SU PARA E SA MONGIA: LE PIETRE DA FIABA SBARCANO A SANT’ANTIOCO


di Manola Bacchis

 L’isola di Sant’Antioco è un piccolo gioiello dell’isola madre, la Sardegna. Ha altre sorelle, tutte minori per estensione. Alcune vicine, San Pietro, con la quale forma l’arcipelago del Sud-Sardegna, e altre più distanti, come, salendo verso Nord, Tavolara, e l’arcipelago di La Maddalena.

La Sardegna ha tante figlie, e tutte, indistintamente, hanno la propria peculiarità, bellezze artistiche create dalla Natura e altre dall’uomo, tutte inequivocabili che fanno amare il territorio e lasciano un segno nell’animo di Sardi e non.

Sant’Antioco ne annovera diverse. E, in particolare, si distingue dalle altre sorelle per una tipicità, è l’unica che si unisce alla terra madre: una lingua di terra di alcuni chilometri – costruita artificialmente dai Cartaginesi e ultimata dai Romani con il Ponte“Su ponti mannu” – è lì a ricordarci tante sfumature della nostra Storia.

Proprio questa sorta di cordone ombelicale regala un pezzo di Antichità: due Menhir in trachite.

Sono lì ad ammirare i due Golfi, quello di Palmas e quello di Sant’Antioco. Si offrono a noi da un tempo lontano, dal neolitico finale (3200-2800 a.c.). Discreti osservano il panorama mozzafiato donato dalla Natura, simbolicamente evocano la fecondità, mentre la leggenda ci narra qualcosa di più curioso. Infatti, sono conosciuti come “su para e sa mongia”, il frate e la suora.

Gli abitanti di Sant’Antioco devono esserne fieri, e con loro tutti i Sardi. La narrazione, orale prima, scritta oggi, ha tramandato a noi la loro vicenda:

«Ci aveva scoperti nell’uliveto, un ragazzino che cercava finocchietti selvatici. Qualcosa aveva attirato la sua attenzione, forse i nostri sospiri o il battito del nostro cuore.Si è avvicinato piano piano finché non ci ha colto in un abbraccio di passione. I nostri abiti, santi e benedetti, abbandonati per terra, accanto ai nostri corpi nudi, dicevano il nostro nome.“Deus meu, su para e sa mongia!” le parole di quell’innocente, urlate al cielo e al mondo, hanno decretato la nostra fine…»

La loro fuga d’amore si conclude proprio lì davanti allo stagno.

Una punizione divina li ha pietrificati.

E, recentemente, hanno voluto raccontare agli autori del libro “Pietre da Fiaba” il loro amore, unico, eterno. Rossana Copez e Tonino Oppes, con la dote dell’ascolto che li distingue, hanno preso nota. E, il 7 settembrenell’incontrare un folto e attento pubblico, nel cortile interno del MuMAproprio a Sant’Antioco, hanno narrato aneddoti e messaggi importanti sul detto “Mudu che pedra”.

Un museo del mare, piccole imbarcazioni di pescatori ormeggiate cullate dal maestrale, alcuni plaid per riscaldare le brezze settembrine, e le pietre hanno iniziato a narrare storie fantastiche da conoscere, amare e proteggere,ci ricordano gli autori e Ottavia Pietropoli. Soprattutto l’avventura del piccolo Lorenzo ha ridato vita ai due Menhir: li ha conosciuti, ha avuto modo di toccare con mano un pezzo di storia, e la sua spontaneità ha strappato un sorriso dolcissimo a me, tenuta per mano da lui, e ai presenti.

Contusantigus, racconti antichi, tramandati attraverso la ritualità del cerchio, del focolare, dell’incontro tra generazioni, in piazza. Bambini e adulti, insieme. Il vecchio narratore, barba bianca e berritta, grande ammaliatore … e attorno a lui, tanti tanti bambini. Al MuMA, a narrare sono stati i bambini, Diletta, Federico, Lorenzo, accompagnati da Ottavia, promotrice della serata.

Il maestrale si è placato. Ma la sua presenza è stata conferma che i venti sono compagni di viaggio di esistenze millenariecomplici, insieme alla luna piena, di una serata da fiaba.

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