TRA PITTURA, CINEMA E TELEVISIONE: UN VIAGGIO NELLA FIGURA E L’OPERA DI GIUSEPPE DESSI’


Giuseppe Dessì nacque a Cagliari il 7 agosto 1909 e trascorse a Villacidro, cittadina alle pendici del Monte Linas, una difficile, inquieta adolescenza. La scoperta casuale di una biblioteca murata che custodiva, assieme a tanti altri libri, il Catéchisme positiviste e il Cours de philosophie di Compte, il Discorso sul metodo di Cartesio, l’Ethica di Spinoza, la Monadologia e la Teodicea di Leibniz, il Piccolo compendio del Capitale di Cafero fu l’occasione per disordinate letture filosofiche e letterarie che lo portarono sull’orlo della follia.

L’intervento del padre (ufficiale e eroe della prima guerra mondiale), che mitigò il “determinismo” filosofico con la poesia e un tardivo corso regolare di studi (Dessì fu allievo di Delio Cantimori, allora giovanissimo storico al Liceo Dettori di Cagliari) portarono nel 1931 quello che era stato un tempo uno studente ribelle in una delle città universitarie più prestigiose d’Italia, alla Facoltà di Lettere e Filosofa dell’Università di Pisa. Lì Dessì frequentò, oltre a Varese (che aveva già conosciuto in Sardegna, grazie a Cantimori), Carlo Cordié, Mario Pinna, Carlo Ludovico Raggianti, Aldo Capitini, laureandosi nel 1936, dopo aver studiato a lungo Tommaseo, con una tesi su Manzoni discussa con Luigi Russo.

I giovanili racconti de La Sposa in Città e il primo romanzo, San Silvano, segnarono nel 1939 il felice esordio di uno scrittore che con opere di narrativa e teatro avrebbe confermato nel tempo, nel panorama italiano, la scelta di una presenza letteraria e culturale costante, coerente, coraggiosa, discreta. Salutato da Gianfranco Contini come il Proust sardo (il saggio-recensione a San Silvano apparve nell’aprile del 1939 su “Letteratura” con il titolo programmatico di Inaugurazione di uno scrittore), Dessì avrebbe proseguito su una strada di ricerca e scrittura originale e personalissima (del 1942 il romanzo “bipartito” Michele Boschino), pubblicando, nei lunghi intervalli tra un romanzo e l’altro, in rivista (e poi in volume) numerosi racconti. Del 1949 una faba-libro per ragazzi e adulti, Storia del Principe Lui; del 1955, in pieno clima di neorealismo, I passeri, un romanzo che continua ad obbedire alle leggi più tipicamente dessiane della relatività della conoscenza sullo sfondo di grandi avvenimenti storici; del 1959 l’Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo, primo romanzo esplicitamente dedicato a quell’alter ego che sarebbe stato costante presenza nella narrativa di Dessì, a partire dal primo racconto-prefazione a La Sposa in Città fino alla postuma La Scelta. Del 1961 Il Disertore, romanzo breve che si muove su piani diversi di sentimenti, di spazi, di tempo, e del 1972 l’ultimo libro compiuto, Paese d’ombre, tentativo di offrire su un impianto di tipo tolstoiano la storia di un personaggio, di un paese, sempre approssimata altrove per sparsi frammenti.

Quasi sempre lontano dalla Sardegna, pur sempre presente alla sua tensione narrativa, sfondo costante di romanzi e racconti drammatici (al teatro di Dessì, rappresentato spesso con notevole successo di pubblico e critica, vanno ascritti testi di preciso impegno politico: La giustizia, Qui non c’è guerra, Eleonora d’Arborea; mentre La Trincea inaugurò nel 1962 la seconda rete televisiva), Dessì fu costretto a spostamenti continui (dopo la Pisa degli anni universitari e Ferrara – dove avrebbe fatto parte del gruppo dei cinque amici di cui parla Bassani in Concerto –, Sassari, Ravenna, Teramo, Grosseto) da una contrastata carriera di Provveditore agli Studi, che si concluse a Roma, dove si trasferì negli anni 50, distaccato all’Accademia del Lincei. Ma con la Sardegna, dopo la Pisa (e la Toscana) della giovinezza, altre città hanno avuto un’incidenza determinante nella privata biografa e nell’opera: la Ferrara degli anni 40 e Roma, dove visse per oltre un ventennio fino alla morte avvenuta il 6 luglio del 1977.

Premiati in numerosi concorsi (si ricorda almeno il Premio Strega assegnato nel 1972 a Paese d’ombre, tradotto subito nelle più importanti lingue) i libri di Dessì sono conosciuti e diffusi sia in Italia sia all’Estero.

Dessì e la pittura

La scoperta dell’attività di pittore di Giuseppe Dessì avviene quasi per caso con l’arrivo alla Casa Museo del materiale donato dalla famiglia alla Fondazione Dessì nel 2009: scatoloni contenenti libri, documenti personali, collezioni di pipe, bastoni e tantissimi piccoli album, fogli sparsi e dipinti; una collezione importante che rivela fin dalla prima osservazione una passione e una necessità che lo scrittore ha coltivato per un’intera vita. La Casa Dessì oggi parla e racconta del pittore Giuseppe Dessì: la cassettina per i colori e la tavolozza ancora sporca; suoi quadri alle pareti sistemati in tutto il percorso museale e una raccolta di bozzetti, studi, prove di disegno, già inventariati e conservati in apposita cassettiera.

Si è voluta rendere fruibile questa collezione inaugurando nel 2010 una mostra intitolata Giuseppe Dessì Pittore allestita al Mulino Cadoni, ora sede permanente della collezione; attraverso la realizzazione del relativo Catalogo è stato dato l’avvio per un nuovo approccio di studio e analisi sistematica di questa produzione. Fondamentale è stato l’intervento del collezionista d’arte Dante Crobu che ha fin dall’inizio curato l’allestimento e della Prof.ssa Maria Paola Dettori che ha scritto il testo di presentazione al Catalogo Inaugurazione di un pittore.

L’attività di pittore di Giuseppe Dessì è fortemente connessa, intrecciata e riverberata nella sua opera scritta e particolari e ripetuti sono i procedimenti descrittivi utilizzati nei romanzi. “I colori danno rilievo alla distanza che passa tra albero e albero. Un ciuffo di canne in riva a un fosso, verdissime, che s’indovinano tenere e acquose, ferma il mio occhio mentre l’autobus procede lentamente… In un campo di grano ci sono ulivi potati, così che tra le foglie e i sottili rami neri e contorti si sente l’aria. Le foglie sono di un verde pallido, sulla via di farsi grigie.” (G. Dessí, San Silvano, Firenze, Le Monnier, 1946, pp. 39-40)

Dessì ha fin da bambino una propulsione naturale al disegno, mai supportata però da nessuna formazione accademica e di questo si trova ampia testimonianza nei Diari, in cui tanti sono i passi dove lo stesso si descrive intento alla produzione artistica e in cui segnala questa forte passione, pur nella consapevolezza di essere un dilettante: non cercò mai di presentare pubblicamente le sue opere limitandosi ad ornare le pareti delle molte case che ha abitato tra Villacidro, Cagliari, Pisa, Ferrara, Sassari, Grosseto, Teramo, Ravenna e infine, definitivamente, Roma o a farne dono agli amici.

Oltre ai suoi dipinti la collezione contiene anche altre opere d’arte: Stanis Dessy, Ausonio Tanda, Felice Melis Marini, Mario Delitala, insieme a una cromolinoleografa di Giuseppe Biasi, un quadro di Mauro Manca, Maria Lai (solo per citarne alcuni) e chiaramente si percepisce che le opere di Dessì hanno a che fare con ognuno di questi e con la loro pittura.

Dessì tra cinema e televisione

“Mi piacerebbe realizzare un film per poter dire ciò che non ho detto scrivendo”. Così risponde Giuseppe Dessì, nel 1950, all’amico e mentore Claudio Varese, sorpreso dalla firma dello scrittore apparsa l’anno prima in un documentario di Fiorenzo Serra, Vecchia Sardegna. Questa vocazione nascosta si svilupperà successivamente in una lunga serie di soggetti e sceneggiature per il cinema e per la televisione nonché di progetti e testi per documentari. Alcuni di questi testi preparatori furono anche realizzati, sia per il grande schermo – soprattutto i documentari – sia per la televisione, altri rimasero dei semplici progetti, molto o poco elaborati, ma quasi sempre capaci di raccordarsi con il mondo letterario di Dessì. Dopo la prima esperienza per Fiorenzo Serra, limitata ad un commento parlato, il primo lavoro fu un soggetto, La madre, ispirato al romanzo di Grazia Deledda, che avrebbe dovuto realizzare Luciano Emmer ma che si arenò in fase produttiva, finendo per con?uire, anni dopo e senza più la firma dello scrittore, nel celebre Proibito di Monicelli.
Un secondo lavoro, senza titolo, e destinato al regista Gianni Puccini, è dedicato alla celebre “disamistade di Orgosolo” dei primi vent’anni del Novecento. È quasi un trattamento e indica precise opzioni formali, cioè delle vere e proprie scelte registiche. L’ambizione di raccontare il mondo sardo – e il proprio mondo familiare e interiore – attraverso le immagini si concretizzerà però, nel 1961, non in ambito cinematografico ma nel suo “medium” concorrente: la televisione. È in quell’anno che il secondo canale della Rai inaugura i suoi programmi mettendo in onda La trincea, scritto da Giuseppe Dessì e diretto da Vittorio Cottafavi. Programmato il 4 novembre del 1961, ricorrenza della vittoria nella Prima Guerra Mondiale, celebrava anche il centenario dell’Unità d’Italia. Il testo, chiamato racconto sceneggiato e poi originale televisivo, era ispirato all’esperienza del maggiore Dessì Fulgheri, padre dello scrittore, nei campi di battaglia della Grande Guerra.

Dopo questo primo incarico, senza mai abbandonare la scrittura letteraria, Dessì divenne un vero e proprio autore di racconti per la televisione. Questo l’elenco delle opere trasmesse dalla Rai: La frana (1963) per la regia di Silverio Blasi, trasmesso il 12 settembre all’interno della serie “Racconti dell’Italia di oggi”, sul secondo canale; L’isola dell’angelo (1965), diretto Giuliano Montaldo, sceneggiato da Dessì assieme a Carlo Romano e inserito nella serie “Racconti italiani del Novecento”, sempre sul secondo canale; dello stesso anno è anche Il sale della terra, diretto da Giacomo Colli, il regista che aveva portato sulle scene La giustizia; infne, La madre di nostra figlia (1967), diretto da Claudio Fino e facente parte della rubrica “Vivere insieme”, fu trasmesso, sempre sul canale culturale, il 10 febbraio del 1967.

A questi lavori vanno aggiunti i testi che non arrivarono alla fase produttiva. Il primo è Il tesoro di Rocca Morgiana (1966). Il secondo, I giorni hanno fretta, destinata anch’essa alla serie “Vivere insieme”, così come altri due soggetti, Boom e Sulla Costa che trattano la mutazione economica e culturale sarda determinata dall’avanzare dell’industria turistica.

Negli stessi anni riprende quota, almeno a livello progettuale, l’originaria vocazione alla scrittura cinematografica. Sono entrambi del 1962, infatti, due lavori abbastanza sviluppati. Il primo, Nebbia, un giallo o un “noir” alla Simenon, è una sceneggiatura dettagliata scritta per Raffaele Andreassi, il quale partecipò alla stesura delle prime bozze. Il secondo, Tre dita di una mano, ambientato nella Swining London a metà degli anni Sessanta, è un soggetto molto sviluppato – e con diverse versioni – che avrebbe dovuto dirigere Armando Crispino. Il terzo è un film avventuroso, Fucile carico (o caricato, come è scritto nella prima stesura), poi Fusil Chargé, è un lavoro su commissione che ha inizio nel 1966, e si conclude nel 1970 con la realizzazione del film omonimo, di produzione francese, diretto dal regista italiano Carlo Lombardini e proiettato al festival di Cannes nel maggio del 1972.

In ambito documentario, infine, oltre a numerosi soggetti non filmati e senza titolo dedicati agli stracciaroli di Roma e alla mutazione urbanistica della città santa, spicca Paese proibito, uno dei primi progetti dedicati a Orgosolo.

Un altro testo interessante è I muri raccontano, una sorta di storia dei graffiti, dall’antichità ad oggi, passando per la rivoluzione dei cartelli e dei manifesti, che segnano il costume e persino la storia delle varie epoche.

Altri commenti per documentari para saggistici furono Premio Nobel (1963), destinato alla tv dal regista Virgilio Tosi, esperto di cinema scientifico-divulgativo, e dedicato alla vicenda umana di Alfred Nobel, e soprattutto tre testi “sardi”, Sardus Pater, Sardegna preistorica, La pesca del corallo a Alghero.

Furono invece realizzati e tuttora visibili L’estate dei morti (1959), Gente dell’Adriatico (1962), La Disamistade (1963), Gente di Cabras. Il regista fu Libero Bizzarri, un autore tra i più importanti del documentarismo italiano, con il quale lo scrittore realizzò anche il celebre reportage, La Sardegna. Un itinerario nel Tempo di Giuseppe Dessì, che andrà in onda, in tre puntate di 50 minuti, a partire dal 20 luglio 1963, sempre sul secondo canale.

Un altro celebre documentarista, sodale di Dessì, fu il critico e regista Massimo Mida. Il primo lavoro visibile firmato da Dessì e Mida, Ritratto di un pittore, risale al 1961 ed è dedicato all’artista Ausonio Tanda, sardo, da tempo residente a Roma, amico di entrambi gli autori. Due anni dopo, sempre a firma congiunta, escono altri due titoli. Il primo è La 13 Macomer, che racconta un viaggio “neorealista” sul treno serale che porta da Macomer a Bosa. Il secondo, girato per la televisione, è Cristo tra i minatori, realizzato a Bacu Abis tra i preti operai che lavorano nelle miniere.

Infine, lo stesso Mida firmerà la regia di Giovannino, sicuramente il più interessante lavoro filmico di Dessì, il cui protagonista è un adolescente che vive a Roma, in estrema periferia e si guadagna da vivere facendo il posteggiatore nel centro della città. Giovannino proviene da un paese della Sardegna ed è l’ultimo figlio di una coppia di emigrati. Parla ormai solo in romanesco e nulla ricorda della sua terra, se non la miseria del mondo contadino e pastorale del dopoguerra e il lungo viaggio, quando era ancora un bambino, per arrivare fino alla capitale. Per lo scrittore, che compare in voce e in volto come guida di questa storia di spaesamento estremo, Giovannino è il simbolo della sradicamento culturale e linguistico degli emigrati sardi e dunque, secondo le sue stesse parole poetiche, è anche uno specchio della propria condizione di sradicato, sia pure privilegiato.

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