma non abbastanza. Il mondo appare come una giostra colorata, sfavillante e quasi divertente.

 Immediatamente si ritrovò madre di tre figli, belli, dorati e vispi. Al paese si ritornava una volta l’anno, per la festa patronale e ci si tratteneva per più di un mese, in genere d’estate. Quel tempo però servì per fissare nei piccoli cuori un amore profondo e viscerale tale da far sbocciare germogli d’orgoglio e nostalgia.

Il pane zia Bustiana continuò a stenderlo e cuocerlo anche nel forno della sua casa, in Su Continente, invadendone di profumo e ricordi le stanze e il patio adiacente. Anche la sua figlia maggiore imparò l’arte delle orilletas e de su burte pesadu, imparò ad ascoltare la voce silenziosa e malinconica della madre quando il ricordo più forte della lontananza correva, volava sul Tirreno per perdersi tra i boschi di sughere e rifletteva l’immagine delle sue sorelle che caricavano sulle spalle le fascine di legna, provvista per l’inverno imminente. Tutto era una festa, ogni pensiero che proveniva dalla roccia di granito era un sussulto ma come tale si spegneva tra i filari di vite e gli olivi da spogliare sulle piane laziali.

Anche quell’anno venne il tempo della vendemmia, la sua famiglia ormai non la celebrava da qualche tempo, esattamente da quando era venuto a mancare ziu Buscente, suo marito; poi venne il periodo dell’olio nuovo, così come venne il tempo delle noci e dell’uvetta.

Fu un infarinarsi le mani continuo e frenetico, la piccola Giulia imparava con velocità e seguiva i movimenti incessanti della nonna che stendeva con il mattarello l’impasto e creava piccoli rombi scuri da infornare.

:- Questi papassinos sono proprio buoni!- diceva gustando minuzzoli dall’impasto e leccandosi le punte delle dita.

Le ceste si riempirono di dolcetti e leccornie che zia Bustiana copriva come a volerli preservare con canovacci ricamati. Quel gesto le restituì una memoria lontana, la nascita del fratellino Giovanni. La corsa scalza a casa de sa levatrice, signora Zeleste, l’attesa accarezzata dal calore del focolare, il pentolone d’acqua pronta all’occorrenza, suo padre pensieroso seduto sullo sgabello di sughero e il viavai delle vicine di casa; un vagito stridente. Il silenzio.

Zia Bernardina, la dirimpettaia che abitava in una casetta su due piani con la quale condividevano il medesimo cortile, fece capolino dalla stanza da letto :- Predu, vieni qui.- disse rivolta all’uomo.

Sarebbe voluta entrare anche lei e abbracciare sua madre , ma la invitarono a starsene seduta e tenersi pronta. Ma pronta a che cosa? Da bambina obbediente e attenta rispettò il comando, qualcosa di poco felice echeggiò nelle parole di zia Bernardina.

Attese, tentò di spiare dal buco della serratura, ma le gonne nere come le tende di un sipario spettrale facevano scudo al letto e a tutto ciò che stava succedendo nella camera matrimoniale. Origliò. :-Mandiamo Bustianedda a chiamare pride Boi. Forse, è meglio chiamare il medico. No! Mandiamola a chiamare zia Zizedda, sarebbe meglio.

Sgranò gli occhi grandi, sentì il cuore sobbalzarle e tremò di paura, zia Zizedda si chiama solo in determinate circostanze.

Si fece coraggio, afferrò la maniglia e spalancò la porticina, si precipitò sul letto della mamma che in silenzio smaltiva il dolore. Le donne sorprese e accigliate si fecero largo, e subito accerchiarono di nuovo il baldacchino.

:- Dov’è la creatura, mamma?

La donna piangeva e lei, piccola ma avveduta, comprese che la situazione non era poi tanto felice, rintracciò gli occhi del padre persi e sconsolati.

La cesta di asfodelo ben rivestita per l’occorrenza era riposta su un panchetto, messa da parte. Bustianedda sentì di voler vedere il suo fratellino, tutti le avevano detto che sarebbe stato maschio, lo avevano dedotto dalla sua attaccatura dei capelli, sotto la nuca. Scoperse la cesta e ne vide il viso, bello, tondo e pallido. Con rapidità e silenzio strinse tra le braccia il bambino, avvolto in una fascia di lino, se lo portò al petto e lo scosse piano, lo massaggiò sulla schiena e a poco a poco il corpicino iniziò a singhiozzare. Pianse forte. Le donne spaventate ma euforiche glielo tolsero dalle mani e lo riposero tra quelle della mamma, che frastornata mutò le lacrime angosciate in perle di felicità. Lei, piccola e inconsapevole non aveva ben capito cosa stesse accadendo, cosa avesse fatto.

:- Come hai fatto, bambina? Che cosa hai fatto,figlia?- Il padre, un uomo schivo e poco allegro la imbracciò come una baionetta e la fece roteare, si sentì una girandola.

Bustianedda conservava nei suoi sette anni tanti sogni, tante bamboline di pezza e da quel giorno sparse nel suo cammino semi di speranza.

La realtà la strappò a quel ricordo, lasciò la cesta coperta solo da una parte.

Aveva già posto la tovaglia nuova sulla tavola rotonda, al centro un cesto di melegrane poggiate a splendenti melacotogne e profumati mandarini.

Un vassoio d’argento sheffield ricopriva una pirofila fumante di macarrones lados, preparati con cura, per sa chena de sos mortos, accanto una pira di piatti fondi sovrastavano quelli piani, pronti per essere disposti.

In un piatto da portata erano adagiati diversi tocchi di arrosto profumato. I formaggi e i salumi affettati su un tagliere. Il pane carasau ben disposto nella canistedda. Ogni cosa era al suo posto: la caffettiera carica, le tazzine da caffè con una zolletta di zucchero all’interno. La brocca di vino adagiata accanto a quella dell’acqua. Tutto era pronto. Anche il cesto di gomitoli e i ferri smaltati avevano occupato posto accanto al camino, così come i cambales di suo padre. Tutto aveva il suo ordine, tutto aveva il suo senso. Un barattolo di miele per far felice la buonanima di zia Anzelina, e le castagne arrosto per i piccoli angeli della sua famiglia, andati via troppo presto.

La piccola Giulia sgattaiolò nella sala da pranzo, le brillarono gli occhi.

:-Ma allora ci saranno ospiti per cena, nonna?- chiese curiosa.

Zia Bustiana, le accarezzò la treccia e poi il nasino a punta. Le afferrò la manina con dolcezza e si sedette su una poltroncina a motivi floreali, se la portò in grembo dicendole :-Vieni coro ‘e mannedda, ti racconto una storia.

La bambina vispa e attratta dalla voce rassicurante e mite della nonna si sistemò per bene e si accoccolò tra le braccia della donna.

:- Quando ero una bambina come te, e poi anche più grandicella, andavo assieme alle mie amichette di porta in porta a pedire po sas animas. Bussavamo alle porte delle case e chiedevamo :- a no’ ne dazes a sas animas?

:-Come dolcetto o scherzetto, nonna?

:-No bambina mia, era una storia diversa! Noi andavamo a chiedere come la carità e quelle leccornie che le donne riversavano nei nostri sacchetti di iuta sarebbero servite per arricchire la tavola che le nostre mamme avrebbero preparato per i defunti, alla sera.

:-Quindi tu non indossavi la maschera, e nemmeno ti facevi truccare?- domandò sorpresa la ragazzina.

Zia Bustiana rise di gusto e seguitò il suo racconto  :-No figlia mia, noi ci divertivamo ma lo scopo della nostra richiesta non era quella di fare scherzi di cattivo gusto a chi si rifiutava di offrirci qualcosa, anche perché nessuno ci mandava via senza darci nulla!-

:-Ah sì? Quindi dopo cena facevate grandi scorpacciate di merendine!-

:-Eh no! Le mamme preparavano una grande cena, perché nella notte i padroni della casa e i parenti della famiglia morti, sarebbero ritornati sulla terra per trascorrere alcune ore tutti insieme, nelle loro dimore.-

La bambina si incupì, spaventata, ma la nonna che aveva previsto quella reazione la strinse a sé :-Non devi temere bambina mia, i morti non si devono temere, quelli che si devono temere sono i vivi! La mia mamma preparava sempre dei grandi banchetti, e come la mia mamma tutte le donne del mio paese, perché una leggenda le faceva piangere sempre!-

:- Perché?-

:-Una povera defunta, durante la notte tra il  primo e il due novembre ritornò nella sua casa, ma non trovò nemmeno un pezzo di pane raffermo. Affamata, triste e forse anche molto indispettita, pianse e rosicchiò le cornici del camino! Se ne accorsero solo dopo qualche tempo.-

:- Povera signora, nonna hai preparato tante cose buone, non penso che i nostri parenti defunti abbiano bisogno di masticare mattoncini rossi!- rifletté la piccola.

:-Anche io, come la mia mamma porto avanti questa tradizione, è molto importante coltivare ciò che i nostri nonni ci hanno tramandato.-

:-Hai ragione nonna, questa festa mi piace quasi più di Halloween! Posso restare qui, ad aiutarti nei preparativi?

:-Certo figlia mia!-

14 risposte a “A NE DAZES A SAS ANIMAS? MEMORIA DI UNA TRADIZIONE IMMORTALE”

  1. Complimenti Caterina Sanna, leggendo il tuo racconto ho provato malinoconia e tenerezza; ho ripensato ai cari che non ci sono più, con la tristezza di averli persi e alle persone emigrate. Mi sono ritrovata catapultata in questa realtà immedesimandomi grazie al tuo modo di scrivere dettegliato, profondo, descrittivo, con tanta passione e amore ,tanto da convicermi, come faceva ‘tzia Bustiana’, a preparare ‘sa chena de sos mortos’. Non come il moderno “dolcetto o scherzetto” tanto macabro quanto insignificante.
    Grazie per tutte queste emozioni!
    Sono una tuo fan !
    Continua a scrivere con la stessa passione ❤️

  2. Bellissimo racconto mi ha riportato indietro a 45 anni fa … anche nonna Caterina la nonna di mio marito era solita preparare squisitezze per le anime e apparecchiava con la tovaglia e cristalleria preziosa la mattina dopo col caffè offriva anche le varie pietanze ai passanti.. usanza bellissima avevo scordato grazie di cuore….

  3. Mi fa piacere scambiare questi aneddoti con chi ha voglia di leggere e confrontare le proprie esperienze di vita. La cristalleria non mancava mai e aggiungo, i pensili e le ante degli armadietti rimanevano aperti tutta la notte, a chiaror di stearica. Grazie a te

  4. Straordinario racconto: tra le righe si leggono tanti sentimenti e l’anima profonda degli antenati di cui si ha tanto orgoglio e di cui si racconta la storia. Hai la capacitá di far vivere la Sardegna, le storie dei suoi abitanti e di renderle fruibili a tutti. Un grande dono e una grande scrittrice!!!

  5. Non ho dubbi, mai, quando leggo qualcosa che viene dalla tua penna. Complimenti. Parole gentili e delicate, così forti e tiepide da far sentire profumi, far vedere i colori e far percepire le luci. Un argomento intenso eppure reso nella migliore espressione.
    Brava, davvero, bravissima

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