GRAZIA DELEDDA, UNA VITA PER IL NOBEL: IL PERCORSO DI VITA DELLA SCRITTRICE NUORESE NEL LIBRO DI MARIA ELVIRA CIUSA

ph: Maria Elvira Ciusa


di Maria G. Vitali

Il mistero Grazia Deledda si concentra nelle pagine dei “cunti sardi” che qualcuno, in quel tempo dei capolavori Liberty del sarto Fortuny, degli eccessi dandy di Gabriele D’Annunzio, chiamò romanzi. Un periodo della storia italiana, quello della Deledda, studiato poco e a torto, e che invece segnò l’inizio della ricerca identitaria del nostro paese, delle sue grandi industrie e delle lotte della classe operaia nonché di paesaggi fiabeschi ancora intatti dall’inquinamento, dai dissesti, dalle speculazioni – che pure cominciavano a mostrarsi soprattutto nelle grandi città -, dalle ferite dei conflitti. Un mondo ricchissimo di policromie, di acquerelli, di guaches e di oli profondi dal nord al sud di un territorio che non è penisola ma arcipelago di culture, come all’inizio dei tempi la Grecia antica.

In questo contesto Grazia Deledda (Nuoro 1871- Roma 1936) che vediamo in tanti ritratti di un libro di Maria Elvira Ciusa: Grazia Deledda, una vita per il Nobel, Sassari, Delfino, 2016, appare come un’icona della tranquillità, con i suoi grandi occhi, la figura di donna piccina ma fine, il viso dolce e lo sguardo intenso.

Nella nostra società fluida, i suoi scritti, il suo racconto di vita che Maria Elvira Ciusa dipana con metodo scientifico da storica avveduta e da vera ricercatrice, silenziano le gazzarre letterarie e il fracasso che caratterizzano la cultura contemporanea. Se caso mai avessimo bisogno di certezze, di sostegno, di fluidità positiva, di paesaggi confortanti e atemporali, allora gli scritti molteplici della Deledda sono il nostro rifugio, come la biografia della Ciusa, che è figlia d’arte -sarda- e che frequentò fin da bambina la famiglia della Deledda.

Infatti vediamo l’autrice del libro giovinetta, nelle prime pagine del libro, accanto a Grazia, la Pitti’ delle novelle deleddiane, una nipote della scrittrice, in una foto (1954) scattata da Franz, figlio della Deledda. Entrambe sono in costume da sposa di Nuoro fra ori, sbuffanti camicie bianche immacolate e complicati corsetti di lana e ricami, segni antichissimi e misteriosi, percorsi ancestrali, silenziosi lavori di donne nel paese delle meraviglie ben nascoste; l’isola che sembra non esserci mai, la Sardegna di allora e di sempre.

Nata a Nuoro, la Deledda si è formata in un ambiente delle piccola borghesia isolana; l’arte, il gioco, il metodo e la perseveranza le fanno affrontare la lingua italiana a specchio dell’idioma sardo e da questo confronto nasce un lingua purissima, sciolta e ricca, un italiano sonoro, un lessico libero nelle scelte e nell’uso dei vocaboli, ricchissimo di sfumature; una prosa che la Ciusa ci fa scoprire nei nascondigli dei pizzini, gli inediti che rendono prezioso e unico il suo libro, le lettere familiari della scritttrice : scritture primarie di estrema importanza per intuire il gioco dell’intimo e dell’essere oltre l’apparire.

Nella premessa del suo libro, Maria Elvira Ciusa dice che la seduzione Deledda cominciò a manifestarsi per lei nella sua giovinezza; in ambito familiare essendo vicina di casa e amica dei figli e nipoti della scrittrice e frequentando gli stessi ambienti: “Ho cominciato ad annotare le testimonianze di coloro che avevano conosciuto da vicino la scrittrice; con l’andar del tempo mi sono messa sulle sue tracce per individuare i luoghi e le case da lei abitate”.

L’attenzione della Ciusa per le case della Deledda è un segno d’artista (scultore di grande fama il fratello del nonno paterno Francesco, scrittore il padre Mario che si firmava Ciusa Romagna, Maria Elvira, eccellenza oggi, saggista e critica d’arte, maestra di scrittura del mondo sardo e del resto del mondo in trasparenze), un segno semantico di legame profondo con la Deledda e con la loro terra; nonché l’infanzia, l’eco di un lessico familiare comune, una filiazione e un viatico.

La casa è l’appartenenza al clan, alla classe sociale; il luogo comune di vita e di crescita intellettuale; il ritorno dall’assenza o, citando la Ciusa: “L’ambiente storico-culturale in cui ci si trova a vivere con la certezza che le memorie del nostro passato vanno rivisitate, anche le memorie intime e familiari necessarie a farci conoscere più da vicino un personaggio come la Deledda”.

Dunque un ritorno al passato, alle testimonianze fra cui tante fotografie seppia o in bianco e nero, vicine alle incisioni, ai dagherrotipi, che circondano il mondo di ieri di dolcissime opacità, dando ragione a Roland Barthes sulla fotografia come strumento della memoria, ma quella fatata dei sogni impossibili.

Oltre ad essere un documento essenziale e rigoroso per tessere la trama, in apparenza banale, della vita della scrittrice, questo libro apre uno scenario sull’Italia del tempo, sulla sua vita culturale, sociale e economica piena di sfumature, essenziali per capire, come tela di fondo, lo spettacolo tragico e terribile della Grande Guerra e del Fascismo.

Con discrezione, Maria Elvira Ciusa ripercorre le strade che portarono la Deledda alla fama nazionale e internazionale con perseveranza, coraggio, cocciutaggine e forza. Nei documenti primari, riportati fedelmente e cronologicamente nel libro, la Ciusa usa lo stesso metodo della scrittrice: preciso e instancabile. Credendo nel valore della traccia e alla ricerca proustiana di sé, ha spulciato, durante qualche anno, riviste, archivi pubblici e privati, corrispondenze, tracce anche leggere ma sicure, per mettere in luce il talento, ma anche la volontà e l’ambizione della scrittrice.

Con la stessa tenacia, le due scrittrici avanzano insieme, scoprendo la biografa di una Deledda che proteggeva i suoi lavori come i figli e la sua famiglia – vivevano con lei le sorelle e una parte del suo clan – e il suo stile, nonché l’originalità e la profondità, il senso, dei suoi scritti. Il tutto con fermezza, così com’era lei: seria e elegante tanto da includere un certo timore a D’Annunzio, Pirandello, Verga e molti grandi. Poi lei, una donna, sarda, chiusa nel suo orgoglio isolano, severo e struggente, in un momento in cui le donne, in Italia, osavano appena mostrarsi ma altrove si imponevano con forza.

Nel libro appaiono Eleonora Duse, i suoi incontri con la Deledda, i loro scambi anche professionali di sceneggiature, poi altre eccellenze femminili, originali, eleganti, sfarzose come i loro abiti e gioielli ispirati alla natura, alla sua esuberanza e forza, creati dal genio innovatore di Lalique.

La Deledda in realtà era al centro dei dibattiti e della vita letteraria e culturale in Sardegna, a Roma, in Italia. Lei, con i suoi numerosissimi romanzi e novelle, lavoratrice e sperimentatrice di tecniche letterarie e maestra affabulatrice di atmosfere e contesti vicini al mondo di Lucrezio e di Ovidio. Forte delle sue origini, stava al passo di Pearl S. Buck, Colette, Selma Lagerlöf, Virginia Woolf, fino al maestro Maxime Gorki. Un caso unico che la farà arrivare al Nobel, unica donna italiana fino ad oggi.

Sulle tracce incantate e stregate dal genio della Deledda, capace di trasformare la povertà e la disperazione in dignità e in amore, di trasfigurare il paesaggio, Maria Elvira Ciusa resta prigioniera del mito antico dell’assenza che l’umano cerca di far rivivere a tutti i costi con le tracce, i segni, i documenti così come ne parla, pieno di pietas, il filosofo Emmanuel Lévinas, ma anche Husserl, Maurice Blanchot, e tanti altri “saggi” del nostro tempo avido di disfarsi della memoria come di un peso distruttore della felicità effimera.

Quindi la Ciusa ha costruito una testimonianza doppia, un palinsesto: in superficie la Deledda e in trasparenza la sua vita di biografa di un mondo perduto di affetti e di assenze incolmabili, dove affiorano anche suoi ricordi e il rapporto, luci e ombre, con la loro terra.

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Un commento

  1. Bellissima recensione che coglie molto bene l’ essenza del libro con verità e competenza

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