NUOVO RICONOSCIMENTO IN AUSTRALIA PER IL REGISTA SARDO GIOVANNI CODA PER “BULLIED TO DEATH”: IL PREMIO D’AVANGUARDIA AL DOCUMENTARY FILM FESTIVAL

ph: Giovanni Coda

 

Non ha lasciato indifferenti giudici, spettatori e selezionatori il lungometraggio di Giovanni Coda presentato nella première mondiale. Per la seconda volta il cinema del regista sardo è stato premiato in Australia dopo il successo de Il Rosa Nudo che si era aggiudicato il titolo di miglior film internazionale al Melbourne Underground Film Festival nel 2014. ‘Bullied to Death’ ha vinto il “Best Avant-Garde Innovation Award” alla prima edizione del Melbourne Documentary Film Festival e ricevuto una menzione speciale della giuria per “Wild Card” come uno dei film rivelazione della manifestazione. Una grande soddisfazione per il regista sardo che, dopo una breve tappa italiana, partirà alla volta degli Stati Uniti per partecipare al Macon Film Festival di Atlanta. Un pensiero è andato negli States anche nel momento dell’accettazione del premio che Coda ha dedicato alle vittime della strage Orlando, l’orribile attacco omofobico avvenuto il mese scorso in un nightclub della città americana per mano di uno squilibrato. “Sono molto contento e non potrebbe essere altrimenti – ci ha detto il regista -. E’ la seconda volta che vengo selezionato in un festival internazionale a Melbourne e in entrambi i casi ho portato a casa un bel riconoscimento”. ‘Bullied to Death’, presentato all’Howlerdi Brunswick domenica scorsa, ha colpito trasversalmente pubblico, giudici e organizzatori del Festival, come sottolineato anche nell’incontro con il regista dopo la visione. Una commistione tra documentario (del quale usa determinati codici) e video arte, il film tocca in maniera unica ma non univoca un tema delicato e poco trattato come il bullismo contro omosessuali e transgender. Attraverso performance molto diverse di attori e artisti sardi, racconta le emozioni suscitate da fatti di cronaca tragici, tristemente famosi anche al di fuori della comunità LGBT. In particolare, le storie di Leelah (Josh) Alcorn e Jamey Rodemeyer: una giovane transgender la prima, un teenager omosessuale il secondo. In comune oltre alla nazionalità statunitense e all’anno di nascita, il 1997, la scelta condivisa di mettere fine alla propria breve vita, vessata da atti di violenza psicologica e ostilità, in seno alla famiglia stessa nel caso di Josh, e dei coetanei nel caso di Jamey.Assieme a Leelah e Jamey, nel film si nominano tanti altri ragazzi (in un caso un bimbo di appena 4 anni) in un giro del mondo virtuale che mostra come il bullismo omofobico mieta vittime indistintamente dai confini geografi ci: in Italia, in Russia, negli Stati Uniti come in Sudafrica, la società sembra ancora incapace di rispondere alle richieste d’aiuto, spesso nemmeno malcelate ma evidenti e amplificate su internet, di chi è in difficoltà perché discriminato per il suo orientamento sessuale. ‘Bullied to Death’ affronta questo tema senza un’analisi critica e oggettiva, associando alla voce fuori campo da documentario (in alcuni casi tratta dalle news della Bbc) a musiche e immagini che lasciano, in un primo momento spiazzato lo spettatore, ma che permettono di affrontare la narrazione in maniera assolutamente soggettiva. Come soggettiva è stata l’interpretazione degli attori, ai quali non è stata fornita dal regista una sceneggiatura ma lasciato ampio raggio d’azione in termini di interpretazione. Il messaggio finale è chiaro: “It will get better”, le cose andranno meglio, la morte non è l’ultima istanza, non è una soluzione e tantomeno la liberazione dal male, esiste un’altra via percorribile, partendo dal chiedere aiuto altrove, se chi vicino a noi sembra non capire. Le vite di Josh/Leelah e Jamey avrebbero potuto essere piene e felici se non troncate all’improvviso. Ce lo mostra il documentario che, ambientato nel 2071 a 70 anni dalla morte di Josh, nella giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, li ritrae invecchiati ma vivi, con la piena consapevolezza e accettazione di sé, del loro corpo e della propria natura. Agli spettatori, e a noi come collettività, rimane uno spunto di riflessione, una serie di quesiti senza ancora una risposta ma che mettono a nudo anche i nostri pregiudizi e il ruolo che possiamo avere nel debellare l’omofobia. Coda, dopo un breve e meritato periodo di riposo, tornerà al lavoro con l’ultimo capitolo della trilogia dedicata alla violenza di genere: il terzo film, anticipa il regista, si concentrerà sul femminicidio e la violenza domestica contro le donne. Protagoniste del nuovo lavoro attrice sarde “dai 15 agli 80 anni”, a conferma dell’impegno nella promozione dei talenti dell’isola che – come sottolinea il presidente della SCA (Sardinian Cultural Association, da sempre sostenitrice del cinema Coda) – non è solo fatta di belle spiagge e buon cibo, ma di arte e sensibilità nei confronti dei grandi problemi della società contemporanea.

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