GRAZIA DELEDDA E’ DI CASA A MILANO: UN CONVEGNO CON GIAMBERNARDO PIRODDI E PAOLO PULINA; UNA RAPPRESENTAZIONE TEATRALE CON VALENTINA SULAS

ph: Valentina Sulas durante l'interpretazione de "La madre del prete"

di Sergio Portas

nella foto da sinistra: Giambernardo Piroddi, Roberto Casalini, Paolo Pulina

Chi ha detto che i sardi sono superstiziosi? Quelli del Circolo culturale di Milano, presidente Giovanni Cervo, certamente no: sfidando ogni cabala invitano i milanesi e quelli dell’area metropolitana ( che fa più figo) a uno spettacolo composito che ha per soggetto e un’esponente di primissimo piano del canone culturale italiano e sardo: Grazia Deledda. E lo fanno di venerdì 17 alle 17, a novant’anni da quando l’accademia svedese le conferì quel premio Nobel che, per quanto riguarda una donna, è rimasto stella polare mai più eguagliata nel panorama letterario del nostro paese. Della scrittrice nuorese parleranno prima Paolo Pulina, vicepresidente della FASI, uno che ha letto libri per tutta la vita, nei momenti di pausa ne ha scritti parecchi, numerosi ne ha recensiti e non si contano le sue prefazioni a volumi d’ogni tipo, per rilassarsi scrive articoli sui giornali, sardi e non. E naturalmente sul web per “Tottus in Pari”. Tocca a lui introdurre il “vero esperto” della Deledda, filologo per passione, insegnante per professione, giornalista: Giambernardo Piroddi, tattarino, l’anno scorso è uscito per EDES ediz. un ponderoso volume a titolo: “Grazia Deledda e il “Corriere della Sera”, elzeviri e lettere a Luigi Albertini ed altri protagonisti della terza pagina. Sì perché la nostra eroina, la ragazzina di Nuoro degli anni ’71 dell’ottocento che aveva frequentato la quarta elementare, scandalizzando un paese di allora seimila abitanti in cui le donne e quasi tutti i maschi erano rigorosamente analfabeti, e dall’età dei suoi sedici anni aveva inviato novelle a riviste femminili di mezza Italia, nel 1909, dopo che i suoi romanzi avevano scalato le classifiche di vendita rivaleggiando coi vari D’Annunzio, Verga e Pirandello, aveva iniziato a collaborare con la famosa “terza pagina”, la pagina culturale per antonomasia, del più importante giornale italiano: il “Corriere” tirava allora 800.000 copie giornaliere. Quando Grazietta viene al mondo la Sardegna è per l’Italia che conta una terra di barbari, i vari Lombroso e compagnia cantante scrivevano del nuorese come “una zona delinquente da cui partono numerosi batteri (loro scrivono bacteri) patogeni a portare nelle altre regioni sarde il sangue e la strage”. Le industrie del continente la stavano disboscando e del legno secolare facevano traversine per i treni che avrebbero unito nord e sud d’Italia, che da una anno aveva la sua capitale agognata da secoli: la Roma imperiale e papale (che ne divenisse un dì sindaco una tale di nome Virginia era fantascienza che neanche Salgari nei suoi momenti più aulici). La legge delle chiudende che aveva privato pastori e piccoli contadini delle terre comuni da loro utilizzate per secoli produceva i suoi esiti nefasti: fame e banditismo. La malaria continuava a essere regina delle terre basse. Grazia Deledda ha un babbo poeta in limba, sei altri tra fratelli e sorelle, una mamma Cambosu con un fratello canonico che possiede una ricca biblioteca. Grazietta se la leggerà tutta, da Balzac a Walter Scott, da Tolstoj e Dostoevskij, e poi gli italiani Manzoni, Fogazzaro, Negri. La Bibbia, naturalmente. Secondo Piroddi deve fare un lavoro improbo di vera e propria traduzione quando scrive, la sua lingua madre essendo ovviamente il sardo di Nuoro, ma questo non la scoraggerà nel trattare con i più grandi editori italiani, lei pubblicherà i romanzi col maggiore di tutti: Emilio Treves, né con il direttore storico del “Corriere della sera”: Luigi Albertini. A Treves si presenterà ( per lettera) come “ una fanciulla, posso dire un’artista sarda, piena di molta buona volontà, e di molta fede e coraggio. Sono anche assai giovane, e forse perciò ho grandi sogni: anzi un sogno solo, grande, ed è illustrare un paese sconosciuto che amo immensamente, la mia Sardegna”. E , dice qui Piroddi, il suo sogno si è avverato in toto, lei ha davvero scritto il profilo biografico dei sardi e lo ha fatto conoscere all’Italia tutta, e non solo, che le sue opere sono tradotte ancora oggi nell’intero mondo. E’ internazionale questa nostra barbaricina dalla volontà di ferro, ha scritto più di trenta romanzi e più di trecento racconti di cui sono editi sei volumi che non li contengono ancora tutti, qui passa anche un video che mostra i luoghi daleddiani per definizione, la Galtellì di Canne al vento, l’Oliena di Elias Portolu, la sua casa nella Nuoro natia. E che la sua produzione letteraria regga tuttora a un confronto internazionale ce lo mostra Valentina Sulas. L’ attrice cagliaritana oggi fa anche la regista, dal testo de “La madre” di Grazia Deledda, si inventa uno spettacolo in cui interpreta tutti i personaggi della scena: la madre del prete, Paolo, lui stesso ( sarà quello che parla di meno) e la donna di cui si innamora “carnalmente”, Agnese. L’ha portato al festival internazionale d’Edimburgo ( per la prosa sicuramente il più importante del pianeta, migliaia di rappresentazioni ogni estate), e ha recitato in inglese questa “ The Mother of the Priest”, ottenendo lì successo di critica e pubblico, quattro stelle su cinque dice Paolo Pulina. E c’è da crederci per quello che lei ci fa vedere qui alla ex Fornace sul naviglio Pavese: su di uno sfondo con quattro ragazzine sarde poveramente vestite a “marighedda in conca” Valentina se ne esce di nero vestita, un velo scuro che la copre quando interpreta la madre dolente, le spalle nude e scollata quando è l’Agnese dello scandalo. Le mani che tormentano i grani di un rosario. E’ un discorso impossibile quello che tenta la madre col figlio Paolo. Eppure riuscirà a fargli giurare di non tornare più in quella tal casa, la sera, entrando dalla porticina dell’orto. Nè Agnese riesce a convincersi che il suo amore non sia puro di fronte a Dio, né perché debba rinunciarvi. Lo vuol gridare al mondo intero, davanti al paese tutto, in chiesa. La madre non reggerà a tale angoscia e in chiesa rimetterà la sua anima al Creatore. Gestualità contenuta a drammaticamente sottolineare la tensione che monta tra i protagonisti, voluta fissità del viso, Valentina vince la sua scommessa, riesce ad essere una madre e amante credibile. Il pubblico numeroso al di là d’ogni attesa e d’ogni scongiuro, applaude a lungo commosso. Anche dalla magia del testo, frutto della “traduzione” in italiano di un dramma tutto sardo: Grazietta diceva agli italiani che anche da noi, specie nei paesini della Barbagia ma non solo, il prete del paese finiva per innamorarsi di qualche parrocchiana, succedeva ovviamente in ogni parte d’Italia, in Sardegna però la madre del prete sarebbe morta di angoscia e vergogna…nel 1919.

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