IL “FOTORAFO” DELLA SPERIMENTAZIONE: IL MONDO DI ANGELO MEREU, ARTIGIANO DORGALESE, A MILANO ALL’ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA

ph: Angelo Mereu

di Mariella Cortès

Alzi la mano chi, prendendo in mano i primi cellulari con la macchina fotografica integrata, ne vide un reale futuro. Chi, vedendo le prime stampe, sgranate, pixelate e deludenti, avrebbe pensato oggi, nel 2017, di non poter fare a meno di immortalare ogni istante con lo stesso strumento che avrebbe usato per interagire con i suoi contatti. Angelo Mereu, artigiano e fotografo dorgalese emigrato a Milano nel 1964, innamorato dell’analogico, mentre i suoi colleghi la snobbavano, guardò invece quella novità digitale con gli occhi di un artista innovativo, capace di leggere tra le righe e con una gran voglia di sperimentare.

 Con il suo Nokia 7650, Mereu immortalò una serie di momenti e diede loro una seconda vita su carta. Non una carta qualsiasi, s’intende. Erano carte ricercate, carte pergamena e da acquerello, fogli di tessuto e squame di pesce. Le inserì nella stampante. Una, due, tre, tante, tantissime volte, rompendo spesso i dispositivi che mal tolleravano quei fogli spessi nel processo di stampa.

Dopo tanta fatica, il risultato, però, fu unico. Mancava solo il tocco d’arte. Angelo riprese quei momenti pixelati e li colorò con matite e acquerelli rendendo le foto dei piccoli ritratti artistici. Era il 2002 e quegli scatti componevano “Oltre l’immagine”, la prima mostra di fotografie scattate con il cellulare. Da quel giorno sono passati 15 anni. La risoluzione delle foto scattate con gli smartphone è migliorata in maniera esponenziale rendendo indissolubile il legame tra cellulare e fotografia, finalmente senza delusioni e imprecisioni. Ed ecco allora, in uno dei cuori pulsanti dell’arte dell’immagine milanese, l’Istituto di Fotografia, rinnovarsi “Oltre l’immagine”, per celebrare l’innovazione tecnologica e ricordarne le tappe. Inaugurata il 6 giugno, negli spazi di via Enrico Caviglia, la mostra con gli scatti di Angelo Mereu, curata dal critico Roberto Mutti nell’ambito del circuito di Photofestival, racconta di Sardegna, Milano e Mondo in un percorso che ha visto l’artista mettere per un attimo da parte le sue fedeli analogiche per sperimentare con i nuovi smartphone Asus (brand partner della mostra). Lo sguardo di Mereu, conosciuto come il fotorafo (così lo chiamò il grande fotoreporter Mario de Biasi in una definizione che sintetizza i suoi due mondi e passioni, quello per la fotografia e quello per l’arte orafa) si poggia su dettagli che diventano spicchi di un mondo in divenire, di una società che corre veloce e di quella che invece rallenta il tempo per preservare tradizioni e culture.

Milano, Sardegna, Mondo.

Ecco momenti della Milano che cresce in verticale e continua a raccontarsi nei suoi mercatini dell’artigianato, ed istanti, quasi cristallizzati, della Gallura  e anziane del Nuorese  strette nei loro scialli.

Ma la ricerca di Mereu non finisce in una sola mostra. Nel suo immenso archivio fotografico digitale e analogico si confrontano costantemente scatti “storici” come quello – analogico e bellissimo – del vigile urbano che dirige il traffico meneghino durante la nevicata dell’85 e momenti contemporanei in digitale dove l’acqua del mare sardo compone forme e volti. 

Ci sono i viaggi e i momenti della tradizione.

I contrasti e gli spazi senza tempo.

L’intero mondo fotografico di Angelo Mereu, quello raccontato dall’infrarosso e dalla sua fedele Leica analogica o scattato con cellulari e stampato su carte ricercate, è una wunderkammer contemporanea dove ogni istante racconta una storia. Le sue foto sono come i gioielli e le miniature realizzate nella sua bottega storica, Giolina e Angelo, in via Solferino, a due passi dalla storica sede del Corriere della Sera, divenuta punto di riferimento di importanti personalità dello spettacolo che hanno reso veri e proprio must have le creazioni di nylon, argento, oro e ceramica. E’ qui che Mereu riannoda e rinnova continuamente il fil rouge che lo lega alla sua terra. 

“E coment’istasa?” ci apostrofa mentre scosta lo sguardo dal cellulare, subito dopo aver inquadrato la silhouette di una giovane donna che cammina veloce verso i palazzi di vetro della nuova Milano.

Certo che quella foto andrà stampata, per regalarle non una ma mille, nuove vite. 

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