RICONOSCERE LA MINORANZA LINGUISTICA PER APPRODARE NEL PARLAMENTO EUROPEO? LO SCHIAFFO DI ROMA


di Nicolò Migheli

Ci abbiamo sperato in molti che il riconoscimento di minoranza linguistica fosse il grimaldello per scardinare il Collegio delle Isole, e poter avere una rappresentanza nel Parlamento Europeo. Le rivendicazioni sarde in tal senso sono di vecchia data. Crollata la prima repubblica, per i sardi riuscire ad avere una rappresentanza a Strasburgo-Bruxelles, è sempre stato un azzardo. Molte legislature sono trascorse senza che l’isola avesse voce in Europa.

A differenza di valdostani e tirolesi – pur con popolazioni inferiori alle nostra- che una rappresentanza l’hanno sempre avuta. Siamo sì o no minoranza linguistica? Certo che lo siamo, lo sancisce una legge dello stato. Però i sardi, benché siano la minoranza più numerosa della Repubblica, non sono di prima categoria. Non sono come i parlanti francese, tedesco e sloveno. Guarda caso minoranze di confine che usano lingue che sono ufficiali negli stati dirimpettai.

La Corte Costituzionale della Repubblica con l’ordinanza n. 165/16, depositata  il 7 di luglio 2016, a firma del relatore Niccolò Zanon e dal presidente Paolo Grossi, dichiara non ammissibile in modo manifesto la richiesta di legittimità costituzionale. Respinge l’istanza promossa da un numero di cittadini presso il tribunale di Cagliari, su quanto dispone la legge 24/1/79 n°18 sulla elezione dei membri del Parlamento Europeo che spettano all’Italia; nonché sulle modifiche intervenute con la legge del 20/2/2009 n°10.

I motivi della bocciatura: la lingua sarda non è contemplata dallo Statuto della Regione Sardegna e il sardo non sarebbe una lingua unitaria ma un insieme di dialetti radicati nei vari territori dell’isola. Al sardo manca, secondo l’ordinanza, uno standard comune, l’unico elemento che lo possa definire lingua di prima fascia come il francese, il tedesco e lo sloveno. Un mal unidos linguistico certificato dalla più alta istituzione repubblicana.

Poiché in molti accusano i padri fondatori di quella dimenticanza, occorre ricordare il clima del dopoguerra per spiegare l’assenza del sardo. Peraltro nello Statuto non è presente neanche la difesa del paesaggio e nemmeno la rivendicazione dei beni archeologici e culturali come beni identitari. La richiesta di autonomia della Sardegna aveva come punto di forza il risarcimento dell’Italia per il sacrificio di circa 13.000 giovani nella Prima Guerra Mondiale. Il numero più alto di morti di tutta Italia in percentuale. La lingua sarda nel 1948 era in grande salute, era parlata da circa il 90% dei sardi e capita da tutti.

La Sardegna veniva definita nazione abortita ed il legame con la lingua non era considerato determinante. Allo stesso tempo la spinta era verso l’italianizzazione, considerata indispensabile per la modernità. Vent’anni di monolinguismo imposto dal fascismo, la proibizione del sardo che non fosse solo nel folclore, avevano instillato un senso di vergogna anche nelle classi dirigenti del tempo. Vergogna di sé e delle condizioni dell’isola. Il legame tra lingua e nazione apparirà timidamente negli anni Settanta, ma solo tra minoranze sparute. Il mito dell’italianità continuerà ed il sardo verrà sospinto sempre di più in ambito familiare e dentro le manifestazioni folcloristiche.

I frutti di quel lavorio sulle menti e le coscienze si vede oggi. Benché nella XIII legislatura la Regione abbia provveduto ad adottare la LSC (Limba Sarda Comuna), uno standard di scrittura per l’impiego amministrativo, quella scelta è stata subito combattuta. La LSC è stata accusata di essere una lingua artificiale, di essere il cavallo di Troia per favorire la scomparsa dei dialetti locali. Gli attacchi più forti sono venuti dall’Accademia, si è arrivato ad ipotizzare la separazione tra sardo settentrionale e quello meridionale, peccato che così molti paesi di confine tra le due varianti resterebbero appesi in una sorta di limbo, non potendo aderire a nessuna delle due.

Eppure la LSC, migliorabile come tutte le convenzioni linguistiche, è la lingua che più aderisce alla fascia centrale dell’isola, quella che va dal Montiferru all’Ogliastra. Lingua che per quelle popolazioni è naturale, così come lo è l’italiano per i toscani, il castigliano per quelli di Toledo. L’attuale Consiglio Regionale e la Giunta, sopportano malamente la LSC, con i loro atti di governo vanno contro ogni standardizzazione finanziando la ulteriore dialettizzazione, facendo in modo che nelle scuole venga insegnata la parlata locale. Scelta che pone problemi pratici a cominciare dai docenti che dovrebbero essere del luogo ed avere specializzazioni in tal senso.

Se si è di un paese vicino non potrai insegnare sardo a dieci chilometri dal tuo perché non conosci fino in fondo il dialetto che si parla lì. Senza contare i problemi posti dai libri di testo. Per fortuna esistono comitati e gruppi di appassionati che riescono nei fatti a difendere l’unico standard di cui disponiamo.

Una volta tanto lo schiaffo di Roma è benvenuto, perché ricorda che non vi è nazione senza lingua comune, che la lotta contro la standardizzazione è lo strumento migliore per far sparire il sardo come lingua e come popolo. Vogliamo continuare così? Certo che si può, però come dicevano gli anziani: pro cumintzare bogadi-nche dae conca sas babilonias. Mancano i fondamentali se non si capisce che le scelte politiche in senso nazionale hanno bisogno di un sardo ufficiale. Tutto il resto sono chiacchiere da convegno o peggio de tzilleri.

http://www.sardegnasoprattutto.com/

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