A PAVIA, PER INIZIATIVA DEL CIRCOLO “LOGUDORO”, LO SCRITTORE E GIURISTA SALVATORE SATTA È STATO COMMEMORATO A 40 ANNI DALLA PRIMA EDIZIONE, USCITA POSTUMA, DEL SUO CAPOLAVORO “IL GIORNO DEL GIUDIZIO”

Foto di Ignazio Noli. Da sin. Ugo Collu, Gesuino Piga, Paolo Pulina, Marcello Vaglio, Pavia 20 maggio 2017

di Paolo Pulina

Nel pomeriggio di sabato 20 maggio 2017, presso la sede sociale, il Circolo culturale sardo “Logudoro” di Pavia, presieduto da Gesuino Piga, ha commemorato lo scrittore e giurista  Salvatore Satta (ultimo dei sette figli di un notaio; nato a Nuoro nel 1902 e morto a Roma nel 1975), a 40 anni dalla prima edizione postuma (presso la casa editrice di testi giuridici Cedam di Padova)  del romanzo Il giorno del giudizio, che – “scoperto” e pubblicato due anni dopo, nel 1979,  da Adelphi –  è divenuto un bestseller a livello nazionale e internazionale, dando notorietà mondiale, dopo la morte, all’autore di un’opera giustamente considerata un capolavoro assoluto.

Presso Adelphi sono uscite le altre opere narrative  De profundis (1980; la cui prima edizione Cedam è del 1948)  e La veranda (1981; la cui stesura risale al periodo 1928-1930) e la raccolta di saggi giuridici Il mistero del processo (1994).

Molti ricordano  il “caso letterario”, collegato alla pubblicazione presso  Adelphi de Il giorno del giudizio, di cui fu al centro,  dopo la morte,  lo scrittore sardo. Il giorno del giudizio, come scrive Giovanni Pirodda nel volume dedicato alla Sardegna nella collana sulla letteratura delle regioni d’Italia dalla casa editrice La Scuola,  «è un racconto di memorie e insieme romanzo corale, che si muove tra immaginazione visionaria e dati reali […]. Protagonista è la  Nuoro nei primi anni del Novecento, disegnata nei suoi quartieri, distinti e incomunicanti, e nella sua quotidianità ripetitiva e inconsistente: l’ultimo e il più irrilevante dei luoghi, questo mondo si presta a rappresentare quella che è, nella visione di  Satta, l’essenza della realtà».

Sull’onda del successo  editoriale viene ripresa anche l’amara riflessione sulla guerra di De profundis e  vede la luce il romanzo La veranda,  che prende titolo dalla “veranda” di un sanatorio, nell’Italia settentrionale, dove è ricoverato il giovane avvocato protagonista. Nelle pagine narrative è trasparente il riferimento dell’autore  ad una triste esperienza autobiografica vissuta presso il sanatorio di Merano. L’inconsueto nome (si suppone derivante dalla località di provenienza)  di alcuni personaggi del romanzo ci dà modo di sottolineare  frequentazioni pavesi dello scrittore che sono quasi del tutto sconosciute. «Ecco, infatti, Vigevano, un ragazzo di venti anni, che gli ridono negli occhi cerulei: dieci anni  di deschetto gli hanno messo addosso il malanno e una paura maledetta di andarsene senza avere un poco goduto: ma guarirà […]. C’è un Pavia diciottenne, dal viso butterato, con quattro diavoli in corpo. […] Finalmente Stradella si  fa coraggio, ed esprime ad alta voce il pensiero di tutti: “Insomma, ha fatto come quel tale che è andato per suonare ed è rimasto suonato”».

Satta, dopo aver conseguito nel luglio 1920 il diploma di licenza liceale  al Liceo governativo  “Azuni”  di Sassari, si iscrisse al corso di laurea in Giurisprudenza  presso l’Università di Pisa. Dopo l’esame di Filosofia del Diritto passa alla Regia Università di Pavia. Vi permane un anno e, dopo avervi sostenuto due esami (Storia del Diritto Romano, voto 26/30, e Introduzione alle Scienze Giuridiche e Istituzioni di Diritto Civile, voto 23/30), ritorna a Pisa ma in seguito rientra  a Sassari, dove si laurea nell’ottobre 1924. Il suo primo lavoro è a Milano, dove fa il suo tirocinio di avvocato nello studio di un famoso giurista.

A delineare il  ritratto critico dello scrittore in questo incontro del 20 maggio  il Circolo “Logudoro” ha chiamato a Pavia due specialisti : il prof. Ugo Collu (ha curato il volume  Salvatore Satta giuristascrittore: atti del Convegno internazionale di studi su Salvatore Satta giuristascrittore: Nuoro, 6-9 aprile 1989; ha pubblicato La scrittura come riscatto: introduzione a Salvatore Satta, 2002; ha curato il volume Salvatore Satta, oltre il giudizio. Il diritto, il romanzo, la vita, 2005; ha organizzato e coordinato nel marzo di quest’anno a Nuoro  un convegno su  “Salvatore Satta: l’impegno civile di una vita. ‘De Profundis’ per la Patria”) e il prof. Marcello Vaglio, docente di Lettere per 40 anni negli Istituti Medi Superiori, nato e residente a Chiavari (Genova) ma profondo conoscitore della geografia e della cultura della Sardegna e innamorato di essa (sia per i fondali del suo mare – è stato campione subacqueo a livello nazionale – sia perché nelle scuole dell’isola è stato diverse volte commissario agli esami di maturità); come critico letterario è un ammiratore quasi fanatico de Il giorno del giudizio, opera che lui pone al vertice del cànone letterario novecentesco non solo in Italia.

Ugo Collu, che  sa tutto della vita e delle opere di Salvatore Satta, ha ricordato che egli   sostituì, per necessità di adeguamento ai voleri dei genitori, gli studi giuridici alla sua naturale passione per le  lettere,  che però continuò a coltivare ogni volta che  le pause dal lavoro professionale glielo consentivano. Collu ha potuto studiare il manoscritto originale de Il giorno del giudizio (rilevando diversi errori e refusi nel passaggio alle edizioni a stampa delle pagine dell’agenda in cui furono vergate a penna, anche per il fatto che la scrittura di Satta è piuttosto difficile da decifrare…) nonché lo scambio epistolare che nei tormentati  anni conclusivi della sua vita Satta tenne col  collega giurista Bernardo Albanese, professore di Diritto Romano nell’Università di  Palermo.

Ha scritto Collu: «Seppure poco celebrato, Satta è stato unanimemente riconosciuto come giurista, ma la sua opera letteraria, quasi osteggiata in vita, è presa in considerazione dalla grande critica (da Vittorio Spinazzola a George Steiner) solo dopo la sua scomparsa, sulla scia del successo de Il giorno del giudizio nell’edizione Adelphi. A tale ritardo ha certamente contribuito la particolare atmosfera culturale del dopoguerra; ma soprattutto la sua personalità, piuttosto spigolosa e poco incline a piegarsi allo “spirito del tempo”, ai miti e ai compromessi ideologici. Non si può negare che un subdolo processo di rimozione (e di distorsione) del suo pensiero, per tanti versi scomodo e fuori dal coro (basti pensare all’amaro De profundis), abbia segnato, soprattutto in Italia, gli anni successivi alla sua morte. Ma intanto la fama del suo romanzo postumo si spandeva irresistibilmente nel mondo, con la fortuna della traduzione in 19 lingue e con un successo che fa ricordare solo i libri che hanno lasciato traccia indelebile nella letteratura mondiale per i significati senza confine e senza tempo offerti all’umanità. [Nel 2016 Manuelle Mureddu ha trascritto a fumetti le vicende dei Sanna Carboni narrate nel romanzo in un graphic novel, NdR]. Gli studi su Satta mostrano inequivocabilmente la grande vitalità del pensatore nuorese e suggeriscono che è maturo il tempo di prenderlo esame senza pregiudizi, per dargli la collocazione che merita anche nello scenario intellettuale italiano».

Marcello Vaglio si è riferito in particolare a un  saggio firmato dal famoso critico letterario George Steiner (scrittore e saggista di origine austriaca, nato a Parigi nel 1929, naturalizzato statunitense nel 1944), che, tradotto in italiano, apre l’edizione Ilisso (1999) de Il giorno del giudizio.

Per Vaglio,  Steiner con la sua “guida alla lettura” ci dice che è necessario leggere Il giorno del giudizio secondo i cànoni della critica comparata « tanto più che Satta era uomo di molte e profonde e accanite e meditate letture: e si vede (si vede in trasparenza, se si preferisce, in una sorta di visione radioscopica): in più di un passo del libro a me pare di cogliere un’intenzione (più o meno segreta, ma nemmeno troppo) di confrontarsi con alcuni scrittori contemporanei, e non certo dei meno grandi.[…] L’arte che rende questo libro così unico  consiste nella sua scrittura, unica in modo vero e reale, e per quanto riguarda la materia di cui è fatto, dovendo usare una formula, come sintesi di un giudizio di valore, ruberei un titolo a Carlo Bo: Letteratura come vita».

In chiusura voglio aggiungere che il 18 novembre 2000, presso l’Aula Volta dell’Università di Pavia, il  Circolo culturale sardo “Logudoro” aveva già organizzato un incontro di studio su Salvatore Satta.

Nella circostanza furono relatori gli specialisti dell’Università di Sassari Nicola Tanda e Paolo Maninchedda. Tanda tematizzò, tra l’altro, il legame profondo di Satta con Pirandello, con Bergson e con le filosofie che distinguono le forme sociali dalla vita.  Per Tanda, «Satta ha nei confronti della propria cultura e civiltà, che ha connotazioni proprie di una eticità barbarica, un atteggiamento di comprensione e di pietà che si iscrive nei cànoni di un sapere biblico e religioso reso attuale dalle riflessioni sull’esistenza del pensiero più avvertito del Novecento». Sul piano letterario fu messa in evidenza, in qualche pagina di Satta, l’eco della  prosa  deleddiana. Fu rievocato il discorso inaugurale tenuto da Satta, in qualità di pro-rettore,  nel novembre 1945, per l’istituzione a Trieste della Facoltà di Lettere: «E nasce sotto il segno del lavoro la facoltà di lettere, più vicina  forse a quella di ingegneria di quel che non sembri, poiché essa è nel mondo dello spirito quel che nell’ingegneria è il mondo della materia».

Maninchedda, prendendo spunto da uno scritto  (del 1951)  di Satta sulla religiosità dei sardi, analizzò come  nel romanzo Il giorno del giudizio, scritto quando ormai Satta  si confronta con il problema della morte, lo scrittore  guarda alla storia, alla sua esistenza, alle azioni degli uomini, al tribunale degli uomini, al tribunale di Dio.   

Gesuino Piga, il presidente del “Logudoro”,  lesse  un testo inviato da Francesco Angioni, Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Sassari, in cui, al contrario di quel ci si  sarebbe potuto aspettare, non era sviluppata un’analisi del pensiero del giurista-scrittore  ma era letterariamente cesellato un ricordo personale dell’autore.

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