ARTE E CULTURA A TUTTO TONDO: INTERVISTA ALL’ATTRICE E REGISTA ANTONELLA PUDDU ORIGINARIA DI SERRI

ph: Antonella Puddu

di Natascia Talloru

Definire e presentare Antonella Puddu in poche righe è impresa assai ardua. E’ anzitutto una donna, nella vera accezione del termine e con tutte le sfumature e aspetti che l’essere donna comporta. Trovarsela davanti ricorda figure femminili del passato: sarà il portamento, sarà l’abbigliamento, saranno le sue differenti dimensioni lavorative. Una donna da palcoscenico, e allo stesso tempo una donna di casa, colta, intima e accogliente. Diretta nel linguaggio, anche quando utilizza intercalari in sardo. E con una voce che ben si presta a molteplici ruoli.  Attrice, regista, ed esperta di lingua sarda, studia col mimo africano Sigfrido Aguilar, con l’attore e regista argentino Coco Leonardi, con l’attrice polacca Rena Mirecka. Alterna teatro e cinema vantando collaborazioni importanti con due registi nostrani: la troviamo, difatti,  in “Bellas Mariposas” di Salvatore Mereu, e nel pluripremiato “Sinuaria”, cortometraggio finalista al David di Donatello 2015, di Roberto Carta.  Ha condotto due programmi in sardo su Radio Igliesias, ha inventato il fotoromanzo “Le Sorelle Delunas” e fondato col trombettista Riccardo Pittau, compagno sul palco e fuori dal palco, l’Associazione Culturale Terra delle O, un contenitore di spettacoli e eventi culturali che spaziano dalla produzione musicale, al teatro, alle mostre, e indirizzata al recupero e alla documentazione della lingua e della cultura sarda. Attualmente è impegnata con la presentazione del suo primo monologo “Selfie – L’ora del sonno”.  Le piace creare, reinventarsi continuamente e seguire l’ispirazione del momento. Una che va’ dove l’arte la porta. 

Antonella, studi in lettere ed esperta di lingua e cultura sarda. Quando hai deciso di intraprendere la carriera di attrice? (ride, ndr) Da bambina, ero indecisa tra archeologa o attrice, tutte e due con la A, oppure investigatrice privata (ride, ndr). Diciamo che poi mi sono appassionata e ho studiato danza classica, più che altro per ripiego inizialmente. I miei fratelli andavano tutti a judo, anch’io volevo fare judo e invece mi hanno trovato un soffio al cuore, quindi come consolazione mi hanno iscritto a danza classica. Venendo da un piccolo paese era già tanto che riuscissi a fare danza classica con un’insegnante così brava ma poi la scuola poi è stata chiusa. In seguito è un po’ rimasta questa frustrazione e questo desiderio e quando sono andata all’università mi sono iscritta a dei laboratori teatrali, prima ne facevo uno ogni tanto, ma mi piacevano sempre di più, andavo in astinenza quando finivano, e alla fine sono entrata in un laboratorio permanente e sono rimasta cinque anni.

Definirti solamente attrice è riduttivo, poiché in realtà ti occupi di tante altre cose, tra cui radio, cortometraggi e regia di spettacoli teatrali. Sembreresti una fervida promotrice di cultura e arte. Quale, tra le dimensioni da te conosciute, è quella che più ti si addice? Allora, dipende. La cosa che mi fa stare bene è creare, quindi a seconda del periodo che sto attraversando e in base agli studi che sto facendo allora mi sfogo  in quella disciplina. E poi ci sono anche degli effetti collaterali concomitanti, che possono essere gli stimoli dati da amici o collaboratori in quel momento, quindi seguo un po’ l’onda.

Volendo indirizzare chi non è molto pratico di teatro, quale genere o stile vedrebbe in Antonella Puddu? Anche in questo caso non riesco a stare in una dimensione sola, non ce la posso fare, perché magari faccio una cosa e poi dico “ah però sarebbe bellissimo anche sperimentare così”. Per esempio un periodo ho avuto e ho ancora una grande passione per la narrazione, mi piace utilizzarla nei laboratori. Vengono fuori davvero delle cose incredibili! Quindi non ho un genere, vado un po’ in base al sentire. Per me essere creativi è come avere a disposizione determinati  strumenti, hai quelli e usi quelli.

Parliamo del progetto Timis Oh, una rassegna di film a tema gotico ideata e realizzata per l’appunto dalla tua Associazione Terra delle O.  La gran parte dei film trasmessi affrontavano il tema della stregoneria e della magia di diverse culture al mondo  ed erano sottotitolati in sardo o venivano accompagnati da commenti in sardo. Perché questa scelta?Qual’era il vostro obiettivo? Ti spiego meglio il progetto, è nato da una rassegna un po’ più completa. Non siamo purtroppo riusciti a concluderlo ma abbiamo fatto il primo passo che è quello più importante e più corposo, con la musicazione dal vivo di un film del 1922, un film muto, che è stato intitolato poi in sardo. Mi risulta che sia stata la prima esperienza in questo senso. Praticamente come formula era mista, perché c’erano sia i sottotitoli che la parte narrativa interpretata da me al momento, ero accompagnata da musicisti mentre raccontavo come voce fuori campo. Gli obiettivi erano molteplici in realtà. La riscoperta di quel particolare film in primis. Io amo molto il film muto, nasconde dei tesori che ovviamente sono sepolti dal tempo e dalla polvere, quindi l’idea era rispolverarlo un attimo e renderlo un po’ più attuale. Un altro obiettivo era l’utilizzo della lingua sarda, io e Riccardo, il mio compagno, la utilizziamo spesso, anche se non vogliamo essere ghettizzati chiaramente all’interno di quel filone. Un altro obiettivo era quello di musicare dal vivo. E’ stata un’esperienza bellissima, molto forte e suggestiva. Per ogni performer è una bella cosa, quindi diciamo che gli aspetti e le passioni in questo caso erano molteplici.

L’esoterismo correlato ai riti e alla medicina popolare sarda viene ripreso nelle “Sorelle Delunas”,  il photonovel,  da te ideato. Parlare oggi nell’era del web social di un fotoromanzo, per giunta in sardo, pare un po’ controcorrente. Sei stata coraggiosa a proporre questo genere oramai“superato”. Infine com’è andata?Ha funzionato? Allora, diciamo che fa un po’ sorridere perché sembra una formula superata, vintage, però abbiamo avuto molti riscontri positivi e ha suscitato moltissima curiosità e molto affetto. E’ una delle cose più belle che mi sia mai capitato di fare, ho avuto una grandissima collaborazione. Avevo conosciuto una fotografa toscana che aveva già lavorato in questo senso e quindi lei mi ha dato l’input, ha fatto poi le foto del fotoromanzo tranne qualcuna che per questioni di tempo ha scattato un’altra fotografa. Il problema però è stato l’editore. Adesso ho ripreso tutto quanto in mano, il materiale e i diritti, diciamo che è stato difficile ottenere i finanziamenti per fare delle seconde puntate. Ma a livello di riscontro del pubblico, di recensioni, e anche di gradevolezza del lavoro e di soddisfazione devo dire che eravamo proprio al top. In ogni caso suscitava interesse, o a livello di conoscenza o per semplice curiosità.

Il teatro in Sardegna: sembrerebbe una realtà implosa, con un grande potenziale inespresso, o in alcuni casi espresso al di là del mare.  Secondo te cosa bolle in pentola attualmente e cosa si potrebbe fare per educare anche i giovani al teatro, essendo, dal mio punto di vista,  un’attività immancabile nella formazione individuale dei ragazzi? Se posso dire la mia il teatro è morto, siamo a livello di tragedia. E’ morto su se stesso, e soprattutto ci sono delle realtà molto vivaci e molto creative che lottano con le unghie e con i denti per riuscire a potersi esprimere. Dico questo non solo per il teatro ma per tutta la cultura in generale, perché la intendo ad ampio spettro. Ho molti colleghi ed ex-colleghi di teatro che non riescono più a vivere facendo gli attori, che son costretti a fare altri lavori. Molto semplicemente rinunciano a farlo, oppure vanno via. Per quanto riguarda la formazione è molto importante anche a scuola, a me capita spesso di fare dei laboratori ma anche le nuove disposizioni, del teatro-scuola, sono sempre difficili. Ho visto nell’arco di un decennio un cambiamento  incredibile: dieci anni fa ho dovuto rinunciare a dei laboratori a scuola perché ne avevo veramente troppi e anche ben pagati, e adesso magari li devo inseguire. Per non parlare del fatto che con poche ore ti chiedono un risultato immediato, più improntato magari al saggio finale che al percorso che c’è all’interno della tecnica teatrale, alla ricerca di una consapevolezza e anche al benessere psicofisico che ne può derivare. Quindi il teatro sì, è una realtà implosa.

Sei stata un’interprete di donne, donne guerriere e ribelli alcune, come Lucia Delitala Tedde, ma dietro le quinte che donna sei? (ride, ndr) Ah bella domanda! Guarda, dietro le quinte sono un ammesturu totale (ride, ndr). Perché sono Donna Lucia Delitala, poi sono un tenero agnellino, e poi sono depressa. Insomma sono così, proprio non mi faccio mancare niente.

Durante la tua carriera quali situazioni hanno suscitato in te maggiori emozioni e voglia di continuare e quali invece ti hanno in qualche modo frenato o disilluso? Allora, di sicuro stare sul set di “Bellas Mariposas” e poter lavorare con Salvatore Mereu per me è stata un’esperienza molto emozionante e formativa, il cinema è comunque una delle mie passioni. Un’altra cosa molto bella è stata lavorare su “Sinuaria” con Roberto Carta, un regista che merita davvero. Anche fare il fotoromanzo mi ha dato molte soddisfazioni. Per quanto riguarda cosa mi ha disilluso, ta dannu! Non è che c’è stata proprio una disillusione, nonostante tutto continuo e non mi fermo. Magari fa un po’ tristezza vedere l’atteggiamento di alcuni politici che sono addetti alla cultura, e anche di alcuni colleghi. Per esempio, ci sono un sacco di progetti interessanti che non vengono finanziati e devono aspettare tanto tempo perché comunque non rientrano nei requisiti richiesti, i registi in Sardegna aspettano anche cinque o sei anni per poter girare un film. E c’è tutta una troup, non c’è solo il regista! Di conseguenza si ferma tutto. Per quelle che sono le mie capacità, le mie competenze e la mia creatività ti posso dire che sto lavorando più o meno al 30/40 % delle mie possibilità, non sono frenata, di più! E’ come se avessi dei pesi di piombo. Anche “Le Sorelle Delunas” non sono riuscite a prendere il finanziamento, eppure la gente andava. Allora io dico, perché il mio progetto non viene finanziato? Poi magari vedo altre cose, di qualità inferiore, che prendono i finanziamenti. Ma qual è il criterio con cui si dovrebbe scegliere, se non la qualità?

La scorsa settimana c’è stata la prima di un tuo spettacolo intitolato “Selfie – L’ora del sonno” all’ExArt di Cagliari. Di cosa si tratta e quali sono le prospettive?Lo porterai in giro? Si tratta di un monologo. Prima o poi nella carriera di un’attrice un monologo ci vuole, lo stavo disiggiando ormai da anni. Mi è stato consigliato da una collega molto carina, anche perché in periodi di crisi avere uno spettacolo smart che puoi far girare con facilità diventa fattibile. La tematica è particolare e attuale, si parla di selfie, la nuova tendenza del momento. L’autrice non sono io, è un pezzo che è stato scritto apposta per me dalla drammaturga Yelena Pavloskaja. Ho portato lo spettacolo all’ExArt come ospite della seconda edizione del Family Festival organizzato da LucidoSottile,  una compagnia con la quale collaboro spesso, le cui fondatrici (Tiziana Troja e Michela Sale Musio) sarebbero anche le protagoniste insieme a me del fotoromanzo “Le sorelle Delunas”. L’idea comunque è quella di farlo girare il più possibile.

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